Pubblicato da: paroleingiaccablu | 15/10/2018

ABUSI, SOSTANZE E MORTI DI STATO….

Sono giorni di ipocrisia quelli che vedono la svolta legata alla morte del povero Stefano Cucchi, ipocrita perché, pur di lavarci una coscienza, che non c’è, si chiede e si propone di intitolare a quel ragazzo monumenti, strade, pubbliche targhe.
Una coscienza che manca è quella che nessuno propone, nessuno evidenzia, che si sottace, anzi, forse si nasconde ed è quella dell’abuso di sostanze.
Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini sono tutti “morti di stato” dove sullo sfondo nessuno parla di quelle sostanze che fanno da contorno a quelle morti, sostanze che se non fossero state assunte, probabilmente, non avrebbero portato all’incontro scontro con le forze dell’ordine.
Nessuno, nemmeno il più derelitto del pianeta merita di essere ucciso a botte o semplicemente picchiato dagli esponenti della forza pubblica, certo è che per evitare queste morti probabilmente qualcosa in più dovremmo fare per prevenire la diffusione delle droghe più comunemente abusate.
Droga, alcol, sostanze psicoattive in genere, da tempo sono il motivo, o la scusa, per scontrarsi con le divise ma nessun investimento vero si vede da parte del sistema per prevenire l’aumento di chi queste sostanze ne abusa. Politiche antidroga? Antialcol?…. Non pervenute!
Il degrado che portano questi abusi è palese, da tempo, così come palesi sono l’assenza di leggi per fermare questo mercato di caos e morte, la cronaca infatti ci regala quotidianamente processi inutili, per colpa delle leggi, verso chi spaccia morte.
Non una scusa quindi per alleviare le responsabilità di chi, con la divisa, non è stato in grado di preservare la vita di certi soggetti ma solo l’evidenza che se non si colpisce il mercato di chi semina morte continueremo a cercare le colpe in quelle uniformi chiamate, spesso loro malgrado, a gestire problemi semplicemente e strettamente sociali che, giocoforza, diventano interventi di polizia.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/10/2018

UNA VIA PER STEFANO CUCCHI… NON È UNA BUONA IDEA!

Degrado, questo rappresenta la vicenda del povero Stefano Cucchi e al degrado, secondo me, non si intitolano vie. ( https://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/cucchi_via_roma_polemica-673175.html)
Perché dal degrado del mondo dello spaccio viene raccolto e maltrattato Stefano e trascinato in un altro degrado umano, quello di alcuni carabinieri che al posto di arrestarlo, o al più contenerlo, lo hanno picchiato, almeno così si dice, e al posto di trovare un motivo per tale deprecabile comportamento lo hanno taciuto facendo processare alcuni agenti della polizia penitenziaria al posto loro.
Intitolare strade a persone come Stefano Cucchi è sbagliato così come lo è stato intitolare una camera del Senato al ragazzo di piazza Alimonda di Genova, Carlo Giuliani.
Sono errori questi perché sono esempi di degrado, di una società che antepone la cultura della violenza a quella del rispetto e del dialogo, eroi di guerra, probabilmente, di un conflitto che se esiste non dovrebbe esserci. Le strade si intitolano agli eroi…. o a persone che hanno dato un impulso alla crescita della società.
Perché è degrado assistere a familiari che esibiscono foto shock per fare presa sulla pubblica opinione e tenere alta l’attenzione, non è da paese civile il metodo “Anselmo”, di professione avvocato, che per ottenere giustizia ci inchioda di fronte a immagini che forse possono capire tecnicamente solo gli addetti ai lavori, gli altri, probabilmente, possono solo strumentalizzarlo per confermare i loro pregiudizi anche verso le forze dell’ordine. Il fine giustifica i mezzi ma la giustizia non è un fine ma semplicemente un valore a cui non si deve rinunciare.
Ottenere giustizia non può essere fatto portando in piazza i processi, questo è degrado, non è da paese civile.
Così che se questa nostra Italia ha bisogno di memoria, da trovare nella toponomastica, chiediamoci di quale tipo di memoria ci sia davvero bisogno, ma soprattutto se al posto della memoria, forse, dobbiamo rifondare o, semplicemente, rinascere dal degrado.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/10/2018

SCUSARSI SOLO CON ILARIA NON BASTA!

