Pubblicato da: paroleingiaccablu | 18/04/2018

SOTTO IL CASCO LUNGHI CAPELLI DI DONNA…. MA SOLO POLIZIOTTE!

Ed eccole qui le prime donne ufficialmente assegnate ai Reparti Mobili della Polizia di Stato, una svolta epocale che però non rappresenta una vera e propria novità, qualche donna effettivamente già era inserita in qualche reparto mobile di nuova istituzione, probabilmente anche perché quei reparti nascevano dalle ceneri di altre dismesse articolazioni.
Un segnale di modernità che ci mette al pari di altri paesi europei che già da tempo impiegano personale femminile nelle aliquote antisommossa, una modernità che speriamo sia l’inizio di un nuovo modo di concepire l’importante ruolo dei Reparti per l’ordine pubblico.
Perché non bastano i segnali o qualche capello lungo fluente sotto il casco da op, ci vogliono giovani capaci, motivati, in salute, giovani ai quali proprio perché in molti hanno superato i 40 anni, e li consideriamo ancora giovani, vanno chieste prove di efficienza fisica annuali dove dimostrare di avere ancora fiato per correre con il peso di quei materiali che ogni operatore antisommossa è costretto a indossare quotidianamente.
Perché non basta arrivare prima dei Carabinieri, che ancora nel 2018 scrivono a chiare lettere sui bandi di mobilità del personale che le donne non saranno assegnate nei battaglioni per l’ordine pubblico, un limite che probabilmente anche per loro deve essere superato…. con le medesime prerogative che dovrebbero valere per gli operatori della Polizia di Stato.
I fatti di Piacenza credo abbiano ampiamente dimostrato quanto sia importante essere efficienti fisicamente, adeguatamente addestrati e mentalmente preparati a ragionare come squadra e come singolo e che in ordine pubblico non c’è più spazio per l’operatore qualsiasi perché abbiamo bisogno sempre più di persone, uomini e donne, capaci di esprimersi al meglio delle capacità tecnico professionali.
Perché per essere bravi e capaci bisogna certo dimostrare modernità, anche con quote rosa, ma non può e non deve bastare ed è di questo che i sindacati di polizia devono farsi promotori.
Buon lavoro quindi alle colleghe col casco azzurro.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 15/04/2018

UNA IDENTITA’ DA “5 MILIONI” DI EURO….

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Costerà 5 milioni di euro il rifacimento dei distintivi di qualifica dei 4 corpi di polizia e ci si chiede, giustamente, se tale operazione fosse davvero necessaria viste le condizioni in cui versano mezzi e strutture dell’intero comparto.
Certo in termini assoluti 5 milioni di euro di euro forse sono poca cosa, il Capo della Polizia Franco Gabrielli, che dalle pagine del “Il Tempo” risponde alle feroci critiche mosse al riguardo, specifica che al netto delle tasse il costo per ogni singolo agente sarà di circa 25 euro, per un provvedimento che sarebbe dovuto essere stato fatto nel 1981, all’atto della riforma della famosa legge 121, dove i gradi militari dovevano essere già all’epoca sostituiti, sopratutto per la Polizia di Stato, che aveva appunto dismesso le stellette ed è diventata corpo civile dello Stato.
Di questi giorni, peraltro, è la notizia di una nuova ulteriore modifica stilistica dello stemma araldico della Polizia di Stato, notizia anche questa che personalmente mi fa pensare che tutte queste innovazioni non siano solo un caso né una spesa sostenuta per semplice capriccio stilistico.
E’ infatti da tempo che nei palazzi ministeriali si ragiona moltissimo in termini di comunicazione e immagine, di mezzi e metodi per essere presenti e unicamente individuabili presso la pubblica opinione, lo stesso logo della Polizia Scientifica è stato modificato per essere più aderente ai tempi e di più immediato impatto sull’immaginario collettivo spesso surclassato da quei “RIS” dei Carabinieri che in Italia hanno inventato il marchio ma non la Polizia Scientifica.
In un’ottica di cambiamenti, di razionalizzazione delle risorse, di riposizionamento della Polizia di Stato in un nuovo scenario, dove la legge di riforma del 1981, è evidente, ha vita breve, creare una nuova identità interna ed esterna non può non avere la sua valenza in quella che sarà la Polizia che vedremo quasi certamente dal 2020/2025 in avanti e che deve essere preparata a sbarcare in questo nuovo mondo che si può ipotizzare e che nessuno vuole in alcun modo spiegare anche agli addetti ai lavori.
Un cambiamento che sarà estremamente rapido, come del resto lo è la società moderna, se non lo fosse, anche questa volta, avremmo perso l’occasione di rimanere attori protagonisti all’interno del comparto che, è bene sottolinearlo, ci vede corpo civile in mezzo a quasi tutti militari, ulteriormente aumentati dopo la “Carabinierizzazione” del Corpo Forestale dello Stato.
“Carabinierizzazione” che potrebbe investire anche la Polizia Penitenziaria e che darebbe il colpo di grazia al progetto avviato nel 1981 di una polizia civile detentrice del potere di gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico in Italia; velleità questa che in qualche segreta stanza del potere da tempo evidentemente viene accarezzata da quelle menti che per questo paese vogliono un controllo molto più incisivo, sotto ogni punto di vista, delle forze dell’ordine al grido “Usi Obbedir Tacendo e Tacendo Morir”.
Se questa operazione di rinnovata identità civile del corpo della Polizia di Stato è il tentativo di sottrarci a un futuro fatto di stellette sul bavero, è bene dire, che non può oggettivamente bastare, ci vuole qualcosa in più che dica a certi individui che manovrano i bottoni in determinate stanze che l’identità della Polizia di Stato non è un disvalore o uno svantaggio, anzi, ma per questo deve essere l’organizzazione tutta, compreso il mondo dei sindacati di Polizia a sostenere e favorire questa tesi.
Arroccarsi su posizioni sempre lontane da chi tira le fila, ergersi a paladini del lavoratore in divisa con linguaggio aggressivo capace di avvicinare il potere verso chi non ha il diritto di parlare liberalmente, come i militari, potrebbe favorire questo processo di militarizzazione delle forze dell’ordine ad ordinamento civile che da una operazione del genere ne uscirebbero letteralmente a pezzi perché chiaramente schiacciate da un apparato che già oggi è per oltre il 70% composto da militari.
Ed è questa forse la vera sfida che ci aspetta per il prossimo decennio, quello di salvare la Giacca Blu da un pericoloso “deja vù”, da un mondo fatto di arretratezze, dinamiche, modi di vedere le cose capaci di togliere a una organizzazione come la Polizia di Stato quel valore aggiunto in più dato anche da chi, come me in questo momento, nulla ha da temere a scrivere quello che pensa.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 09/04/2018

