Pubblicato da: paroleingiaccablu | 25/05/2019

…. A.C.A.B …. FINALMENTE!

Qualcuno sta festeggiando, finalmente si può riappropriare della narrativa dello sbirro violento, fascista e picchiatore.
Da Genova, dal G8 del 2001, iniziò il percorso di rinascita e professionalizzazione, in chiave moderna, delle forze dell’ordine e della gestione dell’ordine pubblico e proprio da Genova ripassa la storia di un “pestaggio” degno della migliore epopea antipolizia.
Un ricorso storico che fa pensare….
Sia chiaro, il giornalista di Repubblica non ha ragione, né ha molta di più di quanto si possa esprimere, ma se i miei colleghi si assumeranno le dure, durissime conseguenze di quanto provocato nessuna elaborazione della buona fede viene propinata dal mondo dell’informazione, impegnata a puntare il dito e a esaltare quanto siano bestie le divise in piazza.
Nessuno, in questa storia, ci propone come risolvere il problema giornalisti, quale sia il motivo per cui si pretendano gli identificativi sui caschi ma non che i giornalisti siano facilmente individuabili nella folla…. Se proprio devono stare e vivere la sottile linea blu…. almeno lo facciano facendosi vedere bene liberi di stare dalla parte della verità, dalla parte delle vittime o solo dalla parte della speculazione…. Quella che a causa di questa storia ci aspettiamo di vivere per anni….
Perché, a dispetto di quello che pretende Amnesty International, solo la speculazione può rimanere visto che, pur senza identificativi, le Giacche Blu sono già state identificate e invitati ad affidarsi all’assistenza di un legale…
…. Un principio di civiltà, dicono, quello dei numeri sui caschi che prima o poi, speriamo, venga attuato ma solo dopo che la stessa civiltà, e rispetto delle forze dell’ordine, sia il medesimo in cui questo stesso sistema di tutela dei cittadini non funzioni solo per tutelare i violenti e i sobillatori…. Perché questo accadrà senza adeguate norme a tutela dell’incolumità degli agenti che difendono i cittadini, lo stato e le istituzioni democratiche.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 21/05/2019

LA SICUREZZA DELLE CASERME NON È COLPA DEI BARCONI!

Si griderà al solito clandestino, al solito barcone, al solito delinquente che non doveva esserci perché abbiamo le frontiere colabrodo… Per carità, gridiamo ancora, facciamolo sentire il disagio ma a urlare e basta non si risolve alcun problema!
Stamattina Mirandola, in provincia di Modena, si è svegliata sotto il fumo della tragedia, nella notte un minorenne di origini nord africane ha ben pensato di dirigersi al comando di Polizia Municipale, di penetrarvi all’interno e di appiccare un rogo, si dice, per vendetta.
Non solo, i Carabinieri che lo hanno rintracciato poco dopo la follia incendiaria, lo hanno ritrovato con indosso un cappellino d’ordinanza della Polizia Municipale, un giubbotto antiproiettile calzato e una radio portatile in uso agli agenti del comune del modenese.
Una tragedia che è costata decine di intossicati e per ora due morti, una anziana e la sua badante, la cui unica colpa è stata quella di abitare nello stesso stabile in cui risiede il comando di Polizia colpito.
Nelle prossime ore consumeremo il copione del criminale dalla pelle scura, del barcone che non doveva attraccare, del sistema malato e dell’invasione dei barbari ma qualcuno discuterà della facilità con cui questo ragazzetto, nemmeno maggiorenne, è riuscito a entrare all’interno di un ufficio di polizia?
Discuteremo di quel problema fatto di presidi di polizia evidentemente incapaci di difendere se stessi da aggressioni di questo tipo?
Discuteremo di come mai è stato capace di appropriarsi di radio e giubbotti antiproiettile senza che nessuno potesse intervenire per tempo avendo addirittura la possibilità di mandare tutto in fumo?
Vittima la Polizia Municipale, a cui va piena e incondizionata solidarietà ma quanta responsabilità è necessario dare al sistema che non è stato capace di difendere il dovere di difendere i cittadini dalle possibili ritorsioni che, giocoforza ogni comando di polizia oggettivamente può subire?
Sarà il caso di pretendere sul territorio standard minimi di sicurezza per tutti i comandi di polizia, polizia locale e carabinieri per evitare il ripetersi di tali tragedie?
… Prima di pensare al “negro” penseremo alla sicurezza degli operatori e delle strutture in cui lavorano?

