Pubblicato da: paroleingiaccablu | 23/11/2014

Bologna Criminale 20 anni dopo – Dall’Ispettore Coliandro alla “Uno Bianca”

Come passa il tempo, sono passati 20 anni dal quel 22 novembre del 1994 quando Roberto Savi, operatore nella sala operativa della Questura di Bologna, venne arrestato e accusato di essere a capo della famigerata banda della “Uno Bianca”.
Il tempo è passato ma quello che la città di Bologna e l’Emilia Romagna hanno subito a seguito della follia omicida di quei poliziotti rimane marchiato a fuoco nella cultura e nel tessuto sociale di quei luoghi.
Lo rivedi negli sguardi di chi quei tempi li ha vissuti nei ranghi della polizia, nei racconti, nei volti, nella vergogna provocata da chi non ha mai e mai pagherà abbastanza per aver distrutto agli occhi della pubblica opinione chi ancora oggi quella divisa la indossa.
Non scorderò mai le parole della moglie di Primo Zecchi, un cittadino virtuoso della città di Bologna, che venne ucciso da quei criminali in divisa  per aver osato segnarsi il numero di targa del veicolo con cui avevano fatto una rapina.
Durante una commemorazione, avvicinatomi alla signora per mostrare vera vicinanza al suo dolore, forse cogliendo quell’imbarazzo di chi come me in servizio si mostrava a lei in uniforme,  mi rassicurò dicendo che è sempre stata certa che esistono dei bravi e degni poliziotti.
Chi come me oggi indossa quell’uniforme e ogni anno si sente in dovere di commemorare le vittime e il dolore che quelle morti hanno comportato non riuscirà mai a capacitarsi del perché di tanta ferocia, di tanto odio, del motivo per cui sporcare in maniera così criminale un’ uniforme nata per proteggere i cittadini e le democratiche istituzioni.
Sarà stato anche solo per soldi, per la bella vita, per le prostitute, i viaggi…ma è stato davvero troppo!!!
Bologna ha un marchio, un marchio difficile da portare, un bagaglio criminale legato alla polizia su cui ancora troppo si specula.
Non appena un poliziotto a Bologna  finisce indagato per questioni legate al servizio la stampa, la pubblica opinione, i cittadini vengono indotti ogni volta a riferirsi alla banda dei Savi, in un continuo oltraggio di cui francamente vorremmo essere liberati.
Riferirsi sempre a loro appena qualche agente sbaglia è semplicemente un modo per mantenere la società lontana dalla polizia e la polizia dalla società in una continua voglia di divisione capace solo di generare contrapposizione e non certo giustizia, quella che davvero conta.
Arrestare un poliziotto, magari carcerarlo e poi associarlo immediatamente a quei anni e a quei fatti serve solo a distruggerlo ancor prima che la giustizia possa fare il suo corso, quella giustizia in cui tutti vogliamo e dobbiamo credere perché altrimenti questo lavoro, il nostro lavoro, non avrebbe senso.
Se finissero certi accostamenti, senza dimenticare le vittime e il dolore, forse eviteremmo di assistere a patetiche manifestazioni di cordoglio riservate a chi, neo agente, viene assegnato come prima destinazione nel capoluogo emiliano perché, e si sappia, diventare un poliziotto bolognese altrove è visto come una disgrazia: “dove ti hanno mandato ? A Bolognaaaa??? AUGURI! Speriamo bene!” .
A Bologna non si sta male, in moltissimi la rimpiangono e magari vi ritornano pure  ma non c’è ignoranza peggiore del pregiudizio.
Nessuno dimentichi le vittime, nessuno dimentichi la storia, nessuna grazia, sconto di pena, beneficio deve essere dovuto a quei criminali ma si restituisca, evitando squallide speculazioni, con ricorsi storici inesistenti, di associare la banda dei fratelli Savi a chi oggi, tra i questurini, finisce indagato a Bologna perché così com’è difficile portare vere risposte istituzionali ancor più difficile diventa portare risposte umane specie se ogni infausta cronaca è buona per restituire alla società emiliana lo spetto del criminale in divisa.
Perché dietro a ogni uniforme c’è sempre un uomo che nel pregiudizio del cittadino trova la scusa per dire, come diceva spesso l’Ispettore Coliandro della famosa serie televisiva “che città di merda!!” .

Michele Rinelli – In Giacca Blu

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Responses

  1. Posso dire che la moglie di Primo Zecchi sia una persona che ha capito che dentro una divisa esistono persone oneste ma che nel gregge c’è sempre la pecora nera… tutto questo a differenza della maggior parte dei Bolognesi che dopo l’arresto della banda della Uno Bianca, nessuno più si fidava della Polizia di Stato in particolare i direttori istituti bancari e delle poste.. tutto questo lo posso dire in quanto vissuto sulla mia pelle…!! Quando scattava l’allarme Rapina, nessuno ti apriva se non dopo aver visto il tesserino di riconoscimento rilasciato dal Ministero dell’Interno..!! per non dire poi come la città di Bologna ha trattato me ed i miei colleghi facendosi forte di quanto avvenuto…!! tutto questo ce lo stiamo trascinando da vent’anni…!!! Un vero scandalo..!!! Detto questo sarebbe ora che le persone capissero che sono passati 20 anni e che se esistono pecore nere all’interno della nostra Amministrazione, vengono scoperte da noi ed allontanate..!!


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