CAOS E VIOLENZA….

La giustizia fa gioire, infatti quella di giubilo è stata la reazione dei carcerati di Santa Maria Capua Vetere e dei loro familiari dopo le notifiche dai Carabinieri degli avvisi di garanzia proprio nel carcere e proprio di fronte ai familiari dei reclusi.

Una vicenda che ancora una volta denuncia che dalle carceri può iniziare il tentativo di caos estremo che stiamo assistendo negli Stati Uniti, del resto il germe delle confusione è evidente anche alle nostre latitudini e i mesi a venire saranno proprio per questo lunghi e complicati.

In questa voglia di caos, di rivoluzioni, di cambio ormai necessario della società, delle economie di scala, della politica, che il post virus certamente accelererà in maniera importante, continuare a delegittimare le forze dell’ordine, come la Polizia Penitenziaria, non può che far male a questo paese e non è un caso che dopo il teatrino delle notifiche fatte direttamente in carcere a 44 colleghi i reclusi abbiano ricominciato a ribellarsi sicuri che, ormai, sia fin troppo semplice mettere in discussione gli operatori di polizia addetti alla vigilanza. https://www.poliziapenitenziaria.it/ancora-follia-a-s-maria-cv-carcere-in-mano-a-detenuti-e-agenti-feriti/

Nessuno vuole immaginare che quella operazione di polizia dentro il carcere sia stata fatta di proposito per dare qualche segnale a qualcuno ma appare evidente come determinate azioni fatte senza criterio di opportunità siano estremamente pericolose per la tenuta del paese, un paese questo che se continua a fare o a dare in mano il potere a miopi incompetenti rischia di dover superare la fase di caos con più morti di quanto davvero necessario.

Tutto il mondo deve cambiare passo, guardare al futuro distruggendo il passato ma un conto è gestire il passaggio, un conto è lasciare che venga distrutto tutto senza motivo, dalle statue, alle istituzioni alla parte sana della società….

Non toccate troppo le forze dell’ordine, colpire chi sbaglia con la divisa indosso è un dovere necessario, colpire intere istituzioni con metodi discutibili invece è davvero molto pericoloso!

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

COME A MINNEAPOLIS: CHIUDIAMO LA “CATTIVA” POLIZIA PENITENZIARIA!

44 sono gli Agenti della Polizia Penitenziaria finiti sotto inchiesta nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere e le accuse sono quelle classiche da “Polizia Violenta” che tortura le persone.

La cronaca che giunge dal penitenziario è quella di una catastrofe, di divise sospese e stravolte dal prezioso lavoro dei magistrati a cui tutti ci dobbiamo affidare….

Sono singolari, certo, le modalità raccontate dal Fatto Quotidiano, senza discrezione alcuna, di fronte ai familiari dei detenuti, in un turbine di totale delegittimazione verso chi è stato indagato, ed è solo tale, ma anche verso chi stava andando a lavorare con la stessa divisa di chi è stato messo in discussione dagli inquirenti e formalmente inquisito sul posto di lavoro. https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/11/santa-maria-capua-vetere-44-secondini-indagati-per-i-pestaggi-ai-detenuti-agenti-sui-tetti-per-protestare-contro-i-carabinieri/5831542/

Per chi segue la cronaca del settore è evidente da tempo una sorta di attacco e, se attacco non è, di certo in qualche modo si vuole evidenziare una inaffidabilità di chi dentro i penitenziari svolge un lavoro duro, difficile e pericoloso.

Mettere in discussione adesso, in questo momento storico, in continuità con quel trend già visto negli ultimi anni, non è salutare per la nostra democrazia e se davvero la Polizia Penitenziaria è un cancro da estirpare o un corpo inaffidabile che si ponga rimedio, serio, senza spettacolarizzazioni, senza speculazioni, senza metterli in discussione di fronte ai familiari dei detenuti e dei carcerati stessi.

Le carceri sono microcosmi difficili che necessitano di investimenti veri, seri, oculati e sensati, nel rispetto di quei operatori di polizia onesti e professionali che ogni giorno vanno a mettere a rischio la loro sicurezza per la nostra incolumità.