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/05/2019

NON ESISTE SOLIDARIETÀ SENZA UMANITÀ….

Padre Corrado è stato iscritto nel registro degli indagati, nemmeno l’elemosiniere del Papa si è potuto sottrarre alla legge per aver ripristinato l’energia elettrica in uno stabile occupato da decine di famiglie con bambini alla periferia di Roma.
E sono giuste le proteste, anche politiche, di chi sostiene che non sono i gesti illegali che possono rimediare alla illegalità e che con oltre 300.000 euro di debito, per bollette non pagate, con che coraggio riattiviamo a gratis l’energia agli occhi di chi, alla pari, e in case regolari, non arriva a fine mese?
Padre Corrado, che rappresenta il Papa e la Chiesa Cattolica fa il suo lavoro, difende i più deboli, quelli che può, non tutti, certo, e non sempre quelli lontani dalla polemica politica… ovviamente.
Il tema della povertà, della disperazione, delle disuguaglianze, sono i temi reali del prossimo futuro (che è già qui), temi che prima che politici dovremmo sentire nostri, come un tempo, dove il disagio del vicino non era da segnalare al comune, ai servizi sociali, alla polizia, era un problema del condominio, del vicino, del conoscente, dell’amico, per gesto di carità, quella che una volta si chiamava cristiana e che padre Corrado in qualche modo ha voluto rappresentare.
Una rappresentazione non scevra da scontro politico ideologico ma un segnale, un messaggio: dove può finire l’uomo senza l’uomo e il suo aiuto? Come si può chiedere a questo mondo di affrontare gli enormi stravolgimenti politici, umani, sociali, culturali, climatici senza la solidarietà tra uomini?
In una società che celebra molto di più il giusto e sacrosanto salvataggio di un gattino rispetto al gesto eroico di salvataggio di una vita umana come si può chiedere di salvare gli uomini, magari in divisa, dal suicidio? (da inizio 2019 siamo arrivati a 9 per la sola Polizia di Stato)
Con una società come questa, che sembra negare l’esistenza della fragilità dell’uomo, chi davvero possiamo aiutare?
L’uomo, è evidente, non può essere fragile di questi tempi e se lo è il problema è di qualcun altro….
Tutto è politica, tutto è scontro ideologico ma se non torna ad essere l’uomo il fulcro della società, e ad aiutare se stesso, non ha senso salvare nessuno, uomini, donne, bambini e suicidi….
…. Perché il problema del vicino deve essere il problema di tutti o di una società intera, come era una volta, organizzati, solidali, propositivi, al fine di farsene carico….
….e io da che parte sto? Dalla parte dell’uomo ma anche della legge che mai può prescindere dall’uomo e dalla sua umana fragilità!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/05/2019

Parole in Giacca Blu arriva su TELEGRAM

Per chi vuole capire e andare oltre gli slogan e i tweet il blog sbarca su TELEGRAM.

Le persone spesso non vogliono capire vogliono solo urlare e sbraitare…
…. Per tutti gli altri seguitemi su questa piattaforma di messaggistica sempre più presente sui nostri smartphone.

PAROLE IN GIACCA BLU
Su TELEGRAM
https://t.me/paroleingiaccablu

La chiamano cannabis legale o marijuana light ed un tipo di pianta che da tempo è possibile commercializzare poiché a bassissimo contenuto di THC, il principio attivo che ha il potere stupefacente.
La legge, alla produzione, considera cannabis light, il prodotto con un principio attivo, compreso tra lo 0,2% e lo 0,6% a fronte di una media, per il mercato illegale, dal 12% al 16%.
Nei giorni scorsi il Ministro Salvini, in regime di campagna elettorale, ha espresso la volontà di una stretta verso i rivenditori di cannabis legale, che sarebbe meglio definire canapa ricreativa, perché ritenuti, nonostante la legge, portatori di illegalità diffusa.
Non sta a me in questa sede sindacare sul pensiero del Ministro ma è sotto gli occhi di tutti che colpire un settore in crescita come quello della canapa light non solo è economicamente un suicidio ma colpisce anche quei consumatori che, con sforzi, hanno trovato nella versione light un sostituto a quella robaccia presente sul mercato illegale.
Ben inteso, chi non vuole o non riesce a fare a meno degli effetti stupefacenti della cannabis non ha il benché minimo interesse a poter disporre di questa alternativa ma eliminare questo settore fornisce più danno che beneficio.
Sia chiaro, problemi su strada, per gli operatori che devono gestire questo fenomeno light ci sono e devono essere risolti, dalla tracciabilità del prodotto al minuto al controllo degli store stessi che per essere controllati in maniera adeguata necessitano di personale adeguatamente formato e attrezzato, questioni che possono essere risolte con adeguati investimenti e costi da far ricadere sul consumatore finale.
Ci sono fenomeni che devono essere gestiti con azioni repressive serie, gli spacciatori di morte godono oggi di un regime troppo favorevole, lo spaccio al minuto, di fatto, non è adeguatamente sanzionato, in un continuo “tana libera tutti” inaccettabile e frustrante.
Al Ministro Salvini, così vicino ai nostri problemi, la semplice preghiera di compulsare il parlamento a cambiare la legge sullo spaccio di strada della droga vera, per rendere davvero impossibile la vita a tutti coloro che ogni giorno uccidono i nostri figli.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 25/04/2019