… ANCHE LO SPUTO?

Non si difendono gli indifendibili perché questo sono i due agenti dei falchi di Napoli che in una sequenza diffusa nel web, e diventata poi virale, eseguono il fermo di un soggetto a bordo di un motorino, mostrando ciò che non può essere fatto nei confronti di nessuna persona in stato di fermo, ovvero lo umiliano.
Napoli realtà difficile, realtà particolare, ad alta densità criminale, Napoli che si offende se la tratti come se non fosse Italia, giustamente, ma che non può permettersi di giustificare atteggiamenti da parte di poliziotti che se non possono essere definiti criminali di sicuro pongono in essere comportamenti vergognosi per una delle questure più importanti e operative d’Italia.
Bene ha fatto il signor questore di Napoli a intraprendere immediatamente accertamenti nei confronti di questi due colleghi che non possono mostrare una immagine così fuorviante della figura del poliziotto italiano, perché Napoli è un comune d’Italia, dove non solo prendono a “pedagogici” ceffoni un fattorino che, a quel che si legge per ora, non si fermava all’alt semplicemente per non avere indossato il casco, ma oltre alle gratuite manate si aggiunge uno sputo da parte di un operatore…. il gesto più umiliante e degradante che una persona possa ricevere.
Perché a una divisa può anche capitare di ricevere degli sputi, di doversi controllare e anche molto per evitare di eccedere verso una tale offesa ma un conto è che lo riceva la divisa, e che la stessa quindi debba poi adeguatamente reagire, un conto è che sia la divisa stessa a sputare gratuitamente verso una persona fermata e in quel momento del tutto inerme.
Perché è vero che dietro una divisa c’è una persona con i suoi drammi, i suoi limiti, le sue mille frustrazioni legate a una lavoro che di frustrazione ci riempie quotidianamente, ma una persona c’è anche dietro lo scugnizzo dei quartieri, del migrante che spaccia, del nomade che ruba ed è da persone, senza umiliazioni, che questi, se pur in alcuni casi reietti della società, devono essere trattati.
Essere violenti gratuitamente non è solo semplice, anche per le divise, ma è anche vigliacco da parte di chiunque, figuriamoci da chi veste una divisa, ed è per questo che mi auspico che non solo vengano presi adeguati provvedimenti nei confronti di questi due falchi della Questura di Napoli ma spero anche che la questura stessa lì aiuti a superare quello stress lavorativo che evidentemente hanno più o meno consapevolmente accumulato in tutti questi anni di servizio duramente operativo.
Chi sbaglia paga, sempre, chiunque, anche chi scrive ma credo sia importante a maggior ragione che chi sbaglia possa essere messo nella condizione di capire il perché ha sbagliato contravvenendo, evidentemente, a norme di comportamento che forse devono fare parte del proprio corredo culturale che, laddove non è cambiato, deve trovare altre soluzioni.