Oggi è il giorno del riscatto della famiglia Cucchi e, forse, della disfatta di quella famiglia, o presunta tale, chiamata Arma dei Carabinieri.
È un brutto risveglio per l’Arma Benemerita, dopo la condanna in primo grado di uno dei militari coinvolti nel presunto stupro di due turiste americane a Firenze, le dichiarazioni nell’aula del tribunale dove si sta svolgendo il processo per la morte del povero Stefano Cucchi, aggiungono inquietudine all’inquitudine verso un corpo dello stato che nel vero senso della parola ha fatto l’Italia. Un corpo fatto di eroi quotidiani, sempre al fianco dei cittadini, che non meritano accostamenti così gravi e devastanti.
Come se non bastasse, nei giorni scorsi, abbiamo scoperto che Serena Mollicone, con buona probabilità, è stata uccisa nella caserma dei Carabinieri di Arce nell’ormai lontano 2001…. E ancora non sappiamo perché!
Oggi dobbiamo chiedere scusa, dicono, solo a Ilaria Cucchi, che ha perseguito una ingiustizia enorme verso suo fratello, verso la sua famiglia, ma anche verso la società tutta perché la giustizia dei tribunali, la verità, si riferiscono a tutti noi, non è un contratto tra singolo e privato. Scusarsi solo con lei, forse, è troppo poco.
Ricostruire un fatto, una verità, per quanto processuale, è una cosa difficile, estremamente seria, ma non si possono vedere processi eterni, inquinati, iniqui per la resistenza, la paura, l’incapacità di un sistema che per la verità e nella verità dovrebbe lavorare.
Gli errori si commettono, e si pagano, i cittadini devono avere fiducia nella giustizia, anche le stesse forze dell’ordine dovrebbero averla. Nel nascondersi, nel difendersi nella menzogna o nel l’omertà chi o cosa abbiamo difeso?
L’onore? L’immagine? I singoli? A che prezzo? Stefano Cucchi e Serena Mollicone sono due cittadini che nelle mani dello stato hanno trovato la morte e nelle pieghe dell’omertà ancora non hanno trovato giustizia.
Credo che tutto il sistema debba riflettere sul perché di questi eventi e fare di tutto affinché nessuno abbia più a dover chiedere scusa alle vittime, ai familiari, a quel mondo che nelle divise deve credere.
Se esiste un problema di mentalità in alcune frange delle forze dell’ordine questo deve essere scardinato perché un conto è difendere una azione sbagliata delle divise, perché sbagliare capita a tutti, un conto è nascondere la verità, con azioni deliberate, negando giustizia a chi deve ottenerla.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 07/10/2018

RIACE….”SECONDO ME!”

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“Sub Lege Libertas”, inizio da qui, da una banale espressione latina “Sotto la legge la libertà” per parlare del “Modello Riace” e della vicenda che sta travolgendo, o forse elevando a martire, il suo sindaco Domenico Lucano.
Riace è una bella realtà, fatta di speranza, di integrazione, di immigrazione in chiave di opportunità e non di paura, di inquietudine, di timore, leggere però  le trascrizioni delle parole espresse durante alcune telefonate ci pone nel dovere di chiederci se davvero Lucano possa essere un sindaco di questa Repubblica.
Ripudiare le leggi di uno Stato sovrano, aggirarle o addirittura disconoscerle perché ritenute ingiuste, criminali, pone interrogativi forti sull’etica che un bravo sindaco, come evidentemente è Luciano, deve comunque mantenere nonostante le proprie idee o posizioni politiche.
Non è una questione di fascisti, di razzisti, si tratta di rappresentanti del popolo eletti con leggi dello Stato Italiano e che lo Stato Italiano devono rispettare conformemente ai dettami della costituzione che quella stessa parte politica a cui il Sindaco Luciano appartiene, ha strenuamente difeso da quelli che venivano ritenuti attacchi eversivi contro la libertà di tutti noi.
Non può essere tutto relativo, non può essere tutto opinabile, non si può aderire o non aderire a una legge dello stato nel caso la si ritenesse ingiusta, un Sindaco può e forse anche deve aiutare i propri concittadini a sostenere un modello sociale e culturale vincente ma questo non lo autorizza a sostituirsi alla sovranità di quello Stato a cui comunque ha giurato rispetto e fedeltà.
Ciascuno può pensare quello che vuole sull’immigrazione, sull’invasione, su ciò che può fare bene o male a questo paese ma se questa nazione ha smarrito determinati capisaldi il motivo è anche perché troppe cose sono diventate “relative”, le regole devono essere certe per tutti, ci sono troppi “secondo me” nella dialettica delle persone che esercitano poteri importanti, a partire dai politici passando per giudici e magistrati, una indeterminatezza pericolosa e dannosa per un paese che ha bisogno di ritrovare certezze.
Con questo non si auspica la dittatura, anzi, si auspica una regola vera e certa per tutti perché “solo sotto la legge esiste la libertà”.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 05/09/2018