QUANDO FAI IL TUO MESTIERE MA IL GIUDICE NON SA CHE MESTIERE FAI….

È diventata virale la vicenda della pattuglia delle volanti di Torino dove un Senegalese si è reso protagonista di una resistenza a pubblico ufficiale, con tanto di punti di sutura a carico del poliziotto, conclusasi con l’ordine di immediata liberazione nonostante ci trovassimo di fronte a un fermato che non è stato possibile identificare compiutamente a causa delle sue vigorose intemperanze. ( https://www.facebook.com/561781787235651/posts/2260181557395657/)

( http://m.ilgiornale.it/news/2019/04/22/quellordine-della-pm-al-telefono-che-ha-liberato-il-senegalese/1683098/)
Sul web il racconto dell’agente di polizia é davvero drammatico e denuncia tutte le difficoltà quotidiane che ogni operatore delle forze dell’ordine affronta quotidianamente e che, per fortuna, raramente riceve risposte e reazioni così inaccettabili da parte della magistratura.
Un procuratore, quello di Torino, di cui giustamente ci viene risparmiato il nome, che nella sua assurda reazione fortunatamente rappresenta solo la sua povera ignoranza e non quella di tutti i giudici.
Un procuratore certamente ignorante ma che ha delle giustificazioni, dei motivi, dei perché ha lasciato soli quei poliziotti.
Me la immagino la telefonata di quel collega che dal giudice vuole sostegno, conforto, “autorita’” perché non ci riescono a fotosegnalarlo con le buone maniere, e nemmeno con quelle accettabili, perché ha ragione il giudice, mica lo possiamo torturare!!!
E non è una questione di tortura ma di buon senso, di fronte a una così strenua resistenza, di fronte a un pubblico ufficiale il giudice che fa? Lo libera! Questo è il problema, la distanza, la noncuranza!
È questo ciò che offende, che ci mette in allarme, che sarà pur vero che siamo noi quelli che dobbiamo dare risposte alla magistratura ma se la magistratura non ci appoggia, che risposte possiamo dare? Perché è vero che se quello straniero non si voleva far identificare era un problema nostro, di chi indossa la “Giacca blu” ma la risposta non poteva essere “liberatelo!”
…. E comunque non è colpa del giudice ma delle leggi, della sua formazione, di quel percorso culturale fatto solo di codici, commi e cassazioni, dove non si tocca con mano il freddo di una manetta, il puzzo di sudore acre di un fermato che si ribella, di una piazza che ti tira addosso di tutto o degli sputi in faccia…. Perché chiusi in torri d’Avorio chiamate procure, al fresco d’estate e al caldo di inverno.
Non sono i giudici a essere ignoranti ma lo è quel sistema che li porta ad esserlo, troppo facile guardare il mondo sempre dall’alto, troppo semplice ritenerci dei nomi scritti sui fogli di carta, i referti medici sono molto diversi da dei punti di sutura dati in faccia, i referti sono di carta, le suture sulla pelle fanno male!
Signori Sostituiti Procuratori della Repubblica , signor Ministro della Giustizia, abbiamo un sistema ignorante che ha bisogno di crescere, le nostre questure sono aperte H24, ogni tanto veniteci a trovare quando siete di turno, abbiamo bisogno della vostra vicinanza, della vostra comprensione non solo dei vostri avvalli o dei vostri legittimi e sacrosanti dinieghi…
… Grazie!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/04/2019

GOOD GUYS NEVER DIE! (Gli eroi non possono morire!)

