Pubblicato da: paroleingiaccablu | 10/09/2019

LA PISTOLA? LASCIATELA IN CASERMA!

Perde il lavoro per essersi difeso! Questo l’epilogo di una vicenda assurda, consumatasi a Roma, dove un Maresciallo, che stava per essere investito da un’auto in fuga, estrae la pistola e spara.
Sulla traiettoria del proiettile, purtroppo, inermi passanti che, fortunatamente, se la caveranno con pochi giorni di referto.
( https://infodifesa.it/volevano-investirlo-sparo-contro-auto-maresciallo-dellarma-congedato/)
Una situazione che i giudici hanno liquidato con una assoluzione, risultato però che non ha risparmiato al Maresciallo Raffaele Russo una grave sanzione disciplinare, così grave da concludere il suo iter con la decadenza dall’incarico.
Ora, con il senno di poi, le valutazioni legate all’opportunità di esplodere dei colpi di pistola, in pieno centro abitato, sono tutti in grado di farle, i professori del giorno dopo nel paese dei santi, poeti, navigatori e allenatori, sono chiaramente numerosi anche e soprattutto tra quei generali che hanno decretato la perdita del posto di lavoro di chi scende in strada a difesa dei cittadini.
Può essere corretto censurare quel militare per aver esploso dei colpi con l’arma d’ordinanza in un contesto dove oggettivamente potevano rimanere coinvolte terze parti, così come effettivamente è accaduto, ma un conto è punire un comportamento da censurare un conto è infliggere sanzioni disciplinari di tipo terroristico! Cosa vuole dimostrare la Benemerita nei confronti di quel militare?
Che bisogna colpire durissimamente uno per educarne cento?
Cosa dovrebbero ricavare i commilitoni del maresciallo?
Che in strada devono solo morire e non reagire mai? (pur sbagliando e prendendosi i rischi del caso).
Ha forse fatto bene quindi il Brigadiere Mario Cerciello Rega e il suo collega Varriale a non portare al seguito l’arma d’ordinanza?
Questione su cui si giocherà la credibilità degli stessi militari nei confronti dei due americani ritenuti responsabili dell’efferato delitto.
Cosa vogliono quindi i Signori Generali?
Fare solo le passerelle ai funerali di stato o recitare solo la retorica dell’eroe?
A Roma la situazione della Benemerita Arma, dal caso Cucchi in poi, evidenzia un’isteria suicida determinata, forse, da qualcosa che deve cambiare nella mentalità di chi la dirige.
Perché un conto è censurare, educare, disincentivare un comportamento oggettivamente pericoloso, un conto è addestrare, valorizzare, far comprendere gli errori e lavorarci su per crescere come singoli carabinieri, come professionisti e come istituzione.
Voglia il Maresciallo Russo ricevere la massima solidarietà, da parte di chi scrive e non solo, per quanto lo sta coinvolgendo ma vogliano anche i vertici dei carabinieri comprendere che la storia recente li sta relegando a dannosi soloni di un corpo che non merita di essere raccontato come la contemporanea cronaca denuncia.
Una cronaca che ogni giorno delegittima (si veda il caso del povero Mario Cerciello) il lavoro di valorosi militari al servizio del bene comune e che per questioni interne di gestione continuano a evidenziare sempre di più la distanza tra ciò che attualmente è l’Arma dei Carabinieri e ciò che dovrebbe essere alle porte del 2020.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 09/09/2019

