Pubblicato da: paroleingiaccablu | 16/08/2018

…. TRAGEDIA DI LIBERTÀ!

Scorre la strada sotto di me, da sempre, da quando ho la patente di guida, mi piace guidare, mi piace essere libero.
Ad ogni viadotto ad ogni singolo sobbalzo di un giunto penso alle vittime di Genova, a quella strada delle vacanze che è crollata sotto di loro e a quella libertà che ad ogni ponte che attraverso mi viene negata. Sono troppe le vittime di ponti cascati negli ultimi 2 anni.
Perché quello sul polcevera era un ponte di libertà, la libertà di vivere meglio una città difficile come Genova, la libertà di una vacanza nella bellissima Francia, a Sanremo, in Costa azzurra, ma anche la libertà di poter lavorare più rapidi, più veloci, come bene sa quel camion verde, ancora acceso, con le luci di retromarcia, in bilico su quel precipizio di morte.
Perché su quel ponte crollato non c’è solo la tragedia dell’evento, c’è la morte di quel sogno di libertà di muoversi degli italiani nato, come quel ponte, nell’immediato dopo guerra.
Per questo, oltre agli sciacalli della politica, tutta, del caro pedaggio, dobbiamo guardare oltre quella tragedia, oltre il dolore per le vittime, dobbiamo guardare a quella libertà che ad ogni giunto, ad ogni viadotto, ad ogni ponte ci viene negata, con una stretta allo stomaco, per la paura che, guidando guidando, la prossima vittima, sia tu….

Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 13/08/2018

LA LEVA, NO! …. PERCHÉ NO?

Il Ministro della Difesa Trenta ha definito romantica la visione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di ripristinare il servizio di leva militare, un modo per restituire ai giovani quell’esperienza capace di stabile ordine e disciplina nelle menti e nei comportamenti caotici tipici dei primi anni post adolescenziali.
Fino a qualche tempo fa sarei stato d’accordo con il Ministro Salvini, ricordo con estrema nostalgia quel periodo ma chi scrive è uno che la divisa l’ha scelta e l’aria della disciplina militare l’ha respirata sin da bambino.
Perché l’ordine delle cose, il rispetto delle regole, il concetto di società ordinata da elementi certi non si stabiliscono a 19 anni, dentro una caserma, con un sottufficiale istruttore, partono dalla famiglia, dagli esempi ricevuti i primi anni di vita, dalle idee di società che la famiglia esprime dentro le mura di casa, come può un giovane, nel pieno della tempesta ormonale, con l’arroganza tipica di voler cambiare il mondo, vedere autoritario un uomo o un sistema che nulla sa di lui e della sua vita? In un contesto peraltro imposto come può essere quello di un servizio di leva?
Abbiamo tanti giovani capaci da impiegare al servizio dello stato, le stesse forze di polizia hanno bisogno di ausiliari, di persone che possano alleggerire compiti collaterali, magari burocratici, ai quali poi consentire, a posteriori, un accesso privilegiato ai ruoli ordinari dei corpi di polizia stessi.
Un’occasione per far crescere queste persone come persone, come cittadini, per fidelizzarli alle istituzioni e per dare respiro a un sistema, quello della pubblica sicurezza, soffocato dalle incombenze, anche burocratiche, che aumentano sempre di più ma che vedono progressivamente il personale delle stesse forze di polizia diminuire di anno in anno.
Per questo, Ministro Salvini, chiamiamola leva, Servizio Ausiliario di Polizia ma non riduciamola a una perdita di tempo.

IN GIACCA BLU – RINELLI MICHELE

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 08/08/2018

EROI… DALLA MAGLIETTA “FINA”

PREMESSA: LA CELEBRAZIONE DEGLI EROI, A FAVORE DEI MASS MEDIA, E’ FINITA!