“GLI EROI CONTEMPORANEI NON SONO COLORO CHE MUOIONO MA CHI CON LA DIVISA SI IMPEGNA A SOPRAVVIVERE, SEMPRE, IN OGNI SITUAZIONE!”

La tragica vicenda di Cagnano Varano non ci ha consegnato un eroe ma la consapevolezza che di più dobbiamo fare per non regale uomini a quella gloriosa bandiera. È stato un agguato, forse sarebbe morto ugualmente ma nostro dovere è chiedere di aumentare, anche in questi casi, le probabilità di sopravvivenza.
Non ho intenzione di sostenere coloro i quali sottovalutano l’addestramento e l’equipaggiamento di ogni nostro singolo operatore delle forze dell’ordine e, fortunatamente, nemmeno una certa politica. In questa direzione fortunatamente va l’annuncio del Ministro Salvini che entro giugno doterà le forze di polizia del taser.
Piccoli passi per un pensiero che deve cambiare, gli operatori delle forze di polizia devono essere adeguatamente addestrati e equipaggiati. Bisogna prima di tutto pensare alla sicurezza attraverso ciò che l’uomo può fare con il minimo del pericolo e dell’errore possibile.
Perché dovere delle amministrazioni non è certo quello di annullare il rischio di un lavoro rischioso per definizione ma di delimitare il fallimento possibile solo all’imponderabile fattore umano….. imponderabilità che si può ridurre, anche quella, solo con l’addestramento e la verifica delle condizioni psicofisiche degli operatori.
Perché non avere dei giubbotti antiproiettile adeguati, una divisa comoda e operativa, un congruo numero di presidi difensivi, un buon addestramento, aumenta le responsabilità del datore di lavoro nel non aver delimitato la possibilità di errore al solo elemento umano e ai suoi naturali limiti.
Così che, tra le spese necessarie per difendere le nostre divise non possiamo prescindere da questi elementi perché gli eroi devono rimanere vivi e continuare a servire, con la loro esperienza, la parte buona di questo paese.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

“…. EDDAI, COLLEGA, COSA VUOI CHE SUCCEDA?”

In molti escono di pattuglia con frasi di questo genere, in fondo ci sono centinaia di operatori di polizia che raggiungono la pensione senza aver mai sparato un solo colpo in teatro operativo.
Questa, è bene dirlo, é una grande fortuna ma approcciare al servizio con la noia di chi crede che andrà sempre tutto bene é il più grosso pericolo di chi indossa una divisa.
Cagnano Varano in provincia di Foggia, forse uno dei posti più sconosciuti dello stivale, uno di quei luoghi dove qualcosa succede, magari tra piccoli criminali, dove le divise forse rischiano meno di tanti altri luoghi in Italia, dove, forse, per qualcuno, per davvero, non succede mai niente.
Non sappiamo se il Maresciallo dei Carabinieri, ucciso in quel posto sperduto della Puglia, con quale mentalità usciva di pattuglia, di certo però per prevenire tragedie di questo tipo molto si può e, probabilmente, si deve fare.
A partire dal l’addestramento, più moderno, più aderente alle esigenze, magari confortato da test di efficienza psicofisica per il personale che esce di servizio di pattuglia. Mente, corpo e addestramento devono fondersi in un virtuoso contesto di pratica operativa che non si basi su quello che tramanda l’anziano di turno.
Non solo, anche la divisa e l’equipaggiamento devono cambiare, è davvero stucchevole vedere operatori di polizia, ancorché militari, in servizio con la giacca e la cravatta, quale mai pronta risposta può esserci a una improvvisa aggressione da parte di chi indossa un indumento buono solo nelle cerimonie di commemorazione?
Quelle dove, già da domani, ricorderemo anche il Maresciallo Vincenzo Di Gennaro morto in questa circostanza….
Equipaggiamento che non può prescindere anche da adeguati giubbetti antiproiettile indossabili per tutto il turno di servizio e non solo quando vengono attivate le pattuglie per rispondere alle emergenze, chissà se il Maresciallo De Gennsro avesse indossato un giubbotto antiproiettile sottocamicia, si sarebbe salvato?
Abbiamo di certo bisogno di una rinnovata coscienza operativa, di un modo diverso di vedere e concepire il lavoro di appartenete alle forze dell’ordine….
… Nell’attesa riflettiamo se, domani, possa essere economicamente più importante acquistare l’ultimo smartphone o un adeguato giubbetto antiproiettile senza pensare che debba essere “l’arma” a comprarcelo!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 06/04/2019

“167° ESSERCI SEMPRE….” Anche per i colleghi!