In Giacca Blu Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 27/03/2018

ARRIVA IL TASER, MENO “SBIRRI PIKKIATI” ?

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In queste ore mi è capitato di leggere le statistiche dell’osservatorio ASAPS “Sbirri Pikkiati”, una delle poche statistiche non ufficiali, ma estremamente affidabili, dello stato di “odio fisico” che ogni giorno viene perpetrato nei confronti delle forze dell’ordine. ( https://www.asaps.it/97-Home/217-Sbirri%20Pikkiati/218-Report )
Dallo scorso anno le divise sono passate da una aggressione ogni 4 ore a una ogni 3, un trend in crescita costante che certamente aumenterà ancora considerato lo stato di salute sociale della nostra povera Italia.
Di questi giorni è la notizia che anche in Italia arriva il TASER, la nota pistola elettrica la quale, lanciando dei dardi elettrificati, servirà a immobilizzare una persona aggressiva nei confronti delle nostre forze dell’ordine; finalmente uno strumento che si pone nel mezzo tra le mani libere, lo sfollagente, lo spray urticante  e l’arma da fuoco.
Noi operatori del settore da anni chiediamo a gran voce l’utilizzo di questo dispositivo non letale del quale conseguenze, dinamiche, effetti sulla persona sono noti da anni, perché negli altri paese, anche extra europei, è già stato ampiamente sperimentato.
Nei prossimi 3 mesi anche in Italia inizieremo una sperimentazione che difficilmente potrà trovare controindicazioni o impedimenti tali da far naufragare l’effettiva adozione di un così importante strumento di contenimento delle persone.
Come ogni strumento però necessita di addestramento, di consapevolezza, di senso di responsabilità che ogni buon operatore del controllo del territorio DEVE avere, non si può credere ne banalizzare il concetto che il TASER risolverà ogni problema, ogni questione, ogni difficile scenario operativo.
Perchè dotare di strumenti gli operatori li aiuta, certo, ma li carica di responsabilità, un uso improprio, una scarica portata nel momento sbagliato o nel posto sbagliato potrebbe comunque essere letale per la persona che la subisce rendendo quindi l’utilizzo di tale strumento prima di tutto una scelta responsbaile in base alla condizione in cui ci si ritroverà ad operare.
Sarà importante anche stimolare l’operatore di polizia, se del caso, ad utilizzare in maniera professionale i concetti legati alla “Negoziazione Operativa”, di dissuasione del fermato, di deflazione del conflitto, perché il TASER dovrà comunque essere considerata un’arma a tutti gli effetti che se pur non letale nei canoni dell’uso legittimo delle armi dovrà essere utilizzata.
Una ovvietà, certo, ma nelle difficoltà  che forse seguiranno a seguito dell’adozione di un così importante strumento, che forse abbasserà i livelli di infortunio delle nostre divise, sarà quanto mai necessario conferire al TASER la stessa e identica dignità e percezione che appartiene all’arma da fuoco perché, come spesso ci capita di vedere da alcune immagini provenienti da oltre oceano, non di rado il TASER, se usato nel modo e nel contesto sbagliato può provocare comunque gravi danni alla persona facendo così finire la divisa di turno a rispondere, nelle migliori ipotesi, del reato di lesioni colpose.
Bene quindi questo vento di rapido miglioramento ma sempre alta da parte di tutti la consapevolezza che per strada ci saremo sempre NOI, persone a cui serve un addestramento vero e costante, che ogni giorno sono costrette a confrontarsi con le spesso imponderabili responsabilità che il mestiere del poliziotto di strada impone.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 19/03/2018