30 COLTELLATE AMERICANE!

“30 coltellate ma sono americani” …
Potrebbe essere il titolo di un film anni’60, uno di quelli con una trama avvincente dove, nonostante tutto, il bene vince sempre ma….
Sono americani e, forse, con loro non possiamo lavorare.
Sulla vicenda che ha visto morire tragicamente in una operazione di servizio il carabiniere Mario Cerciello Rega a Roma abbiamo letto e sentito di tutto, ma una cosa sembra emergere in maniera preponderante, si vuole o si cerca a tutti i costi di delegittimare l’operato dei militari in quella drammatica notte.
Dalla querelle legata alla presenza delle armi da fuoco addosso ai due carabinieri si è aggiunta anche quella del tesserino di riconoscimento che apre un’autostrada di giustificazioni per l’assassino del povero Mario.
Come se non bastasse il collega Varriale, sopravvissuto a quella furia omicida, risulta indagato dalla procura militare per le presunte mancanze di quella notte, un modo eccezionale per rendere quel militare attaccabile e non credibile durante il processo.
Così che, di nuovo, potrebbero aprirsi in anticipo, per assurdo, le porte del carcere per chi ha ucciso il nostro Mario, perché più facile potrebbe essere non solo trovare delle attenuanti ma dimostrare una legittima difesa putativa perché nelle condizioni in cui erano usciti di servizio i due militari non potevano essere facilmente identificabili come carabinieri.
Sia chiaro, questo non vuole essere un processo alle mancanze di chi ha avuto le sue motivazioni per uscire di servizio come se stesse andando a fare un aperitivo ma non possiamo sottrarci a una doverosa riflessione, non possiamo permettere che per determinate mancanze, probabilmente evitabili, gli assassini possano vedere le sbarre aprirsi prima del tempo.
Tutto questo non è giusto, non dobbiamo accettarlo!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 20/08/2019

AGOSTO DI SUICIDI: 3 CARABINIERI IN UNA SOLA SETTIMANA – BASTA!!

No, non si ferma la scia suicidaria di questa estate, sono 3 solo negli ultimi 7 giorni i carabinieri che hanno deciso di porre fine alla propria vita.

In questo turbinio di dolore, angoscia, depressione e morte i commentatori cercano sempre nel lavoro la causa di queste dipartite, nell’ambiente militare, nelle vessazioni più facili, in quello stress correlato alla funzione che qualcuno pensa e sostiene qualche peso dovrà pur averlo nella tragica scelta di porre fine alla propria vita.

La motivazione postuma di un suicida rimarrà sempre un insoluto, una ipotesi, i motivi reali li conoscono solo loro e se li portano nella tomba, a noi che rimaniamo e commentiamo il fenomeno il dovere di spingere il sistema a fare prevenzione.

Una prevenzione che non può passare però dalla ricerca dello scandalo a tutti i costi, per esempio segnalo che in questi giorni sta girando un video che si dice sia stato diffuso dal carabiniere suicidia due giorni fa, di soli 23 anni, dove documenta come sia stato allestito per lui un alloggio di fortuna dentro un archivio e per la diffusione tra i colleghi di tale sequenze i superiori lo abbiano preso di mira tanto da portarlo al suicidio.

Una didascalia, quella associata a quel filmato, che non ha alcun tipo di riscontro né diretto né indiretto e che non può essere preso ad esempio o studiata seriamente se non confermata in maniera più o meno ufficiale.

Perché la prevenzione dei suicidi deve essere una cosa seria, non una chiacchiera, non un pretesto o una voglia di rivalsa verso meccanismi di origine borbonica quali sono spesso quelli militari.

Prevenire i suicidi, diminuire il numero, nelle forze dell’ordine che si uccidono, deve partire certamente da una caposaldo, se un militare ha bisogno di aiuto il sistema non deve peggiorare la sua situazione, né direttamente né indirettamente, né in termini umani né in termini professionali.

Se un uomo in uniforme ha un disagio psicologico il sistema lo deve supportare non lo deve affossare con provvedimenti che forse sono a tutela del sistema e solo di quello e non di chi subisce un disastro dei propri equilibri psichici.

Togliere l’arma, mettere in malattia, non può essere l’unica soluzione, dimostrarsi deboli e bisognosi psicologicamente deve essere per i militari e per le nostre divise un diritto non una colpa non un disastro irrisolvibile.