Bologna, 6 Agosto 2018, sul ramo A1 a A14, percorso cittadino dell’autostrada, a seguito di tragico tamponamento, esplode una cisterna di GPL, si registra miracolosamente un solo morto, per l’incidente stradale, decine di feriti ustionati, tra cui 4 molto gravi che speriamo possano tornare presto alla loro vita.
Sono le ore 14.00 circa, un caldo afoso, la macchina dei soccorsi si avvia immediatamente perché a seguito dell’incidente si leva una densa coltre di fumo visibile da diversi punti della città, elemento questo che riduce i tempi di reazione dell’apparato di emergenza.
La pattuglia del poliziotto delle Volanti “eroe suo malgrado”, Riccardo Muci, vede il fumo e capisce che la viabilità cittadina che passa sotto l’autostrada deve essere interrotta, il fumo e le fiamme sono troppo alte e troppo pericolose per lasciare che le persone continuino le loro normali attività nei pressi di quella che presto si trasformerà in una enorme esplosione.
Alla stessa considerazione arrivano 2 agenti della Polizia Stradale, loro sono invece in autostrada, impegnati nella gestione di un sinistro precedente la cui coda ha innescato il tamponamento della cisterna e la successiva esplosione, pertanto vedendo il fuoco e le fiamme si avvicinano per evacuare quante più persone possibili dal luogo del disastro.
11 Carabinieri si sono feriti nello stesso evento, il tributo più alto in termini numerici, loro invece sono accorsi in strada dalla vicina caserma ubicata nei pressi del luogo della tragedia, anche loro non hanno esitato a lasciare le loro scrivanie per adoperarsi nei soccorsi e mettere in salvo quante più persone possibili.
Possiamo ringraziare certamente San Michele e la Virgo Fidelis, per chi crede, se non piangiamo appartenenti alle forze dell’ordine caduti nell’adempimento del dovere, ma nonostante anche i codici sostengano l’obbligo di esposizione al pericolo in circostanze come queste, dopo esserci detti quanto siamo stati bravi – perchè siamo stati bravi – , capaci e, diciamolo, anche fortunati ( https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_agosto_07/pochi-istanti-liberare-strade-26-ambulanze-sei-minuti-due-ore-spegnere-l-incendio-cosi-bologna-ha-domato-l-esplosione-ed-evitato-strage-b08feaca-9a49-11e8-9360-f04aab9271a6.shtml ) , diventa necessario analizzare le procedure effettuate, quanto si debba ancora fare per non aumentare la catena dei soccorsi perché, ricordiamolo, un soccorritore ferito, distoglie risorse all’apparato dell’emergenza, chi soccorre deve evitare il più possibile di essere soccorso a sua volta attraverso l’utilizzo di attrezzature e buone pratiche di intervento.
Mentre per le buone pratiche il discorso diventa molto difficile da affrontare e chi scrive non è in grado di poter dire cosa è andato bene e cosa male una valutazione sulle attrezzature però si può fare.
In queste ore il sindacato di Polizia Sap ( https://infodifesa.it/poliziotto-ustionato-a-bologna-la-polo-era-sintetica-al-100-e-non-ignifuga/ ) , provocatoriamente, ha diffuso la notizia che al contrario di quello che sostengono alcune testate giornalistiche le polo dei poliziotti indossate dagli operatori intervenuti a Borgo Panigale, di fatto, non sono ignifughe ma in materiale così sintetico che, forse non prende fuoco, ma di fatto si scioglie.
La genesi di quell’equipaggiamento ha una storia lunghissima, di un apparato che ha impiegato anni a decidere come sostituire la vecchia e cara camicia blu “atlantica” e che da tanta sperimentazione, prove, giudizi e comparazioni, probabilmente ci si aspettava qualcosa in più.
E’ giusto precisare che le polo sono perfettamente corrispondenti alle caratteristiche tecniche richieste e i fornitori hanno semplicemente rispettato ciò che il cliente ha chiesto nel cosiddetto capitolato, quindi nessuna truffa, nessun strano raggiro.
Che cosa è quindi successo?
Probabilmente si tratta di scelte, scelte di vestibilità, di praticità, di traspirabilità, di velocità nel lavaggio e della successiva asciugatura tanto che non è necessario nemmeno stirarla a patto di non volerle far fare una brutta fine, laddove non si sciolga rimane timbrata dalla forma del ferro.
Ora, la polemica sulla polo potrebbe essere anche legittima, probabilmente lo è, il problema sono le soluzioni. Cosa diamo ai colleghi per difendersi in determinati scenari? Mantelline da saldatore? Giubbetti anti fiamma?
In tanti anni di servizio, ormai quasi 20 di cui 18 su una pattuglia di pronto intervento, sono stati innumerevoli gli edifici evacuati per un incendio, le camminate raso terra per evitare il fumo e vedere se ci fossero persone intossicate da portare fuori prima dell’arrivo dei vigili del fuoco perché, è giusto dirlo, all’interno dell’apparato di sicurezza 9 volte su 10 arrivano sempre prima le forze di polizia in caso di incendio a cui, va detto, non spetta l’intervento tecnico ma la sicurezza di scenario e l’evacuazione a distanza di sicurezza delle zone coinvolte.
Il collega Muci, probabilmente, in base alle informazioni preliminari, dove sente delle esplosioni ( https://video.repubblica.it/edizione/bologna/bologna-la-conversazione-tra-il-poliziotto-muci-e-la-questura-prima-dell-esplosione/312071/312708 ) ma non si aspetta quella che lo vedrà poi gravemente coinvolto, non è stato in grado di valutare le distanze a cui tenersi per non essere investito dalle fiamme o dal calore enorme sprigionato che abbiamo visto ed è per questo che l’adozione di un certo tipo di equipaggiamento determina la valutazione di una scelta a priori e di un livello di informazione preventivo, nella gestione dell’emergenza, che spesso nei servizi di pronto intervento non possiamo oggettivamente avere.
Ogni settimana, in ogni parte d’Italia, i colleghi rischiano di essere eroi loro malgrado perché è il tuo lavoro, perché ti sei arruolato “To serve and Protect”, servire e proteggere, ma prima di innescare una polemica, forse giusta, bisognerebbe anche pensare alle procedure, alle scelte, alla sperimentazione fatta da chi vive sul campo tutti i giorni “La Volante”.
Perché l’emergenza è una mentalità, un modo di concepire, di guardare le cose, vivere nell’emergenza non è scrivere un capitolato, non è rispondere a un telefono e dire “Polizia” ma pensare che ogni tua decisione ha a disposizone pochi secondi e il tuo equipaggiamento, che qualcuno sceglie per te, può fare la differenza tra la vita e la morte.
Grazie a tutti i colleghi per il loro senso del dovere, grazie per averci ricordato che serviamo a questo popolo e che il nostro lavoro conta, e conta tanto.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 07/08/2018