AUTO IN FUGA IN 9MM

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Un’auto che non rispetta l’alt, un tentativo di investimento, un successivo inseguimento, l’adrenalina, il dovere di prendere un fuggitivo, uno sparo…. una tragedia sfiorata.
Questo in estrema sintesi lo “story board” della sparatoria a Roma dove un Carabiniere, per fermare una vettura che voleva sottrarsi a un controllo, decide di esplodere un colpo verso quella macchina, pallottola che finirà, purtroppo, per ferire due donne di cui una verrà sottoposta a un intervento chirurgico a una spalla.
Nelle ore successive sono stati tanti gli attestati di solidarietà sui social verso quel carabiniere che ha avuto il coraggio, ma anche la follia, di sparare a una vettura che fugge in pieno centro urbano a zig zag nel traffico cittadino.
Sono numerosi gli episodi dove poliziotti e carabinieri hanno avuto il folle coraggio di prendere in mano l’arma di ordinanza per cercare di fermare una vettura che non vuole fermarsi all’alt, modalità questa che viene costantemente censurata negli ambienti addestrativi delle forze dell’ordine.
Una censura che, chiaramente, non significa divieto perché nel caso concreto potrebbe ritenersi necessario ricorrere al l’arma da fuoco, in un ambito comunque di Extrema ratio.
È difficile esemplificare il quando è opportuno fare fuoco, è una grave responsabilità che rimane comunque in carico all’operatore, diciamo che in linea di principio una vettura lanciata a folle velocità in una area pedonale potrebbe far ritenere legittimo l’uso dell’arma da fuoco, legittimità che non libera però l’operatore dalla responsabilità di poter colpire in quel caso inermi passanti…. ed è un dilemma che non avrà mai risposta.
Il nostro sistema limita fortemente il ricorso alla forza coattiva dell’arma da fuoco, identifica fortemente il momento, ossia nel contrasto di un grave danno da dover eliminare nell’attimo assolutamente precedente allo sparo, dinamiche queste che peraltro dovrà apprezzare successivamente un giudice… comodamente seduto sul proprio scranno.
La scelta del Carabiniere è stata quindi coraggiosa, e forse avventata, per diverse ragioni, la prima è stata certamente di carattere tattico operativa, scegliere di esplodere un colpo in ambito urbano con quella modalità ha aumentato la percentuale di colpire la popolazione civile.
La seconda attiene al giuridico, dimostrare a un giudice che il momento dello sparo è stato determinato da una azione stradale così pericolosa da giustificare il ricorso all’arma da fuoco, viste anche le conseguenze, diventa molto difficile.
Leggere questa notizia, commentarla, analizzarne gli aspetti non vuol dire che si vuole criminalizzare il collega, porre le persone nel più classico dei commenti “tu non c’eri, cosa ne sai? Quindi stai zitto e taci”, discutere di questa storia, che alla fine poteva trasformarsi in una tragedia, significa semplicemente far riflettere tutti gli operatori che determinati comportamenti sono oltremodo rischiosi e che vanno posti in essere, se proprio si deve, in contesti davvero estremi, perché non credo che quel carabiniere vorrebbe mai che sua moglie o sua madre si trovassero al posto di quelle due donne.
Speriamo che questo collega possa in qualche modo avere ragione della sua azione di fronte a un giudice, a noi che sulla strada lavoriamo quotidianamente, la riflessione di chi da questi episodi deve capire quanto e difficile lavorare, bene, per il bene della collettività.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 11/03/2018

PER VOI… PER NOI VICE ISPETTORI DEL 9°CORSO

I discorsi hanno uno schema ma noi, oggettivamente, di schemi ne abbiamo infranti già tanti.

I ringraziamenti, quelli formali e istituzionali li abbiamo appena ascoltati, con la speranza di non aver dimenticato nessuno, per sicurezza, ribadiamo quelli per voi, seduti in platea, voi che siete i nostri affetti, soprattutto voi non potete essere dimenticati, piuttosto valorizzati, senza il Vostro supporto certamente non saremmo qui in questo momento, questo traguardo infatti è anche il vostro.

Siamo diventati Vice Ispettori con non poche difficoltà e non è certo la banale autocelebrazione che ci mette qui oggi a festeggiare questa soddisfazione ma, semplicemente, la voglia di sentirci orgogliosi e fieri di questa esperienza.

Perché, che se ne dica, noi siamo il nuovo (anche se a tanti può sembrare strano vista l’età anagrafica), una nuova generazione di Ispettori che necessariamente traghetteranno la nostra gloriosa istituzione nel bel mezzo di un nuovo corso, nuove sfide ci aspettano al di là di questi preziosi distintivi di qualifica che con emozione oggi abbiamo ricevuto.

Noi, che rompiamo gli schemi, siamo quelli nominati Vice Ispettori dopo un lungo e tortuoso iter concorsuale ma anche dopo oltre due lustri dall’ultimo bando, persone che inevitabilmente dovranno portare una ventata di novità con il rischio, però, di essere trascinati da ciò che erano….ed è questo che con forza dobbiamo evitare.

La nostra amata istituzione da questo percorso formativo si aspetta quel qualcosa in più che è stato interrotto tanto tempo fa: la forza del rinnovamento partendo dall’esperienza!

Sappiamo perfettamente quanti detrattori abbiamo incontrato e quanti ancora ne incontreremo, siamo consci che questa nuova qualifica comporterà molto più impegno, sacrificio, senso di responsabilità ma tutti abbiamo ampiamente dimostrato di averla meritata, con lo studio in primis, ma anche attraverso quelle umane qualità che ogni Ispettore di Polizia deve essere in grado di mettere in campo.

Umanità che, a maggior ragione, dovremo dimostrare una volta giunti ai nostri reparti con lo scopo di far crescere questa nostra amata Polizia, prodiga, come abbiamo visto, di tanti cambiamenti che spesso però percepiamo con diffidenza.