…. ne parleremo ancora purtroppo, sperando che qualcuno si svegli….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Si chiamava Giuseppe, aveva 37 anni, stava sulle Volanti di Palermo, ha scelto un cavalcavia autostradale, un volo, come se fosse un angelo, per andare via e lasciarci così…. con il dolore dei suoi perché.
Stava male Giuseppe, a lui avevano applicato il “famoso” articolo 48, una norma che non si capisce, al giorno d’oggi, chi vuole mettere al sicuro, se la salute di chi sta male, e chiede aiuto, o l’amministrazione della pubblica sicurezza che per non saper leggere ne scrivere ti toglie tesserino, pistola e manette e ti mette a casa, forse a guardare un muro, forse a dirti che non servi più, forse perché non ha la forza di fare altro.
Perché il disagio mentale, anche dei poliziotti, non è più un tabù, almeno così sembra, il Capo della Polizia Prefetto Gabrielli non ha certo ignorato la problematica, anzi, ha istituito un osservatorio permanente sul fenomeno ma, evidentemente, non basta.
Il problema non è l’articolo 48, il problema non è la pistola, un cavalcavia è più che sufficiente, il problema è capire come prevenire queste morti, come agire per non far sentire soli e abbandonati questi colleghi, questi poliziotti, queste persone.
Un “48” per uno che sta alle volanti è un disagio, umano ed economico, ti tolgono il lavoro, ti tolgono le indennità, ti mettono a casa a stipendio base e al posto di aiutarti indirettamente ti affossano…. Con mutuo, figli e debiti vari da onorare.
E non è colpa del medico di corpo, sia chiaro, ma di quel sistema che oltre ad “osservare” non ha la forza di farsi carico di un problema anche, forse, per colpa di quell’italico vizio di approfittarsi, spesso e volentieri, di quei maccanismi assistenziali, che con fatica, certo, si potrebbero attuare. Farsi carico di un disagio mentale è una fatica enorme per le famiglie, figuriamoci per un sistema che fa fatica a fare tante cose…..
Giuseppe era una Giacca Blu che correva in soccorso degli altri ma per soccorrere le Giacche Blu come Giuseppe dobbiamo superare le osservazioni delle commissioni e i meccanismi degli articolo 48.
Anche i soccorritori hanno bisogno di essere soccorsi….. Quando capiremo chi soccorre i soccorritori?

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 13/08/2019

…CI INCONTRIAMO COSI’, SUL SENTIERO DELLA VERITA’!

Toffa_Nadia_sorriso_97_Fg_Ipa

Oggi parlano tutti di te e pur non essendo un tuo fan ma solo uno che ogni tanto seguiva il tuo lavoro d’inchiesta spesso rifletteva su quanto questo mondo abbia più che mai bisogno di persone che cercano la verità.

Non sempre ho apprezzato il lavoro delle “IENE”, in un mix di scandalo estremo intriso di verità sempre cercate in chiave scandalistica perché, come ogni prodotto televisivo, devi sì parlare, deve sì raccontare ma deve anche intrattenere rispettando certi canoni, quelli di un prodotto commerciale che deve essere venduto.

Comunque vada di certo una cosa ci accomuna, quella di far parte di quel mondo al servizio della verità, una verità che spesso non si trova, non si riesce a trovare, non si vuole trovare, non si può trovare, persa e immersa spesso in meccanismi indicibili, inenarrabili, inaccettabili e che forse non si possono raccontare.

Ed è in quel mondo dove vorresti la verità ma non riesci ad averla o a trasportarla, per il bene comune, che si incontra gente come noi, spesso su barricate opposte, spesso in vero contrasto, con finalità diverse ma con lo stesso obbiettivo: la verità.

Perché il giornalista, nella sua più alta espressione professionale, lavora con lo stesso obbiettivo dei poliziotti, ricostruire verità fattuali da dare ai cittadini ma anche ai giudici.

Ed è negli occhi di una bellissima 40enne che ci lascia così, con grinta, sagacia e un sorriso che adesso regalerà agli angeli il pensiero e la raccomandazione di continuare a lavorare da lì, come facevi in questa dimensione terrena, alla ricerca della verità, per il bene comune, per il bene dei cittadini, nel rispetto di un popolo e di un paese che certo di verità ne ha sempre ricevuta poca ma che continua ad averne bisogno più che mai.

