NON ARMI PER TUTTI MA PIÙ CONTROLLO A SPESE DEI PRODUTTORI…..

È un pugno nello stomaco il massacro di Uvalde, in Texas, una follia che noi italiani facciamo fortunatamente fatica a comprendere, non abbiamo il fenomeno dei Mass shooter, non abbiamo la possibilità di acquisto di armi così semplice come in America ma questo non significa che questa storia non riguardi tutti noi.

19 anime innocenti, 2 insegnati, una di queste Eva Mireles moglie di un nostro collega, impegnata nella prevenzione e nella sensibilizzazione degli studenti al fenomeno degli sparatori di masse, infatti il marito, qualche settimana fa, ha concluso nello stesso istituto una esercitazione, con studenti più grandi, per la prevenzione e il contrasto degli sparatori.

Gli Stati Uniti, un paese che da sempre esercita in noi fascino e ammirazione… ma che paese è quello che costringe i suoi studenti ad affiancare le esercitazioni anti incendio a quella per contrastare l’azione del Mass Shooter?

Come si può accettare tanta follia dove addirittura una parte politica commenta “bisogna armare di più gli insegnanti!”…. Come si può credere che la violenza essendo evidentemente insita nella società debba essere banalmente sostenuta o contrastata anche con le armi da fuoco?

Ribadisco, è difficile commentare questa notizia con gli occhi di un poliziotto italiano ma è folle pensare di tenere in vita questa situazione solo per sostenere il mercato delle aziende armiere americane a meno che queste non comincino a sobbarcarsi importanti spese sociali e organizzative legate alla prevenzione e al l’intercettazione nonché alla gestione del disagio sociale…. E non è detto basti….

Ramos, lo sparatore di 18 anni, dalle prime foto non sembra essere il classico suprematista bianco ma una persona con un probabile disagio umano e personale… fermo restando che anche essere suprematisti evidentemente non sia proprio “normale”…. Ma se non si pone l’accento sulla prevenzione, sulla ricerca di disagiati da inserire in una blacklist a cui deve essere vietato detenere armi, se non si pongono limiti alla follia di certe menti avremo ancora tante morti da piangere ancora.

Questo però non vuole e non può oggettivamente essere un appello a una chiusura indiscriminata verso le armi, credo che i cittadini debbano e possano avere il diritto di averle sia per passione che per diletto se non addirittura per una sana e adeguata difesa abitativa ma più aumenta la libertà di acquisto di un’arma più il sistema deve concepire un elevato sistema di prevenzione per il contrasto a fenomeni di disagio che possano anche sfociare in un uso pericoloso di possibili armi detenute legalmente.

Nulla di facile, sia chiaro, ma nemmeno di impossibile i cui costi devono però ricadere sui produttori e sui possessori legali, sani e onesti, delle armi perché la società necessita di sistemi di controllo laddove possano insinuarsi meccanismi pericolosi e qualcuno, purtroppo, deve farsi carico dei costi.

Un pensiero quindi non può che andare a quei piccoli angeli la cui unica colpa è stata quella di essersi trovati in un luogo che per definizione dovrebbe essere il piu sicuro al mondo: la scuola!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

30 ANNI… E UN GIORNO!

No, non si può dimenticare il trentennale della strage di Capaci, non si può, non si deve perché per chi è della mia generazione quel giorno rappresenta un punto di svolta sociale e culturale.

Era un sabato pomeriggio assolato, non esisteva internet, erano ancora lontani i tempi del 56k, dei siti internet come li conosciamo oggi, quel 23 maggio, tardo pomeriggio, tornato a casa, tv accesa, passavamo sequenze assurde, immagini dall’alto, di un elicottero, forse della polizia che documentatava il fatale attentato a Giovanni Falcone.

Quel 1992 fu un anno terribile, pazzesco, si moriva di mafia, si uccideva per mafia, si annientavano giudici, prima Falcone poi Borsellino, due simboli di quella magistratura che tanto ci manca, quella magistratura pulita, sana, capace di darci prospettive di giustizia.

Nel turbine della solita retorica, della fragile retorica delle ricorrenze, quello che manca di quell’epoca è, appunto, l’esempio, la prospettiva, l’intima speranza di giustizia di cui tutti, davvero tutti, abbiamo bisogno.