TASER: POLEMICHE NE ABBIAMO?

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Nel mondo dell forze dell’ordine una cosa è sempre stata molto difficile ossia quella di innovare, cambiare, aggiungere elementi di novità, nella migliore tradizione italica del “si è sempre fatto così”.
Alla fine, invece, il TASER è arrivato, si chiama “X2”, è giallo fosforescente, lo produce l’omonima ditta ed è uno strumento che si pone nel mezzo tra l’arma da fuoco e lo spray anti aggressione che, negli ultimi tempi, ha spesso evidenziato fortissimi limiti di reale efficacia con le persone in fortissimo stato di agitazione indotta da sostanza psicotrope o alcoliche.
La pistola elettrica è considerata arma non letale, ma comunque arma a tutti gli effetti,  nonostante le statistiche ci dicano che a seguito dell’utilizzo di tale strumento ci sono comunque stati dei decessi non tutti, come spesso si crede, derivanti da crisi cardiache. Quella sul cuore infatti è la maggiore preoccupazione che viene esposta sull’utilizzo di quest’arma non considerando tante volte che una persona oggetto della scarica alle volte cade molto male con conseguenze alcune volte mortali.
Il taser, assieme alla sua adozione, sta suscitando tantissime polemiche, preoccupazioni, di cui molte  sono condivise dagli stessi operatori del settore, da un lato quelli entusiasti (con particolare riferimento a coloro i quali svolgono mansioni di tipo burocratico) dall’altro estremamente preoccupati (con particolare riferimento a coloro i quali quotidianamente si misurano con la criminalità comune).
In questi giorni le maggiori testate giornalistiche, grazie all’Arma dei Carabinieri, ci hanno mostrato le immagini della formazione fatta ai militari, una risposta quella data ai media che assolve più al valore di slogan pubblicitario che di reale presa di coscienza, anche per la pubblica opinione, del problema.
Abbiamo avuto una lunga stagione fatta dei cosiddetti “Morti di Stato”, persone tragicamente decedute tra le mani degli operatori di polizia poiché entrati in contatto fisico violento con le divise, in quel pericoloso corpo a corpo che spesso accade e che non si sa mai davvero come può andare a finire. Tra i più conosciuti ricordiamo Federico Aldrovandi a Ferrara, Riccardo Magherini a Firenze, Michele Ferulli a Milano tutte persone che, nella ribellione legata a un controllo di polizia, lottano corpo a corpo con gli agenti, fino a morire.
Questi “Morti di Stato” dovrebbero essere il faro, il vero motivo che ci spinge a vedere nel taser un ulteriore strumento per sopravvivere a situazioni dove gli agenti della forza pubblica devono intervenire, devono porre rimedio, la polizia del resto  è l’unico organo dello stato a cui spetta legittimamente l’uso della forza e ogni mossa deve essere fatta, studiata, proposta, concepita affinché questa forza possa essere più sicura per tutti e in questa direzione si muove l’adozione  della pistola elettrica.
Fare il poliziotto vero, non delle fiction, è un brutto lavoro, a contatto con i reietti e i problemi della gente comune, in quella impossibile lotta nel risolvere le storture della società stessa dove spesso chi ha i problemi solitamente se li tiene ed è giusto dirlo, il taser se adeguatamente utilizzato, diminuirà il numero di morti e feriti sia tra le forze dell’ordine che tra le persone che da quelle divise devono essere in qualche modo, per dovere, trattenute.
L’uso del taser equivale ad uso della forza, ed è spiegato bene nel vademecum operativo diffuso in questi giorni agli operatori impegnati nella formazione, questa equivalenza significa banalmente che non esisterà mai, nemmeno con il taser, il rischio zero: la forza è forza e per questo pericolosa (punto!).
Così che chi lavora per strada e vede il taser lo vedrà certamente come uno strumento utile, come una possibilità in più di salvare il salvabile, un modo per portare a casa la pelle di tutti, anche del cattivo di turno, ma ogni divisa è conscia che ci sarà sempre un magistrato pronto a fare le pulci, a decidere sulla carta, e sulla tua pelle, se sei stato nelle regole, dove un eccesso colposo, delle lesioni colpose o l’omicidio colposo o preterintenzionale, sarà sempre lì a minare la tua serenità e quella della tua famiglia (e relativo conto in banca, mutuo e casa annessa).
Del resto ciascuno deve prendersi sempre le proprie responsabilità, e le divise in strada ne hanno tante, così come il poliziotto che usa il taser e che magari involontariamente e tragicamente uccide ma anche il giudice che sentenzierà l’operato di chi sta in strada….due condizioni molto diverse…ma così è!
Per questo non solo non capisco le polemiche, non comprendo l’ignoranza di chi vuole, o forse di chi preferisce, che continuino ad esserci morti a seguito di colluttazioni con gli operatori di polizia,  non li comprendo perché usare la forza comporta rischi, lo comporterà sempre e il taser, anche solo come deterrente, aiuterà tutte le forze dell’ordine a far sopravvivere quante più persone possibili.
Se poi si vuole credere che in ogni divisa ci sia un abuso o un criminale…bhe questo è un altro discorso.