Diffidenza, quella che non vorremmo avere nei nostri confronti e che forse incontreremo nei nostri futuri uffici, specie per i più giovani, che da Assistenti, appartenenti a un ruolo esecutivo, si ritroveranno catapultati in un ruolo di importante coordinamento. Accettare di cambiare è uno sforzo, anche farsi accettare dagli altri in maniera diversa lo è ma è una sfida, anche questa, che abbiamo già accettato molto tempo fa...

Sono stati 6 mesi importanti, di formazione, quella che non è mai abbastanza, che non è mai troppa, formazione che laddove non ha lasciato un segno dal punto di vista nozionistico lo ha di sicuro lasciato dal punto di vista emozionale, perché ci ha fatto conoscere, ci ha fatto incontrare, ci ha fatto crescere umanamente e, di conseguenza, anche professionalmente… perché essere poliziotti è soprattutto e innanzitutto essere uomini e donne consci della propria missione e del proprio difficile compito in questa società.

Anche se questa cerimonia non è un giuramento di certo è il messaggio di un rinnovato amore per questa Giacca Blu, una missione a cui spesse volte costringiamo per la vita coloro i quali hanno scelto di percorrere questa strada insieme a noi e che insieme a noi gioiscono per questo nuovo raggiunto traguardo.

A VOI in platea, quindi, il più grande e sincero ringraziamento, perché ci siete stati e, speriamo, ci sarete sempre.

W il Nono corso Vice Ispettori, W la Polizia di Stato .

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 07/03/2018

LA FORMAZIONE DEI POLIZIOTTI PASSA DA PIACENZA!

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Inaugurazione del 9° Corso Vice Ispettori

Nessuno nasce “IMPARATO”, per questo fare formazione è importante.
Oggi quindi vi parlo della mia formazione, quella che non è mai abbastanza, quella che non è mai troppa, quella che un buon operatore di polizia dovrebbe mantenere costante, anche a proprie spese, per evitare che banali operazioni di servizio diventino disastri umani e professionali.
I percorsi formativi sono spesso scelte di maturità che non possono prescindere dalla passione, personale e collettiva, sia da parte di chi la somministra sia da parte di chi la riceve.
Ricevere formazione quindi è basilare in ogni professione in particolare tra quelle che sulla società rivestono rilevanti ruoli.
Perché, certo, io parlo da esponente delle Forze dell’Ordine ma un medico, un avvocato, un infermiere un giudice, chiunque intervenga a decidere sulla vite delle persone, nella formazione, deve vedere una missione; il suo sapere del resto inciderà fortemente sulle esistenze altrui.
In questi mesi sono stato ancora una volta in un contesto formativo, quello della Scuola di Polizia di Piacenza, un istituto posto in quella terra di confine tra Lombardia ed Emilia, ricca e produttiva, che dal dopoguerra del secolo scorso fornisce alla Polizia di Stato importante materiale umano al servizio del cittadino.
Agenti, Sovrintendenti, da oggi anche Ispettori, sono già stati formati a decine, un ruolo chiave e importante quello della Scuola di Polizia di Piacenza, che non può e non deve essere banalizzato perché formarsi, studiare, apprendere nozioni, ma anche e soprattutto umanità, non è mai banale.
Le Scuole di Polizia sono un patrimonio non solo per l’istituzione, per i luoghi che le ospitano, ma anche e soprattutto per la collettività e per questo devono, a maggior ragione, pretendere sempre più attenzione da parte di tutti, cittadini, istituzioni, politica….
In questi giorni si conclude l’ultima fatica della Scuola di Polizia di Piacenza, il 9° Corso Vice Ispettori della Polizia di Stato, al quale ho partecipato e del quale serberò un importante e fondamentale ricordo.
Eravamo circa 200 persone, per 6 mesi ci siamo scambiati esperienze, appreso nuovi concetti, ripassato e rivalutato ambiti professionali accantonati tanti anni fa perché, inevitabilmente, la quotidiana professione ti porta a settorializzarti.
In quei mesi siamo tornati studenti, ad una età media di 45 anni, con famiglie lasciate a chilometri, figli in difficoltà nel vedere un genitore scomparire per riapparire solo nel fine settimana.
Abbiamo riaggiornato il nostro bagaglio culturale, vissuto quella formazione che dobbiamo noi tutti chiedere rimanga costante, sia a noi stessi che a quella istituzione che cerchiamo di mantenere viva, al servizio del cittadino e delle istituzioni democratiche.
Una missione quindi, quelle delle Scuole di Polizia, sparse su tutto il territorio nazionale, che non viene probabilmente valorizzata a dovere, che rimane troppe volte ai margini, magari a qualche trafiletto sui giornali locali che annuncia qualche iniziativa o la partenza o la conclusione di qualche corso.
Troppo poco per quelle persone spesso passionali che vi lavorano e che si sforzano di sopperire in proprio ad episodiche ma non assenti lacune sistemiche, figlie anche di quei continui tagli che da anni affliggono il mondo delle divise.
Le potenzialità del polo formativo di Polizia di Piacenza sono elevatissime ed è per questo che nella formazione bisogna innanzitutto e soprattutto crederci, investire, prima come uomini ma anche economicamente perché agire, soprattutto sulle giovani menti di chi solitamente passa da quelle quattro mura, rimane un tassello fondamentale per tutta la vita professionale di chi, dalla Scuola di Polizia di Piacenza, comincerà la propria attività al servizio del cittadino.
Ed è così che a loro, a quei colleghi che nelle Scuole di Polizia lavorano, a maggior ragione a Piacenza, chiedo di non mollare e di non dimenticarsi quanto sia importante il loro ruolo, se pur sganciato dalla quotidianità operativa, ma che dalla stessa non può prescindere, perché ai nostri giovani devono dare il meglio per affrontare un mestiere, una missione, sempre più difficile e sempre più complicata come quella del Poliziotto.
Alla Scuola di Polizia di Piacenza, a chi attraverso quella struttura elargisce saperi umani e professionali, vada il mio personale ringraziamento e l’augurio di continuare a svolgere l’ottimo lavoro di necessaria formazione, affinché uomini e donne preparati possano animare le strutture periferiche della nostra Polizia di Stato, non solo con dedizione e senso del dovere, ma con quella spiccata professionalità che a maggior ragione dovrà distinguerci negli anni a venire.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 01/03/2018