POCHI MORTI, POCHI CLICK?

La potremmo definire una “fortunata” strage quella che ha visto Bologna, e il suo snodo autostradale, un solo morto infatti, a 24 ore dalla tragedia, con apprensione, certo, per i feriti gravi, ci fa riflettere, dopo le immagini che abbiamo visto, quanto il destino abbia aiutato il capoluogo felsineo.
Una risposta, quella del sistema di emergenza di Bologna, che è stata pronta, immediata ed efficace che è costata 11 carabinieri feriti e 4 agenti di polizia di cui uno critico ma che le immagini ci mostrano sorridente e fiducioso di cavarsela.
Le divise vivono ogni giorno nel pericolo, tutte le divise, che in questa ennesima tragedia, di un paese che certe cose non vuole cambiare, ha visto collaborare tutti, anche quelli che avrebbero potuto rimanere tranquilli in ufficio.
Molti di quei 11 carabinieri infatti erano in caserma, al sicuro, ma non hanno esitato a scendere in strada visto che il teatro della tragedia era a pochi passi dal comando dei Carabinieri di Borgo Panigale.
Eroi, certo ma anche individui che se muoiono generano click infatti si sono diffuse notizie di agenti morti, che invece erano solo seriamente feriti ma non in pericolo di vita.
Veri e propri sciacallaggi capaci solo di generare condivisioni, ansie, timori, allarme tra la cittadinanza, un problema di cui tutti dobbiamo farci carico perché il fenomeno delle fake news sarà sempre più aggressivo in un mondo che vuole un flusso di notizie continuo e visibilità sui social.
Sono tanti gli attori di questa tragedia che nei prossimi mesi pagheranno il conto di uno scenario da vera apocalisse per cui di tutto deve essere fatto affinché non abbiano più a ripetersi potenziali pericoli come questi.
Prevenzione che deve essere fatta anche con le idonee dotazioni agli agenti perché le forze dell’ordine intervengono ovunque, a soccorso di chiunque, caldo, freddo, tra le fiamme e all’inferno e i materiali devono essere sempre adeguati…. a buon intenditor poche parole.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/07/2018

NELLE FICTION È TUTTO PIÙ FACILE!

