Pubblicato da: paroleingiaccablu | 29/03/2012

DIAZ: i poliziotti non hanno colore ma solo la Giacca Blu!

Sono da sempre convinto che il valore della memoria sia un elemento imprescindibile per un popolo che vuole crescere, evolvere e migliorare la propria condizione economica, sociale e politica.

Sono un po’ contrariato però quando la memoria assume contorni che vertono verso una pura speculazione degli eventi che a un vero moto di ricordo, presa di coscienza, rielaborazione e conseguente crescita della coscienza culturale di un popolo.

Ed è così che negli ultimi mesi stiamo assistendo a una sorta di rivalutazione storica dei fatti del G8 di Genova del  2001.

Siamo partiti dal film ACAB (All Cops Are Bastards) che avrebbe voluto essere un coraggioso azzardo nei confronti della situazione umana e culturale dei poliziotti post G8 e siamo finiti a “DIAZ, non lavate quel sangue” di Daniele Vicari.

Mentre per ACAB posso dire con onestà che il lavoro di Sollima,  forse esasperato in alcune parti per esigenze di ritmo e di pubblico, una platea che doveva essere soddisfatta tutta, è un film che a mio avviso non è stato capito forse perché troppo sottile e intelligente.

Per “DIAZ” ancora non posso esprimermi in quanto non l’ho ancora visto ma dalle prime voci che corrono su questa pellicola è facile intendere come sia probabilmente molto più distruttiva della figura dello “sbirro”rispetto ad ACAB .

Un riflessione, quella su certi film,  che necessita di intelligenza e sano spirito critico e non quello che di solito siamo abituati a farci instillare da certe penne di quella corrente politico culturale e giornalistica  che vuole essere solamente e solitamente distruttiva.

Una distruzione che si evidenzia nettamente nei primi articoli di giornale che riguardano “Diaz”, al confine tra il patetico e l’offensivo ed in particolare mi riferisco a quello recentemente pubblicato da “Repubblica” ( http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/24/news/vitima_poliziotto_diaz-32112526/?ref=HRER2-1 ) ove tre individui, due poliziotti e una vittima del G8, si confrontano e commentano le sequenze durante la proiezione alla presenza di un taccuino.

Da quel taccuino più che un confronto, una recensione, una critica al film ne esce un teatrino povero e stucchevole ad uso e consumo di quella cultura dello scontro.

Partiamo dal fatto che definire importanti  rappresentanti sindacali che fanno solo sindacato da più di qualche lustro “poliziotti” capaci di fare disamine sui fatti del  G8 stride agli occhi  di chi di pietrate sui caschi ne riceve quintali ad ogni manifestazione di rilievo.

Perché, è bene dirlo, è difficile mantenere un contatto con la realtà del lavoro quando l’uniforme non la si indossa da moltissimo tempo ma non perché tu non la voglia indossare o non ti piaccia farlo ma semplicemente perché il famoso “distacco sindacale”, quello di cui tutti i sindacalisti beneficiano, lo dice la parola stessa, ti distacca, ti allontana, e dopo tanti anni ti fa cambiare pelle, forma, dimensione tanto da assumere più un ruolo politico che quello di un lavoratore e in questo caso di un poliziotto.

E di politica poi, in quell’articolo, si abusa in una maniera che rasenta davvero l’insulto per tutti coloro che scendono in piazza con la giacca blu e che di certo nelle manifestazioni che vanno a tutelare e a rendere sicure mai e poi mai pensano su quale simbolo metteranno la “ICS” alle prossime elezioni.

Ed è per questo che è ora di finirla, in virtù di un malinteso senso del pluralismo, di definire i poliziotti di “destra” o di “sinistra”, sia sindacalmente parlando che umanamente.

In piazza si scende per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, per garantire a chiunque il diritto al dissenso e per rendere liberi chi senza violenza vuole non essere in sintonia con quanto qualcuno ha deciso per loro.

Credo non sia giusto rappresentare in circostanze come questa quella che può apparire una sorta di militanza politica dall’interno della polizia stessa, perché qualcuno potrebbe anche pensare che, a questo punto, nelle manifestazioni di “sinistra” è meglio se si mandano “poliziotti di sinistra” così, magari, si possono evitare qualche “manganellata” di troppo, idem nelle manifestazioni della controparte.

Un messaggio pericoloso quello che vede poliziotti neri o rossi se non adeguatamente spiegato a una certa platea.

Un concetto che sembra quasi svuotare il senso di un’ istituzione come la Polizia di Stato che deve garantire a TUTTI il diritto a sentirsi tutelati senza evidenziare, come in quell’articolo, schieramenti politici netti e precisi che di fatto, nel lavoro quotidiano, non esistono.

E’ difficile stare nelle piazze, sulle strade ed essere accettati anche da coloro che sono contro le forze dell’ordine a prescindere ed è per questo che non rilevo necessario esternare ulteriori schieramenti là dove non ve ne sono ma che proprio per quel famoso concetto del “distacco” diventano normali per chi, attualmente, si sente più un “politico di polizia” che un poliziotto.

Michele Rinelli – In Giacca Blu –

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