È chiaro da anni che abbiamo bisogno di una riforma carceraria, un vero e proprio ribaltone, magari privatizzando gli istituti ma se per giustificare politicamente questa necessità dobbiamo delegittimare, azzerare, distruggere anche la parte sana della Polizia Penitenziaria al fine di poterla chiudere, come a Minneapolis il dipartimento della pubblica sicurezza a seguito della morte di George Floyd, lo si faccia subito, isolando immediatamente chi disonora un lavoro importante e fondamentale per la tenuta della società civile.

Bisogna contrastare la logica del caos, perché delegittimare le forze di polizia, tutte, Polizia Penitenziaria compresa porta solo confusione, smarrimento e tanta tanta confusione.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

LA POLIZIA CHIUDE!

La Polizia è diventata violenta e incapace? La Polizia può chiudere!

Questo sta accadendo negli Stati Uniti, la morte del povero George Floyd sta dando la scusa per riformare la sicurezza pubblica americana, la polizia di Minneapolis ha dichiarato di chiudere il dipartimento della pubblica sicurezza e di volerlo rifondare mentre New York e il suo NYPD sarà finanziariamente ridimensionato.

Da tempo i cittadini chiedono il “De Fund” ossia il disinvestimento delle forze dell’ordine poiché, secondo alcuni, metodi, approcci, capacità di “servire e proteggere” non sono all’altezza dei soldi spesi.

Il sindaco di New York infatti dirotterà una cifra consistente dall’NYPD ai servizi sociali seguendo un ragionamento semplice e banale ossia che se determinati problemi gestiti dalla polizia, evidentemente, non sono problemi di ordine pubblico certamente lo sono di tipo sociale, del resto anche in Italia molti problemi di tipo sociale vengono considerati in maniera miope problemi di polizia quando non lo sono.

Un cambio di paradigma questo non privo di enormi questioni, davvero vogliamo credere che il solo dirottare fondi possa risolvere i problemi ?

Quanti anni di buona assistenza sociale ci vogliono per vedere i frutti sull’ordine pubblico?

Quanto si rischia, semplicemente, di creare un vuoto simile a quello che la sanità pubblica ha creato a favore di quella privata e che in Italia in emergenza Covid abbiamo visto tutti ?

Nel vuoto pneumatico di sicurezza pubblica chi riempirà quel vuoto?

Forse quella sicurezza privata, che in Italia chiamiamo sussidiaria, che difenderà e potrà difendere solo i ricchi cittadini di ricchi quartieri e che si possono permettere di pagare per essere difesi ?

È dunque questo il progetto della “Green Society”? Servizi “pubblici” solo per ricchi privati?

Noi non siamo l’America ma che logica è quella di disinvestire su un sistema per risolvere i problemi del sistema stesso?

Una macchina come quella della sicurezza pubblica, necessaria, utile, imprescindibile per qualunque sistema democratico, come può curare se stessa semplicemente chiudendo i rubinetti?

La pubblica sicurezza è una macchina che si butta via o che si aggiusta con i giusti investimenti magari cambiando persone, filosofia, addestramento e approcci?

Chi prende per i fondelli chi?

Tutta colpa di un povero ragazzo morto in una maniera atroce o, solo, la scusa politicamente spendibile per ingrassare agenzie private e sottrarre diritti e tutele ai cittadini americani? (e forse prima o poi a tutti i cittadini occidentali?)

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

I POLIZIOTTI NON FANNO LE RIVOLUZIONI MA CI DIFENDONO DAL CAOS!

L’America è a fuoco e fiamme, le immagini dure che ci arrivano dagli Stati Uniti ci restituiscono uno spaccato di un paese dilaniato che della sua fama di territorio libero, civile e democratico sta perdendo completamente tutti i pezzi.

Il povero George Floyd, morto sotto un criminale ginocchio di un poliziotto di Minneapolis, sembra essere la scusa per attizzare i carboni di un disagio sociale profondo e che di quel “negro” forse nemmeno importa più di tanto, troppa violenza a compensare la morte di un solo uomo che, sia chiaro, non doveva morire sotto le ginocchia dello Stato.

Un caos che rischia di deflagrare nella più assurda delle degenerazioni e speculazioni se anche le divise, le forze dell’ordine, cominciano a solidarizzare con i manifestanti, dove la differenza tra ciò che è umana vicinanza e ciò che potrebbe, o forse lo è già, speculazione politica, non si distingue più.