Si parla di mafia in queste occasioni, forse però poco si parla di quello che è la mafia, ingiustizia, illegalità, malaffare, ci sbracciamo a ricordare, a non dimenticare ma di quell’epoca abbiamo perso la speranza che avremmo avuto un mondo migliore perché c’erano persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Gli uomini, della scorta, Rocco, Vito Antonio sono morti nella speranza della giustizia, di un paese più giusto, per difendere chi, in quel momento ci faceva credere che potevamo e dovevamo credere che con loro, insieme a loro, avrebbe vinto la legalità non solo in Sicilia.

30 anni e un giorno, un giorno in più, quel giorno dopo per chiederci : Quanto ci manca quella speranza di giustizia?

Onori a Giovanni, Francesca, Vito, Rocco, Antonio

In Giacca Blu – Michele Rinelli

MAI PIÙ…..

Le sentenze si rispettano, le decisioni dei giudici si rispettano, le leggi si rispettano ma si devono rispettare soprattutto le vittime.

Oggi è una giornata triste, una di quelle dove la giustizia non ha senso, a Trieste si è consumato l’ennesimo oltraggio a due ragazzi, i figli delle stelle, Demenego Pierluigi e Rotta Matteo i quali sono stati uccisi da una persona ritenuta non capace di intendere e volere quindi non imputabile.

Il pubblico ministero, nella sua requisitoria, quasi a scusarsi, ha dovuto chiedere l’assoluzione per una persona definita senza riserve un pericoloso assassino a cui però la giustizia nulla può esigere se non un ricovero coatto in una casa di cura per soggetti ritenuti pericolosi, una REMS.

Non un carcere quindi ma un ricovero, non una cella ma una stanza di albergo, nessuna giustizia dunque ma un vuoto epilogo devastante e assurdo.

Non è stata certo una sentenza inaspettata questa, che Augusto Meran se la sarebbe cavata era chiaro da tempo, che Matteo e Pierluigi sono morti inutilmente era limpido sin dall’inizio.

A noi che rimaniamo e assistiamo impotenti al giudizio della legge spetta probabilmente la consapevolezza che per non morire così bisogna fare di più in termini di dotazioni, organici, addestramento ma anche di leggi che aiutino l’operatore a essere più sicuro, meno esposto, gli operatori del settore sanno quanto sia difficile agire in sicurezza laddove gli strumenti a disposizione sono pochi e sbilanciati.

È solo colpa di Augusto Meran? Facciamo e abbiamo fatto abbastanza per tutelare i figli delle stelle prima che accadesse questa tragedia? Abbiamo capito in questo tempo terreno il perchè sono morti o ci sarebbe bastato solo condannare un colpevole? Perché è giusto prendersela con la legge, con i giudici che la applicano, con un assassino ritenuto malato di mente, ma è altrettanto giusto chiederci non solo il chi ma anche e soprattutto i perchè.

Ciao Matteo, Ciao Pierluigi, vi promettiamo che quaggiù continueremo a fare domande e a cercare risposte perché per una giustizia che non sarebbe potuta esistere solo quelle davvero servono per un “MAI PIÙ….”

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Poliziotte, gonne e tatuaggi

Era il 1992 e il professore Roberto Vecchioni pubblicava “voglio una donna”, una ballata vivace e molto orecchiabile inno all’essere donna tradizionale, con la gonna, senza carriera, senza “pisello”, con i capelli lunghi… qualche anno dopo infatti iniziarono a passare le canzoni di “Skin” una cantante inglese eccezionale con i capelli rasati, look che per l’Italia di quell’epoca era fin troppo audace.

Sia la gonna messa in musica del 1992 ma soprattutto Roberto Vecchioni che ne cantava le doti identificative oggi sarebbero considerate sessiste, in fondo era un inno alla femmina che rimane al suo posto, in una visione patriarcale della famiglia, che oggi non solo non ha senso ma sarebbe anche offensivo…. Probabilmente lo erano anche all’epoca non certo con tutto il clamore che genererebbero oggi tant’è che il professor Vecchioni è scomparso, forse anche per quella canzone, dai radar della cultura pop italiana.