MORIRE D’AMORE PER UN CARABINIERE…

Si muore d’amore, si muore ancora per amore, per tutelare comunque una persona cara, un ex marito con il quale hai condiviso una vita, la nascita di figli e tutto il meglio che c’è.
Si muore di inerzia, almeno così scrivono i giornali, le foto di quella famiglia distrutta sono una lama trafitta nel cuore, la professione dell’Appuntato Scelto Capasso, un Carabiniere in servizio a Velletri, la moglie in fin di vita, le figlie uccise, il dramma della separazione, sono il migliore dei canovacci per scriverci il peggio di quel paese che ancora, secondo alcuni, non riesce a tutelare le donne.
Ed è l’ennesimo femminicidio dove, da quello che si legge nelle cronache, la donna non denuncia ma fa un esposto al Commissariato di Polizia di Cisterna di Latina.
Situazione e procedura questa dai risultati incerti, “esporre alla pubblica autorità” infatti significa semplicemente avvertire che qualcosa non va per il verso giusto chiedendo a quella stessa autorità di intervenire in maniera più discrezionale, anche penalmente, se vi sono però i presupposti, per fare cessare l’ipotetico evento contrario alla legge.
Gli esposti però sono procedure più “leggere” e nella loro leggerezza nascondono le insidie tipiche di quei dispositivi normativi che forse andavano bene nei primi del secolo scorso e che espongono certamente chi legge e valuta la situazione “esposta”a una pericolosa sottovalutazione della stessa.
La moglie dell’appuntato non voleva quindi denunciare il marito, chiedendo alla autorità di agire con più determinazione, questa donna per assurdo il marito voleva proteggerlo, voleva non facesse più male a se stesso, a lei, alle sue figlie che già temevano fortemente quelle che dalle descrizioni dei giornali erano in tutto e per tutto vere e proprie paranoie. ( http://www.lastampa.it/2018/03/01/italia/cronache/antonietta-due-volte-dalla-polizia-eppure-nessuno-si-mosso-5cqOR3paBJrUzvTstO4M6J/pagina.html )
La donna quindi sceglie – ad oggi possiamo dire sbagliando – la via più leggera dell’esposto, evidentemente per proteggere il marito.
La donna fa di più per continuare a proteggerlo, non si limita al solo esposto, va dai superiori, chiede aiuto alla catena gerarchica di un corpo, quello dei Carabinieri, che sul piano dei rapporti umani, a questo punto, sarebbe dovuta essere in grado di esercitare procedure di effettivo conforto o comunque controllo del proprio militare e che certamente avrebbe potuto metterlo nelle condizioni di non nuocere.
Capasso sarà stato anche chiamato a rapporto da qualche ufficiale, avrà anche rassicurato i superiori sulla sua condotta (che avrebbe dovuto dire? Che era fortemente debilitato psicologicamente?) ma il male che lo attanagliava era troppo forte, evidentemente, e quella blanda procedura, forse troppo umana, è stata la tomba per due giovani creature.
Oggi siamo qui a piangere il fallimento di almeno due sistemi e lo sterminio di una intera famiglia.
Ci ritroviamo qui a chiederci come sia possibile che due autorità coinvolte, l’una con un semplice esposto alla pubblica autorità, l’altra attraverso l’intervento umano di chi professionalmente stava vicino all’Appuntato, non abbiano valutato di ritirare l’arma d’ordinanza a quel carabiniere.
Sono decine i casi come questi in giro per l’Italia, moltissimi appartenenti alle forze dell’ordine cadono all’interno di situazioni familiari dove la tensione aumenta tantissimo e fino a pericolo cessato a questi viene in qualche modo ritirata l’arma per non nuocere a se stessi e agli altri.
Tra queste decine di casi, però, l’errore è sempre in agguato, esistono donne, fomentate da avvocati senza scrupoli, che denunciano l’impossibile, che screditano la figura del padre, dell’uomo in divisa, per ottenere benefici economici, alcune vengono scoperte e denunciate per calunnia, altre purtroppo, rendono per anni la vita impossibile a uomini che oltre a dover gestire il fallimento della propria vita familiare assistono, come conseguenza, anche allo stop della propria carriera professionale.
Perché il rischio, oggi più che mai, è che alle primissime e banali avvisaglie si proceda a ritirare le armi agli appartenenti alla forza pubblica utilizzando un estremo principio di prudenza….e un poliziotto e un carabiniere senza pistola, fondamentalmente, non si sentono più tali anche e soprattutto psicologicamente con tutto quello che ne consegue.
Uomini che alle volte escono di casa, chiedono un alloggio in caserma, passando mensilmente centinaia di euro alle famiglie per il mantenimento, così da rasentare di fatto lo stato di indigenza, con la conseguenza di non potersi nemmeno permettere un alloggio che non sia una gratuita branda….questioni davvero difficili da sopportare.
Questo pericolo però non deve oggi non farci riflettere su cosa a Velletri non ha funzionato, perché quell’esposto non ha determinato una valutazione di ritiro dell’arma a quel carabiniere?
Con le leggi attualmente vigenti oggi si ritirano le armi per questioni ben più banali e che alle volte possono essere quasi classificate come abusi di autorità che purtroppo diventano necessari proprio perché l’allarme sociale legato a situazioni di contrasto familiare, di vicinato e simili è davvero altissimo.
E’ fuori di dubbio che in questa vicenda qualcosa non ha funzionato, è lapalissiano che questa moglie è stata mal consigliata nelle procedure (perché ha fatto solo un esposto?) o forse essa stessa ha creduto troppo in quel sistema che dovrebbe sostenere e curare la salute mentale degli appartenenti alle forze dell’ordine, chiedere aiuto ai suoi superiori probabilmente a questo sottintendeva.
La salute mentale dei Carabinieri, dei Poliziotti, di tutti coloro i quali vegliano sulla serenità del nostro vivere civilmente deve essere un patrimonio di tutti, su cui si devono spendere soldi, non può e non deve semplicemente prevedere un banale ritiro dell’arma di servizio.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/02/2018