È bello vedere poliziotti che fanno ammenda, si scusano, si prostrano, si inginocchiano verso quella vita strappata in modo criminale, o almeno così sembra, ma siamo sicuri che la solidarietà delle divise, in quel modo, in quella maniera, in quel contesto, sia semplicemente un modo per chiedere scusa?

Ciò che è caos, caos rimane, da anni sento la richiesta di promiscuità tra forze dell’ordine e “rivoltosi”, dove il popolo è sempre nel giusto e in quanto tale deve essere sostenuto dalle divise…. ma se accadesse sul serio?

Chi conterrebbe i violenti, quelli che in questo momento saccheggiano e distruggono senza motivo danneggiando altri cittadini, non meno bisognosi, e detentori del diritto di non essere derubati?

Chi perseguirebbe i reati di chi nulla c’entra con la rivoluzione ma solo con il caos e la speculazione?

Chi metterebbe un freno a quei dubbi personaggi che di solito si infilano nelle pieghe del “popolo giusto” solo per seminare caos, panico e inutile e gratuita violenza?

Siete sicuri che in Italia, in un contesto del genere dove, a quanto pare, il 40% dei cittadini (come titola oggi Ilvo Diamanti su Repubblica ) vorrebbe l’uomo forte tanto da rinunciare a pezzi di democrazia, dicevo, siete sicuri che le divise si debbano gettare in mezzo a questo caos?

Chi sorveglierebbe le degenerazioni di quella che facilmente diventerebbe una guerra civile? (gli eserciti alla fine farebbero ordine pubblico… Ma a modo loro!)

Le rivoluzioni le devono fare i rivoltosi e le divise devono contenere ciò che di eccessivo esiste in ogni rivolta perché le rivolte sono una cosa, il caos però è solo caos dove spesso a guadagnarci sono solo chi specula sulla violenta confusione.

Ciascuno deve rimanere al proprio posto a meno che non si decida, senza promiscuità, di cambiare poltrona o schieramento perché non è detto che essere parte del popolo significhi scendere in strada con lui con il rischio di non riuscire a difenderlo.

“To Serve and Protect”…. Sempre e comunque….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

… CHIAMATELO ASSASSINO….

…. Ma non tutto sembra essere come sembra!

George Floyd non è morto soffocato, questa è la prima risultanza shock della autopsia sul cadavere del povero ragazzo di colore la cui morte sta scuotendo il mondo intero. ( https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/30/george-floyd-lautopsia-non-e-morto-per-asfissia-ne-strangolamento-poteste-infiammano-gli-usa-uccisi-19enne-e-un-agente-centinaia-di-arresti-casa-bianca-sotto-assedio-pentagono-prepara-i-m/5818705/)

Minneapolis insieme a molte località degli Stati Uniti sono letteralmente a ferro e fuoco, in un contesto sociale dilaniato da venti razzisti ma anche da questioni culturali estreme che la pandemia di certo non ha migliorato.

Quel ginocchio sul collo però urla giustizia, per una tecnica la cui efficacia è tanto conclamata nella sua praticità quanto nella sua pericolosità.

Chiamarlo assassino diventa così un esercizio più difficile, perché se quella compressione non sarà stabilita senza ombra di dubbio quale causa del decesso non si comprende con che logica la municipalità di Minneapolis ha deciso di licenziare, subito, senza appello, l’imprudente agente.

La famiglia della vittima chiede un supplemento di indagine, definita indipendente, e per quello che questa storia sta provocando dovrà necessariamente essere accordata.

Peraltro, conoscendo la mentalità fatta di procedure, di protocolli, di manuali, che in Italia ci sogniamo, chi ci dice che quel ginocchio sul collo non sia, in maniera criminale e assurda, previsto come normale protocollo di immobilizzazione per la Polizia di Minneapolis ?

In Italia invidiamo le Polizie Americane, tra miti televisivi e capacità di essere efficaci con metodi duri, dubbi e discutibili, consci che, al netto di avere criminali in divisa o dei veri e propri incapaci, a una successiva e più pacata disamina, aspettare le risultanze di una causa effetto non solo è doveroso ma dovrebbe costituire, anche per quella politica che subito ha scaricato le sue forze dell’ordine, un cardine per definire un paese uno Stato di diritto, quale speriamo e crediamo essere gli Stati Uniti.