Sono sempre più frequenti le immagini e le sequenze di interventi di polizia sui social e tra queste quelle che più si affacciano alla pubblica opinione sembrano essere quelle di incapacità operativa delle divise.
Da Città di Castello a Manduria, da Piacenza a Pisa passando da Campobasso ciò che sembra cogliere maggiormente il grande fratello è un vuoto, una strana incapacità del sistema di mostrarsi all’altezza della situazione.
Il telefonino puntato o il sistema di video sorveglianza non sono una fiction ma la realtà, quella dove lo sbirro va in palla, magari si scorda come mettere le manette, dove il delinquente mena per primo perché i tempi dove chi vince è, appunto, quello che mena per primo, sono finiti.
Oggi capacità tecniche e operative stanno assumendo caratteri sempre di maggiore rilevanza ma qualcosa di più all’addestramento periodico previsto per le nostre divise deve essere evidentemente aggiunto.
Così che nei social è facile raccogliere i giudizi del paese dove tutti sono allenatori o, in questo caso, tutti sbirri, da quelli che ricordano i loro tempi a quelli che appena capito quanto sia difficile lavorare in strada, su una pattuglia, non hanno perso tempo a trovarsi una comoda poltrona da scaldare in ufficio.
Meglio, stranamente, va con i giudizi dei cittadini comuni che se amano la divisa la giustificano a priori, basta che siano i buoni a vincere in qualche modo.
La condizione delle nostre forze dell’ordine sicuramente ha bisogno di molte innovazioni, dalla mentalità più moderna alle regole di ingaggio ma anche di un congruo assetto del personale che dopo i 45 anni, specie se portati con abbondante incuria e sovrappeso, non può andare in giro a combattere con ragazzini di 25 anni.
Non solo, per essere operativi bisogna essere anche addestrati, formati, agevolati anche nella formazione inventando magari meccanismi di rimborso per mantenersi all’altezza delle situazioni specie se si provvede, per i fatti propri e a proprie spese, a frequentare corsi di aggiornamento o sessioni di training aggiuntive. Perché la formazione costa, e costa anche tanto specie quando è seria.
In fondo tutti i professionisti frequentano seminari, corsi, work shop, non vedo perché non favorire questo genere di eventi tra le divise per mantenere più alti gli standard di chi opera, con senso di responsabilità, sulle nostre strade.
In fondo per essere dei professionisti da professionisti bisogna ragionare…. prima arriveremo a questa consapevolezza molto prima vedremo video rubati alla realtà, non alle fiction, con agenti della forza pubblica all’altezza delle aspettative…. di chi li commenta.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 24/07/2018

L’ATTO DOVUTO NON PUÒ ESSERE UNA REGOLA!

La radio che che gracchia, “allarme furto” presso la solita banca, sempre il solito falso!
Arrivi sul posto e da lontano scorgi movimenti che non sono tipici del “Nulla di quanto….” , ti avvicini, iniziano gli spari!
Adrenalina a mille, i colpi impazzano, sulle lamiere della volante si distingue il rumore dei buchi, diversi tonfi sordi, hai poco tempo, o pensi solo a ripararti o pensi anche a reagire.
Ed ecco allora che reagisci, continuano a spararti addosso, inizia il conflitto a fuoco, 1, 2, 3, 4 e chissà quanti colpi, chi ti fronteggia arretra, scappa, molla tutto e vola via, per terra questa volta rimane un “cattivo”, uno che per vivere ha deciso di delinquere, ucciso da quella calibro 9 che speri sempre di non dover mai utilizzare se non per sparare su un foglio di carta in poligono.
Ed è così che forse è andata a Brindisi dove un pregiudicato locale è rimasto per terra a seguito di un conflitto a fuoco con la volante della questura, un evento che comunque lo vogliate leggere rimarrà indelebile nel cuore e nella mente di chi per salvare la propria vita, e mantenere la legalità, ha purtroppo ucciso una persona.
Un dramma che non fugge alle logiche perverse del nostro sistema, perché chi ha sparato, per difendersi e per difendere la collettività tutta, dovrà, per il momento a suo spese, subire un iter processuale dagli esiti che sappiamo bene non essere sempre scontati.
Lo chiamano atto dovuto, stavolta rubricato come “omicidio colposo”, ed è quel meccanismo di accertamento della verità dove un poliziotto che spara e uccide, anche se palesemente nella ragione, deve comunque sostenere un legittimo e sacrosanto contraddittorio per far capire a chi deve controllare se ha agito nell’alveo della legalità.
Poco male, anzi, guai a non farsi, il problema è chi paga, da subito, per la difesa di questo uomo in divisa che sarebbe potuto stare tranquillamente nel suo letto di casa se non facesse questo “sporco” lavoro.
La risposta ve la risparmio ma qualcosa deve cambiare, perché una Giacca Blu non deve avere il pensiero di sganciare un solo euro per potersi difendere anche quando è lapalissiano essere dalla parte della ragione.
È chiaro che questo meccanismo si scontra con secoli di cultura giuridica, di un sistema che ha deciso, a tutto tondo, che la responsabilità penale è personale, che non deve essere lo stato a essere parte lesa dell’azione criminale ma deve essere il poliziotto a dover dimostrare di aver agito, per conto di sé stesso, non dello Stato, in base alle regole.
Ed è ora di cambiare questo approccio perché di atto dovuto in atto dovuto ogni anno sono decine gli agenti della forza pubblica che da soli, alla fine, devono salvare se stessi da principi giuridici che per ovvie convenienze, anche politiche evidentemente, si è sempre preferito non mettere in discussione.
L’atto dovuto non può essere una regola, un male necessario, e l’avviso di garanzia non può essere una spesa a carico di chi svolge un pericoloso lavoro per conto dello stato.
Chi indossa una divisa la indossa per lo Stato, per difenderlo, non per se stesso o per il collega che gli siede di fianco.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 17/07/2018

