Pubblicato da: paroleingiaccablu | 20/07/2015

Cara Sarah, di droga non si deve parlare!

Morire di droga a soli 16 anni, suscita dolore, costernazione una simile notizia.
Morire di droga? Ohibò succede ancora?
No perché a certe notizie ormai non ci facciamo nemmeno più caso ma di droga, di solitudine, di buchi sulle braccia o di MDMA, la terribile anfetamina, succede spesso ma poco ci interessa.
Perché magari qualcuno non si è accorto che usare le droghe, morire di stupefacenti è una cosa “normale” di cui è bene parlare poco considerato che i migliori insospettabili fanno uso di sostanze stupefacenti.
Una tale normalità che ci sta spingendo verso una prossima liberalizzazione della cannabis, al confine tra una resa e una necessità o forse semplicemente la consapevolezza che se un fenomeno non lo puoi contrastare sei costretto a normarlo.
Non si può però morire a 16 anni per le anfetamine, non si può entrare in discoteca al solo scopo di cercare la trasgressione tramite tali e pericolosissime intossicazioni, non è solo una questione di scelte, ammesso che un 16enne possa scegliere, ma di politiche sociali che nel contrastare le droghe da tempo non investono più.
Non deve però essere considerato normale drogarsi, non deve essere accettabile morire a 16 anni, non possiamo chiedere a chi quel dolore l’ha vissuto sotto i suoi palmi di non raccontarcelo, perché sotto quel palmo che tanto ha massaggiato c’era quel cuore così giovane che non ha retto.
Perché Sarah, la volontaria del 118, studentessa di infermieristica che ha cercato di strappare alla morte Lamberto 16 anni, all’esterno del “ Coccorico” di Riccione,  ha tutto il sacrosanto diritto di sfogarsi e mandarci tutti a fare in culo chiedendoci, con decisione, che le cose cambino, con parole piene di tanta dolorosa rabbia.
Non si capisce poi per quale motivo Sarah non avrebbe potuto esprimere certe parole, andatele a leggere, che ha scritto di male ? (LINK)
Addirittura c’è chi chiede per questa studentessa provvedimenti disciplinari da parte dell’albo degli infermieri, perché?
Lei che, è bene lo sappiate, è forse tra le parti migliori della nostra società che ha deciso non solo di andare a operare nel sociale ma di iniziare prima e gratuitamente per essere rapidamente meglio preparata a una simile e mai riconosciuta responsabilità quando sarà una professionista certificata.
Perché lei come decine di futuri medici e infermieri cominciano con il soccorso da volontari nel “118”, quindi a gratis, per imparare, ancora da studenti, i rudimenti di un servizio che più di un lavoro è una missione.
Cosa non può sapere, come dicono i suoi detrattori, questa ragazza rispetto a questa drammatica vicenda?
Perché dovrebbe tacere?
Forse per non far capire quanti vogliono che della droga non si parli?
Forse perché tra medici, infermieri ma anche avvocati, poliziotti, politici e chi più ne ha più ne metta, tutti ormai usano e abusano per diletto delle sostanze psicotrope?
Certo se di un problema non si parla non esiste ma della droga dobbiamo parlare perché Lamberto potrebbe essere il figlio di ciascuno di noi.
Un figlio che ha sbagliato ma non ha colpe, un figlio che forse non ha capito perché sempre troppo pochi sono i messaggi negativi che si intravedono legati all’uso delle droghe, noi adulti poi, con i  nostri eccessi siamo sempre, in generale, dei pessimi esempi perché ormai l’esser drogato non è nemmeno più una condizione di cui vergognarsi.
A Sarah e a tutti quei volontari e professionisti  del soccorso che ogni giorno vorrebbero mandare a fanculo il sistema vada la mia massima stima, affetto e solidarietà nonché l’invito a non mollare perché loro sono, nonostante tutto e la voglia di zittirli, la parte più bella e migliore della nostra società.
Perché lavorare nel sociale, gestire le storture degli individui, soccorrerli anche quando vedi che in fondo non se lo meritano, e capita di vederne tanti, specie quando abusano coscientemente di droghe, è un gesto di coraggio e di abnegazione che nessuno riconoscerà mai loro.
Grazie Sarah e scusa coloro che per speculazione o vergogna preferiscono non capire, criticare e speculare.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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