Morire sotto il ginocchio di un poliziotto non deve essere possibile in nessuna parte del mondo ma prima di essere definiti assassini aspettiamo di capire quanto criminale e pesante fosse quella compressione.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

SERVIRE & PROTEGGERE

“TO SERVE AND PROTECT”, servire e proteggere, così recitano molti motti delle polizie sparse sul continente americano, una frase vuota vedendo le ultime immagini che arrivano da Minneapolis.

In ogni parte del mondo civilizzato esistono morti da compressione posturale, in Italia il caso di scuola ha il nome del povero Federico Aldrovandi, morto, così si sentenzia, per una manovra di immobilizzazione maldestra a Ferrara da parte di alcuni agenti della questura di nel 2005.

In questi anni, ormai 15, molti sono stati gli approcci addestrativi per ridurre il rischio di decesso della persona da immobilizzare e tra le tante disquisizioni ormai è imperativo non andare a comprimere parti estremamente pericolose come il collo, il petto, la testa della persona da fermare, elementi addestrativi peraltro condivisi e discussi in tutto il pianeta, che cosa è successo a Minneapolis?

Di sicuro “to serve and protect” non vale indistintamente per tutti o dobbiamo credere che l’agente ritratto in foto non ha nemmeno seguito le criticità rilevabili sulla stampa in casi analoghi oltre, forse, a non aver mai assistito ad un addestramento di base sulle immobilizzazioni al suolo.

Sia chiaro, se il comando di Polizia di Minneapolis non ha perso tempo a licenziare gli agenti coinvolti appare evidente e conclamabile che gli stessi abbiano contravvenuto palesemente a qualsiasi tipo di protocollo di intervento, sia sul piano procedurale che sul piano fattuale, l’aspetto razziale non voglio minimamente prenderlo in considerazione.

Così che, come spesso ripeto, il mito della polizia addestrata e capace degli Stati Uniti è appunto un mito e che fare i poliziotti è diverso dall’essere poliziotti e laddove esiste un disagio, una mancanza, una eccessiva lacuna addestrativa questa va intercettata, colmata e sanata.

Servire e proteggere non può essere solo uno slogan ma uno stile di vita al servizio dei cittadini e delle sane istituzioni democratiche.

Un pensiero per George Floyd, un cittadino che forse non doveva essere “servito” ma di sicuro andava protetto da tutto ciò che la violenza, anche quella legittima, può generare.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

…. EHI TU, A 27 ANNI SEI GIÀ VECCHIO!

Vecchi a nemmeno 30 anni, questo è il pensiero che ha assecondato una legge che dall’oggi al domani ha ribaltato i sogni di circa 1223 aspiranti Agenti della Polizia di Stato.

Nel 2017 affrontano un concorso, con studio, sacrificio, trasferte e tante ore passate a studiare e a provare quiz dalla mattina alla sera, per coronare il sogno di una vita.

Viene stilata una graduatoria, moltissimi affrontano le visite, progressivamente gli idonei partono per il corso ma, all’improvviso, qualcosa si rompe, nel 2019, nel pieno della crisi generazionale che affligge tutte le forze di polizia qualcuno si accorge che bisogna fare qualcosa, bisogna svecchiare, a qualsiasi costo.

Non importa se lo svecchiamento sarà effettivo o artificioso, l’importante era aggiustare la media aritmetica, un modo come un altro per fare qualcosa subito a discapito di chi, però, stava lottando per riuscire ad avere la tanto agognata divisa.

Così che, con un colpo di mano, nel paese dei diritti acquisiti, di chi non può rinunciare a nulla se già ottenuto (vitalizi, pensioni e via discorrendo) ecco l’assurdo, durante le fasi concorsuali di un bando del 2017, una legge del 2019 stabilisce che quello che prima era un limite d’età individuato a 30 anni scende a 26 e il titolo di studio, la terza media, diventa il diploma.

Un evento questo che sconvolge e distrugge i sogni di 1223 persone che grazie a questo strano meccanismo si sono visti esclusi in corso d’opera dal concorso, sfavoriti di fatto solo dal punteggio iniziale (per quanto già parzialmente idonei), infatti chi aveva agguantato un risultato più alto è stato esaminato ed è partito, beneficiando delle regole previste dal bando originario, sancendo così che, dall’oggi a domani, una persona di 27 anni è diventata vecchia per fare il poliziotto.