Ciao Nadia, buon viaggio

In Giacca Blu – Michele Rinelli

È una iniziativa strana per l’Italia quella della associazione “Good Guys In Bad Lands” di Rocco Pacella, un militare che da anni cerca di portare reale e concreto conforto alle divise che versano in condizione di difficoltà!
In questi giorni il sodalizio, composto in gran parte da persone che gravitano nel mondo delle uniformi, ha diffuso questa iniziativa “Adotta un Sottocamicia”, ossia un corpetto antiproiettile e antilama che gli operatori possono indossare costantemente durante tutto il servizio, in divisa e in borghese, per essere protetti da azioni violente e improvvise che possono capitare durante l’espletamento del quotidiano lavoro.
Per un attimo vi chiediamo di tralasciare polemiche e legittime domande sul perché non sia il datore di lavoro a fornire questi strumenti, di certo è intenzione anche grazie a questa iniziativa gettate le basi affinché il sistema abbia a comprendere dove è giusto investire per la sicurezza dei nostri uomini in divisa e per la serenità delle famiglie che li attendono a casa.
L’iniziativa consente di donare anche solo il costo di un caffè per agevolare l’acquisto tramite un parziale rimborso, ovviamente non l’intero costo, di un corpetto protettivo a gli operatori che ne faranno richiesta.
Questo blog sostiene l’iniziativa perché crede non solo nella bontà della stessa ma crede nella genuinità e nella onestà di chi poi dovrà amministrare questi soldi.
È allora offritemi un caffè, se vi va e aderite a questa iniziativa….
Aiutateci ad aiutarvi, la nostra sicurezza è la vostra e delle nostre famiglie.

Grazie

DONA A QUESTO LINK:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2454624861284658&id=561781787235651&sfnsn=mo

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 30/07/2019

DITELO: “TI SEI FATTO AMMAZZARE!”

Mario non aveva la pistola!
Alzi la mano chi nella sua beata ignoranza sta pensando che si sia fatto ammazzare!
Dai su, diciamolo, “webetiamo” un po’, tanto per gradire e gridare, giusto che di cazzate, più o meno volute se ne sono dette e fatte tante durante le fasi drammatiche di questa vicenda.
Mario non aveva la pistola e, come detto anche dal Procuratore Generale di Roma, persona evidentemente molto più capace e attenta di tante altre nella sua stessa posizione, ha già affermato che nulla sarebbe cambiato, nella sopraffazione del momento non avrebbe potuto reagire, mentre il collega di Mario, dalla posizione in cui si trovava (stava bloccando il complice), nulla avrebbe potuto fare se non successivamente sparare a una persona in fuga, gesto che lo avrebbe esposto a gravi conseguenze giuridiche e che avrebbe messo a repentaglio l’incolumità di ignari passanti.
Ed è lecito domandarsi: se quando puoi legalmente sparare non puoi farlo e quando praticamente puoi farlo legalmente, non sei autorizzato per altre ragioni, questa pistola a che serve?
Ed è forse nella coscienza di questo dilemma che Mario, più o meno consapevolmente non si è portato addosso l’arma, in barba ai regolamenti, che ti ordinano sempre di portarla al seguito.
Un modello, la Beretta 92, quello in dotazione alle nostre forze di polizia, assolutamente inidoneo a essere portato con gli abiti civili e che in un contesto dove non devi essere scoperto diventa pericoloso per il solo fatto di averla addosso, specie in estate, dove maniche corte e abiti leggeri ben evidenziano la sagoma di un’arma nata per il porto esclusivamente in uniforme.
Non è un caso se la settimana scorsa a Terni, a seguito di una colluttazione, le cui immagini sono diventate virali sui social, un soggetto è stato in grado di sfilare l’arma a un agente di polizia in borghese ( e a sparare!) intervenuto a dare manforte a dei colleghi in divisa in difficoltà. Portare quell’arma, così voluminosa, specie in estate, in abiti civili, magari in cintola, é complicato e per comodità spesso la si espone ad una facile sottrazione, evento questo che non dovrebbe mai accadere!!
E si ripete quindi l’annosa questione legata alle dotazioni, a che armi servono davvero, all’importanza di quelle protezioni passive, come i giubbotti antilama sottocamicia, che nessun vertice, nessun politico, poche organizzazioni di categoria stanno prendendo in considerazione in queste ore, tutte concentrate sul taser, la pistola elettrica, utile si, come ogni cosa, ma che rischia di diventare solo un manifesto politico.
Ed è così che a margine di questa drammatica e tragica vicenda la riflessione che deve scaturire, il valore che dobbiamo dare alla morte del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega è quello di studiare ed impegnarci tutti affinché gli operatori di polizia abbiano ad aumentare, con gli idonei strumenti, le probabilità di sopravvivenza….
Perché fare il Poliziotto, il Carabiniere o più in generale l’operatore della forza pubblica è un mestiere pericoloso e pensare di poter azzerare i caduti non è possibile.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 29/07/2019