In Giacca Blu –  Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 19/08/2018

EROI?

Non credo, spero anzi finisca presto questa logica e retorica dell’eroe, a dirla tutta, mi fa anche un po’ paura.
Sembrano eroi, oggi, persone che fanno il loro lavoro, che svolgono con responsabilità e dignità la loro funzione nella società, con spirito di servizio, con senso del dovere, con umanità.
Quello che abbiamo visto sulle macerie di quel ponte non è nulla di dovuto, solo una “banale” assunzione di responsabilità umana e morale.
Abbiamo bisogno tutti di vedere un sistema responsabile ma anche un popolo che si assuma ogni giorno, ad ogni livello, la responsabilità di cambiare.
Perché possiamo essere tutti degli EROI, in ogni ambito della società, in ogni settore, basta essere attori partecipi e positivi del proprio ruolo, nelle famiglie, sul lavoro, nelle scuole, ed esempio per i nostri giovani, che hanno bisogno di vedere coraggio e responsabilità nelle azioni degli adulti…. perché il futuro sono loro e a loro lo dobbiamo….. tutto qui!

– IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 18/08/2018

LUTTO NAZIONALE E TUTELA DAL CAPITALE

Perché si, bisogna scrivere, fare polemica, esserci con un commento, una foto, strappare una lacrima, speculare.
Lo sto facendo anche qui? Non è mia intenzione e vi chiedo scusa.
Oggi è lutto nazionale, di una nazione che forse non lo è più, in tanti tra i familiari delle vittime i funerali di stato li hanno rifiutati, con una marea di ragioni, da vendere…. e hanno fatto bene!
“Revochiamo la concessione” , si urla, “colpa dei Benetton” , si tuona, tutti ad autoassolversi, a cercare un colpevole che è lì, esattamente nelle mani di quelle stesse persone che evidentemente si rendono conto che avere delle responsabilità è davvero una cosa seria.
Non me la prendo con Di Maio, forse nemmeno con Salvini, con Conte poi, quest’ultimo sembra davvero una brava persona, sono loro però, oggi, che hanno la responsabilità del paese e se davvero, come qualcuno sostiene, si tratta di dilettanti da corrida televisiva, a loro comunque dobbiamo chiedere uno slancio di pragmatismo vero.
I soldi non hanno cuore, i contratti non hanno sentimenti, l’ingegnere Morandi, su cui si sta facendo un opera di denigrazione assoluta, non è un delinquente e i suoi ponti non sono delle palafitte ma dei manufatti che, mediamente, hanno 50 anni. Provate voi a rimanere in forma per mezzo secolo, stressati, senza mai essere stati curati, sostenuti, revisionati per davvero, al risparmio, al “massimo ribasso”.
Del resto abbiamo rinunciato da tempo a metodologie costruttive “eterne”.
Basta quindi dare colpe a chi non le ha, esistono più sistemi di impresa che mettono l’uomo prima del profitto? Perché esistono gli Stati? A tutela degli uomini o dei capitali? Chi deve controllare chi e cosa?
Perché non è revocando la concessione ai “Benetton”, che sono imprenditori con l’interesse del capitale, che risolveremo il problema ma restituendo allo Stato il potere del controllo vero, delle sanzioni vere, del controllo reale sulle sue concessioni, della sicurezza delle sue strade, della sicurezza dei cittadini, senza compromessi, senza connivenza, a tutela di tutti noi che pretendiamo che lo Stato ci tuteli dal naturale cinismo del capitale.
…. È lutto nazionale….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 16/08/2018

…. TRAGEDIA DI LIBERTÀ!

Scorre la strada sotto di me, da sempre, da quando ho la patente di guida, mi piace guidare, mi piace essere libero.
Ad ogni viadotto ad ogni singolo sobbalzo di un giunto penso alle vittime di Genova, a quella strada delle vacanze che è crollata sotto di loro e a quella libertà che ad ogni ponte che attraverso mi viene negata. Sono troppe le vittime di ponti cascati negli ultimi 2 anni.
Perché quello sul polcevera era un ponte di libertà, la libertà di vivere meglio una città difficile come Genova, la libertà di una vacanza nella bellissima Francia, a Sanremo, in Costa azzurra, ma anche la libertà di poter lavorare più rapidi, più veloci, come bene sa quel camion verde, ancora acceso, con le luci di retromarcia, in bilico su quel precipizio di morte.
Perché su quel ponte crollato non c’è solo la tragedia dell’evento, c’è la morte di quel sogno di libertà di muoversi degli italiani nato, come quel ponte, nell’immediato dopo guerra.
Per questo, oltre agli sciacalli della politica, tutta, del caro pedaggio, dobbiamo guardare oltre quella tragedia, oltre il dolore per le vittime, dobbiamo guardare a quella libertà che ad ogni giunto, ad ogni viadotto, ad ogni ponte ci viene negata, con una stretta allo stomaco, per la paura che, guidando guidando, la prossima vittima, sia tu….

Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 13/08/2018

LA LEVA, NO! …. PERCHÉ NO?