Nei confronti di questi ragazzi si è consumata una ingiustizia determinata solo dalla incapacità di un sistema che doveva prevedere un congruo turn over nel tempo e che è dovuto correre ai ripari solo per poter sostenere, nei report semestrali, o nei tavoli delle trattative, che l’età media dei poliziotti, alla fine, non era poi così alta.

In questi giorni questi 1223 ragazzi vedranno il Tar Lazio decidere sul loro destino ma soprattutto speriamo che la giustizia amministrativa stabilisca che non può essere possibile cambiare le regole di un bando di concorso solo per fornire un dato statistico, in fondo per risolvere la senilizzazione degli agenti in servizio attivo ben altri sono i numeri da utilizzare.

In un mondo che presto vedrà gli effetti della più grande pandemia del nuovo millennio mai come in questo momento abbiamo bisogno di credere nella giustizia, nel diritto, nel dovere di seguire le regole stabilite all’inizio, senza cedere a “capricci” o “artifizi” ma anche di chi, giovani ma non giovanissimi, vuole indossare e confidare, come loro, nel valore dello Stato e nelle regole che egli stesso stabilisce nonché nella sua Polizia.

In bocca al lupo ragazzi….!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

… PIÙ VELOCI DI UN LADRO…(!?)

Stamattina mi si è contorto lo stomaco, abbiamo pianto in tanti, per un attimo ci siamo ricordati che il mondo va avanti nonostante il virus e il lavoro del poliziotto è pericoloso a maggior ragione.

Pasquale Apicella, Agente Scelto in servizio a Secondigliano è morto nel modo più banale per un poliziotto, l’incidente stradale.

Non c’è soluzione, ci può essere addestramento, tecniche di guida, capacità di pianificazione di un percorso ma quando inizia l’inseguimento tutto diventa più insidioso, si accetta un rischio ogni chilometro sempre più grosso.

Ho ricordato a chi mi legge che esiste un solo modo per tenersi agganciati alla vita ossia utilizzare la cintura di sicurezza, quella che il codice ci dà la facoltà di non indossare, con una assurda regola mai modificata, proprio in quei momenti dove si corre, dove si rischia, dove si gioca una partita con i ladri ma anche con il destino, definiti “servizi urgenti di istituto”.

Così che per fregare il destino non possiamo e non dobbiamo credere che sia giusto non allacciare la cintura perché dobbiamo correre più veloci del balordo, a piedi, quando e se abbandonerà il veicolo con cui scappa.

Pasquale Apicella aveva 37 anni, aveva due figli e una moglie che questa mattina, dopo il turno di notte, lo aspettavano in casa… e a me non interessa se indossasse o no la cintura, a me interessa che domani chi si è affrettato a criticarmi, lui come tanti, per aver ricordato che la cintura salva la vita e aumenta le possibilità di sopravvivenza possa tornare a criticarmi ferocemente la prossima volta perché non è stata lui l’ennesima vittima che voleva essere più veloce del ladro.

La sicurezza delle nostre divise viene prima di tutto, quel ladro, se scappa, lo prenderemo la prossima volta!

ONORI a te Pasquale, a te che hai scelto quella Giacca Blu in quella Napoli così bella ma così spietata….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

4 MAGGIO – FESTA DELLA RESPONSABILITÀ

Sognando il 4 maggio…..

Una data piena di rischi, che ci metterà, o dovrà metterci, di fronte alla reale condizione umana in questo momento: il virus non è sconfitto e richiudere tutto sarà un’opzione estremamente facile da dover scegliere.

Ieri abbiamo celebrato una ricorrenza diventata assolutamente controversa, specie oggi, la liberazione dal fascismo in un’ottica antivirus, come se mostrarsi in gruppo, a cantare “Bella Ciao”, a ricordare quei morti fosse un gesto di libertà e non semplicemente incosciente.

“Duri contro le mamme, deboli con i sinistri”, questo il tenore di alcuni commenti sui social a margine delle immagini dei tanti luoghi che hanno “resistito” al confinamento da Lockdown, in un crescendo di caos e smarrimento ormai evidente a tutti i livelli.

Il 4 maggio non potrà esser un 25 aprile, l’estate 2020 non potrà essere la stagione della rinascita, le prossime settimane dovranno essere l’espressione della responsabilità dei cittadini anche se eventuali ricadute del virus, comunque, saranno addebitate a quelle persone che si muovono o si radunano troppo.