Ciao Mario…

Caro Mario

non ci conosciamo ma in questi giorni tutti hanno conosciuto te, la tua bellissima moglie, il tuo pericoloso lavoro, la passione per la divisa vissuta come una missione sociale, costante e instancabile, che ti vedeva impegnato in quel mondo non solo durante il servizio.
Sai Mario, ho circa 20 anni di servizio, ho fatto il Carabiniere anch’io, quella divisa l’ho nel cuore ogni giorno per tante ragioni e tanti motivi ed è grazie anche a ciò che proprio la tua divisa ha rappresentato nella mia vita credo di poter dire di essere quello che sono, nel bene e nel male.
Non so come sia dalle tue parti adesso, ma so che un giorno leggerai queste righe che in fondo mi servono per ringraziarti.
In tanti anni non ho mai visto tanta corale partecipazione umana e collettiva per la morte di un Carabiniere, sincera, spontanea, per alcuni rabbiosa, per un figlio di tutti, appena sposato, ucciso stupidamente per 100 euro con 11 coltellate.
La morte ha sempre un senso, probabilmente, ma è necessario che chi rimane lo colga, lo capisca, ben oltre la naturale e umana accettazione che in questo momento sta tragicamente colpendo la tua famiglia.
Tutte quelle persone in fila per te ci chiedono, a noi uomini in divisa, una sola cosa: giustizia e protezione, quella che volevi fornire persino a a colui che le cronache definiscono uno spacciatore, un fuori legge, per il quale hai dato la vita….
Da oggi, chiunque indossa una divisa deve pensare quanta fiducia le persone vogliono avere nelle nostre uniformi per sentirsi protette, in un mondo completamente sballato, dove il senso di giustizia fai fatica a tenerlo in vita, un popolo, il nostro, così smarrito e perso, così voglioso di sfogare la rabbia per questo stato di cose, che nemmeno più si indigna se qualche diritto di un arrestato viene calpestato….
In fondo ogni giorno vengono distrutti diritti di milioni di onesti italiani anche grazie al lavoro di una giustizia che laddove non è corrotta fa fatica a funzionare bene.
Caro Mario, il futuro non ci riserva momenti facili, anzi, se in questo paese non ritorna ad esserci un certo ordine nelle cose il rischio è che si accettino aspetti di cui un giorno, noi uomini in divisa, pagheremo amaramente.
Perché se neghi un diritto, se arretri nel rispetto delle regole, se pensi che nulla valga se non la voglia di rivalsa e sopraffazione, quando girerà il vento, perché il vento gira sempre, avremo reso vana la tua morte.
Ed è così che la fiducia dei nostri concittadini, dimostrata davanti al tuo feretro, deve diventare la nostra responsabilità a non cedere noi, appartenenti alle forze dell’ordine, alla voglia di barbarie, perché solo nel rispetto delle regole, in cui sono certo tu credevi, può continuare il percorso di crescita di una umanità che, evidentemente, per ora, forse a ragione, si è presa una pausa.
Ed è per questo, caro Mario, ti prego di volgere spesso uno sguardo sulle nostre divise, per consigliarci, per darci forza, per non cedere mai al sopruso, alla violenza, alla divisa come strumento di prevaricazione, anche quando ritenuta dai più umana e comprensibile, per il bene di questa nazione e di quei bravi cittadini in difficoltà a cui tu hai dato tanto.

Grazie Mario, buon viaggio

Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/07/2019

…. IN FILA PER RABBIA!