PERCHÉ INSULTARLA?

Fa l’insegnante elementare e, forse, in tanti non vorrebbero averla come educatrice dei propri figli.
Si chiama Lavinia Flavia, pare sia di origini siciliane, vive a Torino e insegna in una scuola elementare, un luogo di cultura primaria, un posto dove i nostri piccoli vengono istruiti certamente alla nozione ma anche e soprattutto alla vita.
Si leggono parecchi insulti nei confronti di questa donna in giro per i social, una persona che della scuola pubblica ha fornito purtroppo uno spaccato desolante anche se tutti ben sappiamo che oggettivamente gli insegnanti non sono e non possono essere tutti come lei.
Del resto chi scrive le dinamiche del “fascio di erba” le conosce da sempre, così come da sempre conosce la logica dell’insulto da parte di persone che animano il mondo dei centri sociali.
Ma se Lavinia Flavia ci insulta come uomini delle istituzioni, se dalla nostra parte abbiamo la certezza che il suo pensiero non scalfisce minimamente il senso del nostro lavoro, meglio sarebbe oggi riflettere in che modi e in che termini esprime quei pensieri, di cosa brandisce davvero quando esibisce tutto il suo livore, così da comprendere che Flavia forse è anche una brava insegnate ma deve essere aiutata.
Perché Lavinia probabilmente qualcosa nella sua vita deve cambiare ma questo turbine di insulti e odio che la sta aggredendo non potrà altro che allontanarla dalla risoluzione delle sue difficoltà.
Non credo nell’occhio per occhio….
Oggi, a distanza di giorni da quelle parole, possiamo guardare con calma quelle sequenze, andare oltre, chiedendo a chi di dovere che se è vero che Flavia da educatrice non si può permettere di esternare certe posizioni in quel modo, di certo, non è il modo di esprimersi il suo problema ma quello che c’è oltre.
Non strumentalizziamo quindi Flavia in questo clima elettorale, anche se ormai è troppo tardi, chiediamo piuttosto a quel sistema che ha assunto Flavia, per essere una brava educatrice, di aiutarla a comprendere come meglio affrontare quello che appare essere in tutto e per tutto un disagio più umano che sociale senza dover necessariamente stravolgere il suo credo… perché i sistemi più facilmente preferiscono scaricare i problemi dei propri appartenenti invece di recuperarli come sarebbe umanamente più giusto fare.
Chi veste una divisa conosce bene il senso dell’abbandono ed è evidente che Flavia va aiutata.
Basta insulti a questa persona, non servono!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 20/02/2018