Il Ministro della Difesa Trenta ha definito romantica la visione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di ripristinare il servizio di leva militare, un modo per restituire ai giovani quell’esperienza capace di stabile ordine e disciplina nelle menti e nei comportamenti caotici tipici dei primi anni post adolescenziali.
Fino a qualche tempo fa sarei stato d’accordo con il Ministro Salvini, ricordo con estrema nostalgia quel periodo ma chi scrive è uno che la divisa l’ha scelta e l’aria della disciplina militare l’ha respirata sin da bambino.
Perché l’ordine delle cose, il rispetto delle regole, il concetto di società ordinata da elementi certi non si stabiliscono a 19 anni, dentro una caserma, con un sottufficiale istruttore, partono dalla famiglia, dagli esempi ricevuti i primi anni di vita, dalle idee di società che la famiglia esprime dentro le mura di casa, come può un giovane, nel pieno della tempesta ormonale, con l’arroganza tipica di voler cambiare il mondo, vedere autoritario un uomo o un sistema che nulla sa di lui e della sua vita? In un contesto peraltro imposto come può essere quello di un servizio di leva?
Abbiamo tanti giovani capaci da impiegare al servizio dello stato, le stesse forze di polizia hanno bisogno di ausiliari, di persone che possano alleggerire compiti collaterali, magari burocratici, ai quali poi consentire, a posteriori, un accesso privilegiato ai ruoli ordinari dei corpi di polizia stessi.
Un’occasione per far crescere queste persone come persone, come cittadini, per fidelizzarli alle istituzioni e per dare respiro a un sistema, quello della pubblica sicurezza, soffocato dalle incombenze, anche burocratiche, che aumentano sempre di più ma che vedono progressivamente il personale delle stesse forze di polizia diminuire di anno in anno.
Per questo, Ministro Salvini, chiamiamola leva, Servizio Ausiliario di Polizia ma non riduciamola a una perdita di tempo.

IN GIACCA BLU – RINELLI MICHELE

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 08/08/2018

EROI… DALLA MAGLIETTA “FINA”

PREMESSA: LA CELEBRAZIONE DEGLI EROI, A FAVORE DEI MASS MEDIA, E’ FINITA!