PREGIUDIZIO E MIOPIA!

Parola d’ordine “pregiudizio”, questo almeno sembra trasparire dalla diffusione di un video girato a Roma, dove due militari, impegnati nella operazione “strade sicure” insieme una guardia giurata, bloccano un soggetto che volontariamente si stava sottraendo a un legittimo controllo.
Su quel video si sono scatenate le peggiori illazioni su un presunto abuso delle divise, sulla violenza esercitate dalle stesse, sulla capacità o, meglio, incapacità di eseguire il fermo senza ricorrere all’uso della forza….perché in fondo per alcuni commentatori questo si voleva.
Non è dato saper quale sia la percezione di capacità tecnica che è necessario esprimere per bloccare una persona che non vuole farsi arrestare, non è umanamente concepibile possa trovare ancora spazio il gratuito attacco che su quel video abbiamo visto, se bloccare, non percuotere, non picchiare, ma semplicemente bloccare, significa fare violenza, chi esprime questo merita l’immobilismo di chi indossa la divisa.
Andando oltre quelle immagini, quello che forse balza agli occhi è che nessuno ha potuto usare, per esempio, delle manette, delle fasce di contenimento, strumenti di bloccaggio della persona esagitata, semplicemente perché i nostri militari sono si agenti di pubblica sicurezza ma non sono dotati degli stessi presidi che utilizzano le forze dell’ordine.
Una mancanza questa figlia di quella politica che ancora non ha capito che cosa vuole fare di queste figure, quali i militari, a cui chiede di fare i poliziotti ma che poliziotti non sono.
Sarebbe ora di porre la questione sui giusti temi, sulle giuste questioni, con la stessa forza e la stessa enfasi con cui si pretende di vedere violenza laddove violenza non c’è.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 25/06/2018

DIRITTO DI SCHIAFFO O CARABINIERI OTTUSI ?