Sono 167 anni quelli della nostra Polizia di Stato, una istituzione che la storia ci ha consegnato con diverse denominazioni ma sempre con la stessa missione, la difesa del cittadino e della convivenza civile.
In questa settimana ogni questura dirà la sua, mostrerà i suoi numeri, i suoi mezzi migliori, tra lustrini e pajette, dove tutto andrà bene, sarà bello e perfettamente funzionante, perché la festa deve essere così e guai se non lo fosse!
Ogni poliziotto, o meglio, chi veste la divisa con passione, il primo giorno di servizio pensa, crede e spera di fare la differenza, di contribuire a cambiare qualcosa, un positivo contributo a questo mondo sempre più difficile da leggere e dal linguaggio sempre più rapido e mutevole.
Ogni poliziotto che vede il suo lavoro come una missione ogni giorno vorrebbe fare la differenza tra il bene e il male, in un misto tra un super eroe e un Serpico alla ricerca del cattivo.
Ben presto le questioni cambiano, la realtà è quella difficile di un mondo dove si può cambiare poco e spesso si rincorre qualcosa, al fine di ricomporre, nel miglior modo possibile, i cocci.
Forse non funziona niente, forse, ma le persone, i cittadini, da noi si aspettano risposte e probabilmente, la cosa più importante, è provare a dargliele con quello che si ha ossia, tante volte, solo con la nostra umanità.
Perché la differenza la farà sempre e solo l’uomo, quello che nella “Polizia che vorrei”, mi piacerebbe tornasse al centro.
In questi 167 anni probabilmente si è cresciuti tanto come capacità operative ma si è perso, forse, la centralità dell’uomo, del suo valore, in quel reciproco mutuo soccorso che prima di tutto la società ha perso, perché le istituzioni, tutte, sono lo specchio, appunto, della società.
Di questa centralità perduta, di questi umani rapporti, incapaci di proteggere, nella “Polizia che vorrei” mi piacerebbe vedere un rinnovato senso della solidarietà, del reciproco ascolto, senza divisioni, tutti sotto la stessa bandiera e con un unico obbiettivo che passa dal benessere delle persone, tutte, dai cittadini ai poliziotti stessi.
Solo la scorsa settimana si sono suicidate tre Giacche Blu, in una escalation inaccettabile, dove ciascuno di noi tenta di dare la propria visione, la propria spiegazione, invano, i perché li hanno tenuti stretti alle loro angosce e se li sono portati via…
Nella “Polizia che vorrei” mi piacerebbe non solo riuscire a capire i perché di tanti suicidi ma, più che altro, che nessuno si possa sentire solo, abbandonato, senza vie d’uscita.
Il lavoro del poliziotto è spesso un lavoro umanamente carico, dove ci si ritrova a gestire, senza mezzi, le storture della società ma è troppo facile dire che è colpa dell’amministrazione, più difficile è impegnarsi tutti a proteggere non solo i cittadini ma anche i colleghi.
In questa settimana di festeggiamenti cerchiamo più incontro, più vicinanza, tendiamo una mano a chi notiamo essere in difficoltà, cerchiamo una maggiore empatia nei nostri uffici, sulle nostre pattuglie, perché è giusto chiedere più attenzione, più psicologi, più ascolto da parte del sistema ma il sistema è fatto dagli uomini e ciascuno di noi, anche senza titoli, senza strutture, può e deve fare la sua parte.
Il fenomeno dei suicidi in divisa è un problema che solo il fattore umano può prevenire…. Perché chi decide di suicidarsi, alla fine, lo fa e basta per questo bisogna alleviare il disagio, prima dell’irreparabile.
Tanti auguri Polizia di Stato, 167 anni di umanità e vicinanza, verso tutti, per”Esserci sempre”… Anche per il collega.IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 29/03/2019

A GENOVA VOGLIONO ROBOCOP!

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NESSUNO DEVE MORIRE PER COLPA DI UN POLIZIOTTO, NEMMENO IL POLIZIOTTO!