Partecipazione, dolore, folla oceanica per Mario, la sua camera ardente è esplosa di affetto e di commozione, per quello che era, per quello che rappresentava.
Al Tg2 nel servizio l’inviato chiede il perché alle persone in fila, da ore, per salutare Mario, tra le risposte quella che più mi ha colpito è stata “SONO QUI PER RABBIA!”.
Ed è forse il sentimento che più pervade il sentire comune, la rabbia, feroce, aggressiva, i social sono un vomitatoio di porcherie di ogni tipo, così cattivi, così rabbiosi che in molti vedono quella benda usata durante le fasi di fermo di uno dei due presunti assassini come un gesto tutto sommato tollerabile, in un moto di vendetta che la società brama, per tutti, ogni giorno.
Di rabbia esplode questo paese, in questo periodo, speriamo breve, di rottura netta con il passato, fino a qualche anno fa mai avremmo visto tollerare atti come quelli rappresentati da quella benda.
Ed è su questo piano sociologico che dobbiamo focalizzare la nostra attenzione, un assassino deve avere paura delle nostre leggi, delle nostre galere, non di ipotetici e giustificabili, per alcuni, atti arbitrari che qualsiasi divisa potrebbe utilizzare.
È chiaro e lampante, quasi impossibile oggi credere nel “sub lege libertas” nelle settimane dove i giudici del CSM vengono dipinti come una cupola di mafiosi e i bambini di persone in difficoltà vengono strappati alle loro famiglie attraverso un sistema dove gli stessi giudici sono comunque coinvolti.
Così che non vi è più nulla in ordine, immersi in un caos dove va bene tutto, va bene anche la vendetta, basta vedere che qualcuno, in qualche modo garantisce, se pur malamente, approssimativa giustizia, fosse anche l’occhio per occhio…. e una benda!
Così che quella coda, quel popolo in fila per salutare Mario non è solo rabbioso ma chiede a noi, uomini in divisa, l’aiuto di essere protetti e, a modo loro, ci tollerano tutto, anche una certa dose di violenza….e ce lo dicono con una vicinanza commovente di cui però abbiamo il dovere di definire i contorni.
Un meccanismo pericoloso questo che uno Stato, un sistema paese, una società civile deve fare in modo che non esploda in meccanismi di tollerata giustizia “sommaria”.
Grazie per il sostegno, grazie per la comprensione, ne avremmo avuto bisogno qualche anno fa…. ma un giorno ci sveglieremo tutti da questa rabbia e se non saremo stati noi, uomini in divisa, attenti e moderati prima pagheremo più di tutti poi, come fosse un colpo di mano, a causa di questo schizofrenico e cattivissimo periodo.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/07/2019

INACCETTABILE!

Inaccettabile è il Vice Brigadiere Cerciello Rega colpito a morte, inaccettabile è vedere due ragazzi di una facoltosa famiglia americana, in vacanza, accusati di un efferato omicidio, inaccettabile però è anche constatare come sia semplice offendere la memoria di un caduto nell’adempimento del dovere.
Perché, caro collega se è vera la foto che hai bendato l’assassino, se vuoi fare lo sbirro, quello cattivo, non giochi a mosca cieca, puoi inventare qualsiasi cosa per sfogare la tua rabbia per aver perso un fratello di giubba ma te ne assumi la responsabilità veramente, non rischi di vanificare la credibilità di un corpo come quello dei Carabinieri, già provato proprio a Roma dalla tragedia del caso Cucchi, con un comportamento, e una foto, il cui risultato sarà semplicemente una squallida e ulteriore denigrazione e strumentalizzazione della figura del povero Mario nonché della bontà del lavoro degli inquirenti.
Vigliaccata per Vigliaccata sarebbe stato, nel presappochismo professionale espresso, più giusto farlo “cadere dalle scale” , comportameno anch’esso deprecabile e delinquenziale ma almeno capace di dare un senso a quella rabbia che stiamo covando tutti verso quell’assassino… Rabbia che i professionisti sfogano diversamente non con questi puerili comportamenti!
…e a te che hai fatto la foto chiedo perché? Per dimostrare cosa a chi? Per ragalare argomenti a quei detrattori che gioiscono per la morte di Mario? A chi l’hai mandata quella foto? Al gruppo di colleghi? A tua moglie? Ai tuoi amici del calcetto? Alla tua amante? Per dimostrare cosa? Che giochiamo a mosca cieca con gli arrestati? Che so, specificando che magari, come i naioni, ci divertiamo anche a dare lo “schiaffo del soldato”?
Bene ha fatto il Comando Generale a prendere la distanze da comportamenti di questo genere che facilmente potrebbe finire con l’imputazione di chi era presente per il reato di tortura!
A noi, per l’ennesima volta, la riflessione sul concetto di professionalità e uso dei social…. Su cui tutte le divise, evidentemente, devono cominciare a ragionare ai tempi del 5G….. Ancora più veloce, ancora più potente, ancora più pericoloso!

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Older Posts »

Categorie