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Ha fatto il giro del web la notizia proveniente da Cattolica,  del genitore che, per aver dato uno schiaffo al figlio, dopo essere stato rintracciato da una pattuglia di Carabinieri con dello stupefacente, è stato a sua volta denunciato per “Abuso dei mezzi di correzione” di cui all’articolo 571 del codice penale. ( https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_giugno_23/schiaffo-figlio-che-fuma-spinello-padre-denunciato-carabinieri-10c5790c-76f8-11e8-ac39-bef6ed85f7fa.shtml )
Una notizia che, a leggere i commenti sui social, ha messo il Carabiniere che ha proceduto alla denuncia in una condizione di ridicolo, “per uno schiaffo non è mai morto nessuno”, “ha fatto bene”, “se fosse intervenuto mio padre uno schiaffo sarebbe stato solo l’antipasto” ed altri  che biasimano la condotta di quel militare ritenuto troppo zelante.
Non sappiamo davvero come sono andati i fatti, se il genitore che ha colpito il ragazzo abbia davvero travalicato il diritto alla correzione (“IUS CORRIGENDI”), o se il Carabiniere non sia stato semplicemente ottuso, troppo inquadrato all’interno di quel modello dove qualsiasi cosa, da tanti anni, non viene più lasciata nelle mani della singola discrezionalità dell’operatore di polizia ma viene posta sempre a quella del livello superiore per paura di non dover subire conseguenze, una sorta di scarico delle responsabilità….”io te l’ho detto, vedi tu!”
Per non parlare delle strumentalizzazioni, chi ci dice che il genitore, per ipotesi assurda, non avrebbe potuto portare il pargolo in ospedale a dire che lo schiaffo lo aveva dato il Carabiniere?
Ed è passando anche da qui  forse il vero problema, il Carabiniere dopo aver assistito allo schiaffo doveva capire la circostanza a tutti i costi o, visti i tempi dove chiunque e qualunque divisa viene messa in discussione per qualsiasi cosa, per tutelare se stesso, intendiamoci, ha preferito passare la palla nelle mani di un giudice? Magari avrebbe fatto uguale con suo figlio ma quello non era suo figlio e lui è un Carabiniere!
Del resto il codice parla chiaro, laddove si ravveda o si presuppone un reato la polizia giudiziaria deve segnalare l’evento alla procura competente.
I tempi appena trascorsi hanno di molto compresso la possibilità degli operatori di polizia di porsi nei confronti delle questioni in maniera propositiva, più difficilmente un “maresciallo di paese” può  ricomporre i “privati dissidi” chiamando in caserma i coinvolti senza mettere per iscritto nulla o senza procedere secondo le leggi, come si sarebbe fatto fino a pochi anni fa, in un eccesso forse di “giustizia familiare”.
Questo non avviene più semplicemente perché tutti, giustamente, accampano diritti e garanzie e a maggior ragione anche il minore coinvolto in questa vicenda doveva poterne godere…. e a leggere questo link forse ha ragione il Carabiniere. (  https://www.studiolegalelops.it/2013/11/18/educare-i-figli-con-metodi-violenti-%C3%A8-illecito-e-dannoso/   )
Siamo sicuri quindi che il militare, colpevole di aver applicato la legge in maniera zelante, sia stato un povero ottuso o semplicemente esecutore di quello che la società, e la legge,  ha voluto e preteso negli ultimi 20 anni?

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 18/06/2018

TASER: RESPONSABILITÀ E CAMBIAMENTO!

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Questo paese ha, e vuole continuare ad avere, una capacità assoluta, quella di non scegliere.

Accontentare tutti, rimanere in bilico, cambiare tutto per non cambiare nulla, modelli che se si leggono le cronache degli anni 70 sembrano non essere minimamente cambiati.
Se si continua a non scegliere il rischio è che il paese sprofondi in un caos peggiore di quello in cui finirebbe se davvero cominciassimo a demarcare limiti e questioni, potrà sembrare assurdo ma almeno scegliendo diventerebbe più facile capire da che parte stare.
Chi indossa una divisa ha già scelto quale parte sostenere, con dovuti distinguo, certo, ma di sicuro a priori ha capito cosa vuole.
La cronaca sulle uniformi è sempre più dura in questi giorni, stranamente sbilanciata, prima tutti contro, ora tutti a favore, tranne determinati argomenti, la gente di sicuro vuole divise forti e regole certe…. Ma che si sappia, questo ha un prezzo.
Perché se a vedere le divise deboli il prezzo era quello di un caos generalizzato a vedere le divise forti bisogna accettare azioni più incisive, forti, dove non si devono accettare necessariamente fatti gravi ma bisogna metterli in conto perché di sicuro aumenta il livello dello scontro, è una questione statistica.
Si fa un gran parlare dei fatti di Genova, dell’ ecuadoriano ucciso a colpi di pistola dopo aver tentato di uccidere a coltellate un agente intervenuto per sedare una lite.
Fatti e situazioni che, agli occhi di qualcuno, vedono le divise sempre colpevoli ma anche, forse, non adeguatamente attrezzate.
Il Capo della Polizia, a seguito di questi fatti, pare abbia accelerato la dotazione del taser agli agenti, per dare uno strumento in più agli operatori, per salvare in extremis una vita anche nel momento in cui questa dovesse agire in maniera molto aggressiva e pericolosa contro gli agenti.
Ed ecco la levata di scudi che definiscono il taser uno strumento di tortura, in un misto di pregiudizio verso le divise che con quell’arma si ritroveranno ad avere, secondo alcuni, uno strumento per essere più violente, nemmeno si uscisse di pattuglia con spirito sadico.
Un pregiudizio che non solo offende chi scrive ma dipinge un quadro davvero triste della percezione e della strumentalizzazione ideologica che ancora si vuole fare sulla pelle delle divise.
Uno strumento come il taser, così come lo spray al capsicum, devono essere utilizzati dentro le norme relative all’uso legittimo delle armi e della legittima difesa nonché nelle more dell’adempimento di un dovere, quindi o si sceglie di avere fiducia nelle divise e nei suoi uomini e apparati, nell’alveo della legalità, o sì intraprendano altre strade…. Perché questo paese ha bisogno di scegliere, senza strumentalizzazioni, senza utilizzare le divise, come ha sempre fatto, come strumento di propaganda e contrapposizione.
Quindi, cari concittadini, scegliamo di cambiare, di darci tutti delle responsabilità, compresa quella di fidarsi di chi utilizzerà il taser, o, se volete, continuiamo pure a navigare in un mare di melmosa ipocrisia tenendo fede a vecchi slogan e a vecchi schemi.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 09/06/2018