Era il giugno del 2018 a Genova, via Borzoli, una volante della Questura interviene per una grave lite in appartamento, un soggetto, poi trattato con un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio-, si era mostrato violento con la sua famiglia che, alla fine, è stata costretta a chiamare la Polizia.
Giungono sul posto due pattuglie che, poco dopo il loro arrivo, sono state accolte da Jefferson Tomalà, un ragazzo di soli 22 anni, che brandiva un coltello.
Sono stati attimi di tensione, di trattativa, di paura ma la situazione precipita. Il giovane, ormai in piena e inarrestabile crisi psicomotoria si avventa sui poliziotti e con la lama che brandiva ferisce gravemente un Agente.
In pochi attimi si scatena l’inferno, lo spray al peperoncino non quieta la situazione, tutt’altro, la scarica adrenalinica del giovane straniero fa continuare la sua furia verso quel poliziotto già ferito.
Un giovane Agente, da poco tempo in servizio sulle volanti,  estrae l’arma di ordinanza e con quelli che alla fine saranno 6 colpi di 9mm uccide nelle più tragiche e drammatiche situazioni il povero Jefferson.
Da subito la vicenda ha fatto emergere come la reazione dell’Agente di Polizia fosse assolutamente legittima, la vita di un Poliziotto era stata appena attentata e lui, per difenderla spara e, purtroppo, uccide!
Oggi questa vicenda vede un epilogo inaspettato il GIP Franca Borzoni di Genova decide per l’imputazione coatta del giovanissimo Agente di Polizia che ha sparato perché, in sintesi, l’azione posta in essere dall’operatore delle volanti di Genova è stata ritenuta sproporzionata visto che, a causa delle distanze così ravvicinate, si doveva pretendere al massimo l’esplosione di un solo colpo in zone del corpo non vitali. – infatti nei film funziona, effettivamente! –
Il Secolo XIX di Genova aggiunge peraltro stralci delle motivazioni che preoccupano chi come me da anni esercita la propria opera su scenari analoghi, la Giudice continua sostenendo  che «Tutti i colpi furono diretti in zone vitali e furono esplosi a distanza talmente ravvicinata da consentire, con l’impiego di dovuta diligenza e perizia, una mira pressoché esatta. Il comportamento denota il prevalere di una componente emotiva, quindi nell’imprudenza e imperizia dell’atto, connotazioni che mal si conciliano con l’uso professionale dell’arma, a causa di una marcata incongruità della reazione». ( https://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2019/03/29/AEpm73ZB-poliziotto_obbligatorio_trattamento.shtml?fbclid=IwAR1jJ6duAp8eNA4u28tL9cbCiaWw_65LVGD8N-yAcrFP1PuzIojoHieR2yY )
Quindi secondo il GIP la componente emotiva in una azione di polizia non può essere considerata una esimente, anzi, è da considerarsi come una aggravante poiché è notorio che prima di salire sulla pattuglia ciascuno di noi beve litri di emozioni, un po’ come gli ubriachi che si mettono alla guida colpevolmente ebbri.
Certo, ai tempi dell’intelligenza artificiale quello che in diritto può considerarsi “l’Agente Modello” deve prendere in considerazione ciò che avrebbe fatto un robot non una persona in carne ed ossa della stessa età della vittima e che, forse, per sua sfortuna, si è ritrovato a gestire un intervento così complicato con soli pochi mesi di esperienza sulle spalle.
Ci ripetiamo come un mantra che dobbiamo rispettare il lavoro dei giudici, quando il mantra vacilla facciamo ricorso ai dogmi, quando proprio non ce la facciamo più non ci rimane che chiederci se i giudici rispettano il nostro lavoro e il nostro essere prima di tutto uomini…come loro, a 1500 euro al mese….
Qualcosa però bisogna fare per colmare questa distanza, questa evidente disumanizzazione agli occhi di alcuni giudici, del lavoro dei poliziotti e chiedo al Sig. Ministro della Giustizia Bonafede di capire come colmare questo vuoto perché  andare avanti è davvero dura!
Così che oggi quando guardo in faccia i mie colleghi più giovani come posso spiegare loro il perché di queste scelte da parte di un giudice che mai come questa volta non ci fa capire che  cosa vuole da noi se non quella di appendere il cinturone al chiodo per dirigersi verso un comodo ufficio ad apporre timbri…
Cosa poi posso dire a me stesso se non che, è evidente, che questo morto merita un processo a prescindere a discapito delle tutele che ogni lavoratore dovrebbe avere e che, come al solito, lo sbirro eroe è solo quello morto!

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

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