Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/11/2012

Dolore e disperazione, non sono mica gli anni ’70!

Sono febbrili e concitate le notizie che giungono in questi minuti dalle piazze italiane, il famoso autunno caldo, quello delle proteste e della disperazione della masse operaie, sembra essere iniziato senza sconto alcuno.

Vorrei trovare conforto nella storia, magari nel rileggerla così da  scoprire che quello che ci accadrà non sarà così terribile come moltissime autorevoli voci sostengono da tempo.

La lettura di quelli che furono gli anni più vicini a noi, quelli di “piombo” e che accomunano alcuni eventi che si stanno profilando nelle piazze non ci conforterà affatto perché ciò che erano quei movimenti di piazza non hanno nulla a che vedere con ciò che stiamo assistendo in queste ore.

Con quei famosi anni vi è forse solo la violenza in comune, strumento di aggregazione,  di propaganda, un metodo che serve a unire le masse, i pensieri, così come la disperazione, quella che in tanti stanno riversando in questi minuti addosso ai poliziotti schierati in tenuta anti sommossa.

Non è un caso che quando ci si ritrova tra veterani siano sempre gli aneddoti, le gesta, gli episodi estremi a tenere banco nelle future e prevedibili rimpatriate, per questo quello che si sta scrivendo in queste ore è storia personale di ciascuno dei partecipanti di entrambe le contrapposizioni dove i feriti e gli atti di violenza saranno i pretesti per scrivere quella storia individuale che un giorno racconteremo a chi affascinato vorrà ascoltarla.

Quello che viviamo oggi e che un domani sarà il passato, la storia, lo possiamo vedere e farcelo raccontare anche da coloro che quell’oggi l’hanno vissuto negli anni ’70 e che magari nell A.D 2012 cercano parallelismi simpatizzando anche con chi, secondo alcuni, riprendono quella dura lotta violenta  che forse, a ben vedere, per gli occhi di taluni nostalgici, non ha portato i frutti sperati.

Non credo però si possa cadere nel tranello, la crisi di oggi non è quella di ieri perché in quelle immagini in bianco e nero che i canali televisivi tematici ci pongono davanti agli occhi ci sono il frutto di ben altre esigenze, ben altri sogni e, fortunatamente per loro, ben altri profili umani, sociali, politici e culturali.

Quei volti, quelle persone, quella cultura, che in quelle manifestazioni si palesava anche ferocemente, avevano la palpabile speranza di poterci credere davvero perché il sistema che negava i diritti poteva darli, poteva concederli, poteva, se voleva, davvero migliorare le condizioni di vita degli uomini e delle donne di buona volontà.

Oggi quegli uomini e quelle donne di ieri io l’invidio perché, i nostri giovani, al contrario di ieri, perdono il lavoro e la dignità ad esso legata e senza quella nulla si può sperare.

Oggi, che speriamo di non dover vedere inutili spargimenti di sangue, è difficile schierarsi ed è difficile poter ottenere qualcosa  da chi detiene il potere.

Senza lavoro, se non vi è possibilità di sostentamento individuale, è complicato capire come andrà a finire ma è facile comprendere che il disagio che striscia nelle nostre piazze è quello della semplice e pura disperazione e non quello dei diritti negati di una società troppo arretrata e troppo cristianizzata come quella degli anni ’70.

Imperativo quindi è per gli attori presenti nelle piazze, quali sono gli agenti e i funzionari della forza pubblica, di  non perdere la testa, non agire con le logiche tipiche degli scenari di guerra, mantenere una fredda lucidità (per quanto possibile)  che consenta a tutti di non far diventare questo estremo disagio sociale la miccia per far deflagrare completamente questa società già da tempo in crisi identitaria non certo solo per colpa di quel lavoro che manca.

Perchè se è vero che le frange violente spesso sono solo tali e non disperati disoccupati è vero anche che i violenti in mezzo a loro si confondono facendo apparire la repressione delle forze dell’ordine una aggressione verso poveri padri di famiglia.

Auguriamoci quindi la pronta ed effettiva guarigione del collega della Polizia di Stato gravemente ferito negli scontri a Torino con la speranza che tutti coloro impegnati nel mantenimento dell’ordine pubblico siano sempre in grado di tenere un profilo adeguato alla situazione circostante che gli si presenterà davanti volta per volta sperando che nessuno di loro si trovi mai a dover scegliere tra la sua vita e gli effetti devastanti di una estrema  legittima difesa.

Se si tiene davvero a questa nostra malandata nazione non si devono regalare morti al sistema!

Michele Rinelli – In Giacca Blu

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