Pubblicato da: paroleingiaccablu | 26/06/2012

E’ stato morto un ragazzo….

Alle prime luci dell’alba del 25 settembre 2005 il riposo di alcuni ferraresi viene interrotto dalle urla dissennate di un giovane il quale, secondo alcune testimonianze, sbraitava senza motivo nella prima periferia della città emiliana. La popolazione spaventata richiedeva l’intervento di una pattuglia di polizia in quanto il giovane non solo disturbava il riposo dei residenti ma spaventava anche chi, di li a poco, sarebbe dovuto uscire per andare al lavoro.

Poco dopo interveniva quindi una volante  che con il giovane, così come recentemente confermato dalla corte di cassazione, intraprese una vigorosa e oltremodo violenta colluttazione la quale portò al decesso del giovane e alla condanna di quattro poliziotti per il reato di omicidio colposo.

Il giovane, Federico  Aldrovandi, di ritorno con un gruppo di amici da una discoteca della vicina Bologna, era stato lasciato li dai suoi compagni in quanto, a dire degli stessi, voleva tornare a casa da solo. Secondo gli agenti il ragazzo era in un delirio di alcol e droga che, sempre secondo la prima ricostruzione, l’aveva condotto alla morte.

Questa verità non è mai stata accettata dalla madre coraggio che porta il nome di Patrizia Moretti la quale, sin dalle prime battute e a seguito di alcuni atteggiamenti ambigui e di probabile insabbiamento tenuti dalle istituzioni, in primis dalla polizia, con vigore si è scagliata, grazie alla forza della rete, contro quella verità che, secondo il suo modo di vedere, non poteva essere e non poteva appartenere alla tragica fine del suo povero figliolo.

Quello dello sbirro violento è un cliché vincente, quello della madre coraggio una storia accattivante, quello che un povero ragazzo di ritorno dalla discoteca viene barbaramente ucciso da quattro aguzzini in divisa (tre uomini e una donna) un film dell’orrore che al botteghino non può che spopolare.

Così inizia il massacro mediatico, il tam tam via web, l’unica verità possibile e sdoganabile era quella della madre coraggio di Ferrara la stessa che ogni cosa che diceva, ogni dubbio che instillava, riusciva a essere supportato dagli eventi, dalle testimonianze che da fumose diventavano sempre concrete, come se la nebbia sublimasse facilmente in ghiaccio, fenomeno che per quella vicenda e in quel pezzo di pianura padana si verificava spesso.

La signora Moretti è diventata in questo modo la protagonista di una storia fantastica, di una vicenda moderna, una bandiera e una icona contro i soprusi di uno Stato malato e dei suoi uomini, servi del medesimo con il volto violento e portatori di morte capaci solo di nefandezze.

Appare evidente che quella mattina di settembre nella periferia di Ferrara qualcosa è andato storto; appare chiaro che davanti a quel crepuscolo qualcuno non ha saputo leggere e soppesare bene gesti, situazioni, parole, altrettanto a qualcuno è piaciuto cercare il marcio anche dove non vi era facendo leva sull’incapacità del sistema di essere sempre snello e trasparente.

A Ferrara quella notte si è consumato un dramma e, a mio avviso, la verità processuale non ci ha fornito la verità reale; una campagna mediatica così aggressiva nei confronti degli agenti ha creato schieramenti così netti e così avvelenati che sfido qualsiasi giudice a poter essere davvero scevro da condizionamenti: i poliziotti andavano puniti e basta, questo è il mio pensiero…ma le sentenze si rispettano.

Ancor prima si potessero definire i fatti quei poliziotti erano solo degli assassini, ancor prima si potesse avere il conforto di incidenti probatori e interrogatori la stampa, il mondo del web, una certa parte della politica aveva già scritto la propria sentenza un po’ come si fece con il Commissario Calabresi vittima semplicemente di un odio profondo e viscerale non tanto per quello che avrebbe potuto fare ma semplicemente per quello che rappresentava.

Oggi questa vicenda è finita, almeno a livello giudiziario, rimangono i dissapori, le tensioni, gli schieramenti, anche i condizionali di chi distingue la verità dei fatti dalla verità processuale come quelli espressi dal Ministro Cancellieri;  dispiace anche rimangano gli insulti, l’odio reciproco delle parti…….l’odio!!!

Inaccettabili sono le parole di insulto verso la vittima da parte di uno dei condannati nonché le risposte mezzo stampa di chi ha nobilmente perseguito il principio di verità e giustizia, persone queste  che ancora, nonostante il pubblico odio e il sangue versato,  si rendono protagoniste di indegni strascichi di questa orribile e dolorosa vicenda che dopo un risarcimento milionario e una sentenza tra le più dure mai irrogate per un omicidio colposo dovrebbe solo che finire nella reciproca noncuranza tramandando solo il ricordo di chi, per ragioni certe solo alla giustizia degli uomini, non c’è più.

Perché, a questo punto, che cos’è la verità e la giustizia ??? Di sicuro è il ricordo di Federico, su questo non vi possono essere dubbi, non credo però sia il protagonismo di una madre coraggio, oggi milionaria per via dei risarcimenti, ma nemmeno  l’odio di uno sbirro a cui preventivamente è stata strappata di dosso la dignità e al quale  non è mai stato garantito da una larghissima parte della pubblica opinione il diritto di essere colpevole fino a sentenza passata in giudicato.

Michele Rinelli – In Giacca Blu

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Responses

  1. “a qualcuno è piaciuto cercare il marcio anche dove non vi era facendo leva sull’incapacità del sistema di essere sempre snello e trasparente…..”
    credo che il succo di tutta la vicenda si possa riassumere in questo passaggio del tuo scritto. Laddove il sistema sociale confuso ed in cerca di punti di riferimento, vigliaccamente abbandona i suoi uomini nel “front line” scaricando su di essi e solo su loro le conseguenze di gesti forse maldestri, è un sistema attraversato da una crisi culturale che poche speranze lascia alla possibilità di germogliare di nuovo.

  2. […] I poliziotti dicono: processo mediatico Share this:TwitterFacebookLike this:Mi piaceBe the first to like this. […]


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