UN SACRIFICO D’AMORE…. 14 FEBBRAIO 1987

Era il 14 febbraio 1987, San Valentino, uno di quei giorni che ti ricordi perché ricorre una celebrazione importante, quella degli innamorati.
Un giorno che rimane impresso, non solo perché è la festa del cuore ma perché quell’amore spesso sublima in questioni che forse con il sentimento più puro, che caratterizza l’essere umano, sembrano non centrare nulla.
Quel 14 febbraio, uno dei tanti, eravamo a Roma in via Prati di Papa, all’improvviso una rapida sequenza di colpi squarcia il silenzio della periferia capitolina, una pattuglia di Polizia verrà trucidata per assaltare un furgone portavalori che quelle Giacche Blu stavano scortando.
Rolando Lanari e Giuseppe Scravaglieri caddero sotto i colpi di quelle che poi furono identificate come Brigate Rosse- Guerriglia Metropolitana per il Comunismo.

Quella che passerà alla storia come la “Strage di San Valentino” con il santo degli innamorati diventerà stranamente, per alcuni, un sentimento d’amore, una promessa d’amore, un dono d’amore legato a doppio filo a quel drappo blu.
Di queste storie d’amore, per gli uomini, per l’uniforme, difficilmente si avrebbe avuto traccia se a Spoleto, in questi giorni, presso la Scuola per Sovrintendenti dedicata proprio a Rolando Lanari, non si fosse svolta una cerimonia di commemorazione dove abbiamo potuto capire, a distanza di 30 anni, perché “La Strage di San Valentino” è diventata effettivamente un sacrificio d’amore.
Così che sentiamo nelle parole dell’Allievo Vice Ispettore Maria Pia Giusti, del 9°corso attualmente in svolgimento, quel sentimento di sconfinato rispetto per Rolando e Giuseppe.
Il giorno dopo la strage infatti Maria Pia scrisse una lettera all’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi dove la stessa, ancora studentessa ventenne, esprimeva cordoglio e rabbia per aver dovuto vedere due vite così tragicamente strappate.
Le parole, quelle dell’Allievo Giusti, e ripetute in quella sede dopo tanti anni, preannunciavano nettamente la sua ferma volontà, nonostante la tragedia e la pericolosità di un lavoro difficile, di indossarla quell’uniforme, per quello che rappresentava, per gli ideali che esprimeva, perché in fondo ci sono cose nella vita che si fanno e basta….anche solo per amore.

(Nel Video l’Allievo Vice Ispettore Giusti che rilegge la sua lettera in occasione della celebrazione presso la Scuola Sovrintendenti di Spoleto)

Un amore, quello per la Polizia, espresso anche dall’Allievo Vice Ispettore Cennamo Mina, quel giorno Mina aveva solo 16 anni, viveva a Roma, non andò a scuola, sentì il trambusto di quella strage e andò a vedere cosa accadde.
Lei, figlia di Poliziotto, già sicura di voler intraprendere la stessa carriera del padre, tornò a casa, scossa nell’animo ma ancora più sicura della scelta d’amore per quell’istituzione che faceva già parte della sua famiglia

(Nel video il racconto scritto dall’Allievo Vice Ispettore Cennamo Mina letta da un allievo vice ispettore del 9° Corso a Spoleto in occasione dell’anniversario della strage)

Tra tutti, se di gesti d’amore legati a questa strage possiamo parlare, quello che sicuramente colpisce di più è quello dell’Allievo Vice Ispettore Roberto Bruno, che del sacrificio di quella strage e dell’atroce destino di Giuseppe e Rolando certamente conserva la testimonianza più forte e palpabile di chi oggi avrebbe potuto raccontare una storia molto diversa sotto ogni punto di vista.

(Nel video il racconto scritto dall’Allievo Vice Ispettore Roberto Bruno letto da un Allievo frequentatore del 9° Corso in occasione dell’anniversario della strage a Spoleto)

Loro, tutti appartenenti appartenenti alla Polizia di Stato, e tutti futuri Ispettori del 9° corso, a maggior ragione, con i loro scritti, ci ricordano che questo lavoro sempre più spesso può essere considerato un gesto d’amore.

….perchè la vita, in fondo, non è solo una questione di scelte, ma di destini che si intrecciano, di amori e dolori, dei quali nessuno davvero potrà mai capire fino in fondo il reale significato.

ONORI A ROLANDO LANARI E GIUSEPPE SCRAVAGLIERI

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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