Bologna, 6 Agosto 2018, sul ramo A1 a A14, percorso cittadino dell’autostrada, a seguito di tragico tamponamento, esplode una cisterna di GPL, si registra miracolosamente un solo morto, per l’incidente stradale, decine di feriti ustionati, tra cui 4 molto gravi che speriamo possano tornare presto alla loro vita.
Sono le ore 14.00 circa, un caldo afoso, la macchina dei soccorsi si avvia immediatamente perché a seguito dell’incidente si leva una densa coltre di fumo visibile da diversi punti della città, elemento questo che riduce i tempi di reazione dell’apparato di emergenza.
La pattuglia del poliziotto delle Volanti “eroe suo malgrado”, Riccardo Muci, vede il fumo e capisce che la viabilità cittadina che passa sotto l’autostrada deve essere interrotta, il fumo e le fiamme sono troppo alte e troppo pericolose per lasciare che le persone continuino le loro normali attività nei pressi di quella che presto si trasformerà in una enorme esplosione.
Alla stessa considerazione arrivano 2 agenti della Polizia Stradale, loro sono invece in autostrada, impegnati nella gestione di un sinistro precedente la cui coda ha innescato il tamponamento della cisterna e la successiva esplosione, pertanto vedendo il fuoco e le fiamme si avvicinano per evacuare quante più persone possibili dal luogo del disastro.
11 Carabinieri si sono feriti nello stesso evento, il tributo più alto in termini numerici, loro invece sono accorsi in strada dalla vicina caserma ubicata nei pressi del luogo della tragedia, anche loro non hanno esitato a lasciare le loro scrivanie per adoperarsi nei soccorsi e mettere in salvo quante più persone possibili.
Possiamo ringraziare certamente San Michele e la Virgo Fidelis, per chi crede, se non piangiamo appartenenti alle forze dell’ordine caduti nell’adempimento del dovere, ma nonostante anche i codici sostengano l’obbligo di esposizione al pericolo in circostanze come queste, dopo esserci detti quanto siamo stati bravi – perchè siamo stati bravi – , capaci e, diciamolo, anche fortunati ( https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_agosto_07/pochi-istanti-liberare-strade-26-ambulanze-sei-minuti-due-ore-spegnere-l-incendio-cosi-bologna-ha-domato-l-esplosione-ed-evitato-strage-b08feaca-9a49-11e8-9360-f04aab9271a6.shtml ) , diventa necessario analizzare le procedure effettuate, quanto si debba ancora fare per non aumentare la catena dei soccorsi perché, ricordiamolo, un soccorritore ferito, distoglie risorse all’apparato dell’emergenza, chi soccorre deve evitare il più possibile di essere soccorso a sua volta attraverso l’utilizzo di attrezzature e buone pratiche di intervento.
Mentre per le buone pratiche il discorso diventa molto difficile da affrontare e chi scrive non è in grado di poter dire cosa è andato bene e cosa male una valutazione sulle attrezzature però si può fare.
In queste ore il sindacato di Polizia Sap ( https://infodifesa.it/poliziotto-ustionato-a-bologna-la-polo-era-sintetica-al-100-e-non-ignifuga/ ) , provocatoriamente, ha diffuso la notizia che al contrario di quello che sostengono alcune testate giornalistiche le polo dei poliziotti indossate dagli operatori intervenuti a Borgo Panigale, di fatto, non sono ignifughe ma in materiale così sintetico che, forse non prende fuoco, ma di fatto si scioglie.