Così che, nel bel mezzo di questo caos dove tutti avranno ragione e tutti avranno torto, come sparti acque, ci saranno quelli con la divisa addosso, che si porteranno a casa i segni di questi contrasti, nelle ferite, nelle aggressioni, nei contagi di ritorno che avremo, come ogni ciclo pandemico vissuto fino ad oggi.

Persone, quelle con le uniformi, che hanno il dovere di esporsi al pericolo, chiamate più che mai a tenere un paese libero dagli eccessi di qualsiasi tipo.

Il 4 maggio quindi sarà la data della responsabilità e della politica responsabile di tutti, la cui risposta dovrà essere democratica, costituzionale, con un occhio alla sanità pubblica ma anche all’economia e alle libertà dei cittadini.

Una responsabilità che dovrà coinvolgere tutti, dove non potranno esistere “le colpe di chi c’era prima” perché da subito, da adesso, dobbiamo costrure il dopo virus, il sogno di un mondo che deve passare da un momento devastante e doloroso per ricominciare.

Se pensiamo che sarà il governo a salvarci, forse sbagliamo, saremo noi tutti che dovremo liberare il paese, ciascuno per la sua parte, da questo morbo ancora misterioso e tornare così a essere liberi.

Così che appare scontato che le forze dell’ordine inciamperanno nei mille rivoli di questo caos, dove ogni vicenda di sanzione e repressione sarà strumentalizzata ad uso e consumo di chi in questo caos cercherà, anche politicamente, la strada per guadagnarci qualcosa, in quel crescendo di ignoranza in cui tutta la società è immersa anche suo malgrado.

Il 4 maggio non sarà e non dovrà essere il giorno della libertà ma il giorno della responsabilità, di tutti, e più sarà alto il ruolo ricoperto maggiore sarà l’impegno e l’impietoso giudizio della storia.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

STIAMO ATTENTI AD AFFOSSARE LE FORZE DELL’ORDINE

No, non ci farete sconti e noi, che sulle nostre pattuglie spesso commettiamo errori, sempre di più ci ritroveremo a scontrarci con vigorosi venti di protesta.

Mi scrivono che sono contro i miei colleghi, che in questo momento così difficile non si può ma ci sono notizie su alcune sanzioni comminate ai cittadini dove la difesa degli operatori coinvolti è un esercizio di pura fantasia.

Al netto delle decine di episodi che la stampa on line evidenzia nel pieno diritto di cronaca ciò che non si capisce è dove finisca quel diritto e inizi invece un attacco generalizzato e pericoloso a tutte le forze dell’ordine.

A ben vedere chi indossa una divisa oggi rappresenta l’ultima frontiera della democrazia, preziosi custodi di un principio che ogni ora che passa viene sempre di più messo in discussione, è infatti facile rintracciare in rete esternazioni gravi e arrabbiate verso quel sistema e quella società sempre più proiettata in un diffuso e inarrestabile caos.

Calcare la mano sugli errori delle divise, su quelle sanzioni vergognose, oltre a stimolare un dibattito interno, certamente necessario, a cosa può effettivamente portare?

Siamo all’alba di grosse rivoluzioni sociali e delegittimare così rapidamente le uniformi non potrà che favorire chi vuole una più rapida, dolorosa e disastrosa capitolazione della società così come la conosciamo oggi.

Certo, è un processo ineludibile, inarrestabile ma siete sicuri, voi che fate informazione, che sia giusto trasformare una imperdonabile sequenza di evitabili mancanze in strumenti per affossare coloro i quali dovranno essere nelle piazze italiane i primi cuscinetti del cambio di paradigma sociale?

Non si può continuare ad assistere a questo generalizzato attacco, per il bene di tutti ma sopratutto per quella parte sana, empatica, intelligente e dotata di buon senso (la maggioranza), degli operatori di polizia che non possono essere distrutti solo perché in questo momento è una notizia che vende.

Perché è giusto rappresentare la realtà, è un diritto e un dovere denunciare gli abusi o l’ignoranza di chi porta una divisa ma siamo sicuri che il buon senso lo debbano adottare solo gli uomini in divisa?

In Giacca Blu – Michele Rinelli