NESSUNO TOCCHI LE DIVISE….PER ORA!

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Ho quasi 20 anni di servizio, gran parte passati a bordo di veicoli di polizia dedicati al controllo del territorio e in tutti questi anni ho visto da un osservatorio privilegiato vizi e virtù della società contemporanea, i suoi affanni, le sue storture, i suoi malanni portando quanta più umanità e professionalità possibile laddove ve ne fosse bisogno.
In questi anni di servizio ho sempre visto feroci attacchi da parte della pubblica opinione verso coloro i quali svolgono il pronto intervento di polizia, sempre poca comprensione, severe accuse, fotocamere levate a difesa di chi doveva essere accompagnato legittimamente in qualche ufficio di polizia.
Da un paio di anni a questa parte lo scenario è cambiato, un voltafaccia quasi repentino, non sono più le forze dell’ordine a finire sul banco degli imputati ma il sistema in cui sono confinate e ad ogni video che viene pubblicato, che sino a qualche tempo fa avrebbe suscitato critiche ferocissime verso le uniformi, sempre di più si leggono voci a sostegno delle stesse, anche nelle situazioni apparentemente più grottesche e infelici.
Il pugno ricevuto a Pisa da un Carabiniere, costretto a una rapida ritirata, che gli costeranno 30 giorni di prognosi, nonché la fuga roccambolesca vista a Verona dove un immigrato in preda agli eccessi delle sostanze stupefacenti, si fa beffe degli agenti intervenuti, comunque, nonostante le situazioni apparentemente non edificanti, ricevono dai moderni tribunali del popolo un inaspettato sostegno.
Come dicevo il paradigma è cambiato assai velocemente, questa nuova fase istituzionale, peraltro, pare favorire questo moto di comprensione perché, ancora, anche noi uomini appartenenti alle forze dell’ordine ci attendiamo effetti positivi dalle ultime elezioni politiche.
Questo ritrovato appoggio alle delle divise però non deve indurre chi svolge servizi di pronto intervento di polizia ad abbassare la guardia, anzi, la fame di immagini, di persone che puntano il telefonino alla ricerca di “Like”, al posto, laddove possibile, di aiutare le forze dell’ordine a svolgere il proprio lavoro, non potranno che aumentare, inalzando di conseguenza la tensione che una telecamera puntata inevitabilmente genera negli operatori di polizia ripresi durante il loro lavoro.
Dovremmo ormai esserci abituati a lavorare come fossimo sempre davanti a un “Grande Fratello”, il problema è che non sempre quelle immagini saranno giustificate come stiamo assistendo in queste ultime settimane.
Quando questo accadrà l’unica arma che ci proteggerà sarà solo la professionalità evidenziata in quelle sfortunate riprese.
Chi conosce il lavoro dell’operatore di polizia comprende non solo quanto sia difficile ma quanto sia “sporco” perché maneggia tante volte i rifiuti della società in cui vive, dove le leggi, spesso,  sono solo fogli di carta da compilare, perché tante volte le vere armi a disposizione del poliziotto  sono solo buon senso, esperienza e umanità….
Godiamoci quindi questo momento di “Luna di Miele” con i nostri concittadini, con la pubblica opinione, con quei giornali che spesso fanno fatica a riportare le notizie quasi costrette a sostenerci,  ricordandoci però che questa società dopata, proprio per questo, ci rivolterà le spalle molto, molto presto.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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