La genesi di quell’equipaggiamento ha una storia lunghissima, di un apparato che ha impiegato anni a decidere come sostituire la vecchia e cara camicia blu “atlantica” e che da tanta sperimentazione, prove, giudizi e comparazioni, probabilmente ci si aspettava qualcosa in più.
E’ giusto precisare che le polo sono perfettamente corrispondenti alle caratteristiche tecniche richieste e i fornitori hanno semplicemente rispettato ciò che il cliente ha chiesto nel cosiddetto capitolato, quindi nessuna truffa, nessun strano raggiro.
Che cosa è quindi successo?
Probabilmente si tratta di scelte, scelte di vestibilità, di praticità, di traspirabilità, di velocità nel lavaggio e della successiva asciugatura tanto che non è necessario nemmeno stirarla a patto di non volerle far fare una brutta fine, laddove non si sciolga rimane timbrata dalla forma del ferro.
Ora, la polemica sulla polo potrebbe essere anche legittima, probabilmente lo è, il problema sono le soluzioni. Cosa diamo ai colleghi per difendersi in determinati scenari? Mantelline da saldatore? Giubbetti anti fiamma?
In tanti anni di servizio, ormai quasi 20 di cui 18 su una pattuglia di pronto intervento, sono stati innumerevoli gli edifici evacuati per un incendio, le camminate raso terra per evitare il fumo e vedere se ci fossero persone intossicate da portare fuori prima dell’arrivo dei vigili del fuoco perché, è giusto dirlo, all’interno dell’apparato di sicurezza 9 volte su 10 arrivano sempre prima le forze di polizia in caso di incendio a cui, va detto, non spetta l’intervento tecnico ma la sicurezza di scenario e l’evacuazione a distanza di sicurezza delle zone coinvolte.
Il collega Muci, probabilmente, in base alle informazioni preliminari, dove sente delle esplosioni ( https://video.repubblica.it/edizione/bologna/bologna-la-conversazione-tra-il-poliziotto-muci-e-la-questura-prima-dell-esplosione/312071/312708 ) ma non si aspetta quella che lo vedrà poi gravemente coinvolto, non è stato in grado di valutare le distanze a cui tenersi per non essere investito dalle fiamme o dal calore enorme sprigionato che abbiamo visto ed è per questo che l’adozione di un certo tipo di equipaggiamento determina la valutazione di una scelta a priori e di un livello di informazione preventivo, nella gestione dell’emergenza, che spesso nei servizi di pronto intervento non possiamo oggettivamente avere.
Ogni settimana, in ogni parte d’Italia, i colleghi rischiano di essere eroi loro malgrado perché è il tuo lavoro, perché ti sei arruolato “To serve and Protect”, servire e proteggere, ma prima di innescare una polemica, forse giusta, bisognerebbe anche pensare alle procedure, alle scelte, alla sperimentazione fatta da chi vive sul campo tutti i giorni “La Volante”.
Perché l’emergenza è una mentalità, un modo di concepire, di guardare le cose, vivere nell’emergenza non è scrivere un capitolato, non è rispondere a un telefono e dire “Polizia” ma pensare che ogni tua decisione ha a disposizone pochi secondi e il tuo equipaggiamento, che qualcuno sceglie per te, può fare la differenza tra la vita e la morte.
Grazie a tutti i colleghi per il loro senso del dovere, grazie per averci ricordato che serviamo a questo popolo e che il nostro lavoro conta, e conta tanto.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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