Gonne, sessismo, fluidità di genere, rispetto per chi nasce in un corpo ma fa di tutto per averne un altro, ancora in bilico tra gonna e pantaloni, questi sono tutti simboli di una modernità ineludibile e inarrestabile che non può non essere considerata normale. In mezzo a tutto questo mi ha colpito molto la storia del collega Alessio, entrato in Polizia da donna, un genere che non ha mai sentito suo e che, duramente, ha deciso di cambiare.

Alessio come tutte le persone che iniziano un percorso di transizione sono individui che nella loro vita esprimono molto coraggio, estrema determinazione, combattono tanta sofferenza, per affermare qualcosa che la natura gli ha dato a metà o forse gli ha proprio negato.

La sua storia che da qualche giorno imperversa sui social, e che ad alcune persone certamente può apparire superflua, inutile, funzionale a un certo pensiero, anche politico, racchiude in sé alcune domande e determinate ipocrisie.

Alessio, all’epoca del giuramento, non aveva ancora concluso il percorso di transizione ma voleva indossare i pantaloni per la cerimonia di giuramento, cosa che l’amministrazione della ps, in maniera intelligente, gli ha concesso.

Tra le ipocrisie che girano attorno a questa vicenda, la prima: abbiamo bisogno di essere ancora l’Italia del 1992 che tollerava che un uomo potesse cantare e ballare della gonna come elemento distintivo di genere? Abbiamo bisogno di donne, poliziotte, con le gonne?

La seconda: se siamo stati in grado di accettare Alessio nella sua affermazione di uomo, contraria a determinati e desueti dettami, siamo in grado di accettare, con le giuste valutazioni, individui che indossano innocenti tatuaggi?

Nelle pieghe di questa vicenda si nasconde tutta l’ipocrisia di quei meccanismi di modernità solo quando si è costretti ad accettarli, in fondo se il sistema concede giustamente a un poliziotto transessuale di affermare la sua lontananza rispetto a un documento che lo classifica al contrario di ciò che sente perché non può accettare una divisa innocentemente tatuata?

Sarà per caso che il fronte politico legato alle battaglie sulle discriminazioni di genere è più forte di quello che vuole il libero tatuaggio di chi entra in polizia?

Non è forse più forte, o più discutibile, per un certo tipo di arcaico pensiero, chi decide di andare contro la scelta della natura rispetto a chi si è voluto tatuare il nome del proprio figlio sul polso?

Che dite? Cominciamo a combattere davvero certe ipocrisie diventando davvero un paese moderno?

In Giacca Blu –  Michele Rinelli

COME SOPRAVVIVE UN POLIZIOTTO?!?!

Ci sono immagini che raccontano più di qualsiasi storia, istantanee che al solo scorgerle lanciano un brivido lungo la schiena e ci fanno ripiombare su quanto sia pericoloso indossare una divisa.

Siamo un paese che non è più abituato agli scontri a fuoco, ad armi che sparano, a delinquenti che agiscono per uccidere, per il puro gusto di veder scorrere il sangue.

Sono tre le immagini dell’agguato di Taranto che ci riagganciano alla pericolosità del nostro mestiere, i buchi sulla lamiera, il vetro dello sportello bucato dalle pallottole e il collega che casca sopraffatto dal dolore provocato dal proiettile che lo aveva trapassato.

Chi del mestiere e che ha visto quelle immagini deve riflettete su le tante questioni legate all’addestramento, all’equipaggiamento, alla particolarità di un lavoro bellissimo e pericolosissimo dove la pelle si deve vendere cara al nemico ma solo attraverso la coscienza e la consapevolezza di ciò che ogni giorno affrontiamo sulle nostre strade.

Sono sopravvissuti a un agguato, un gesto senza senso, per una tentata rapina a un concessionario di auto, una follia a cui non siamo abituati per un sistema, il nostro, che carcera pochissimo specie se nessuno si fa male.

Duplice tentato omicidio, questo è il capo di imputazione per il rapinatore che rattrista sapere essere una ex guardia giurata e che, evidentemente, per ragioni che sconosciamo, è passato dall’altra parte della barricata.

A noi che osserviamo e condividiamo non rimane che l’ulteriore consapevolezza che solo con i giusti equipaggiamenti, formazione e addestramento si può tornare a casa dai propri affetti.

Speriamo quindi che a seguito di questo evento si acceleri sulla necessità di dotare gli operatori di giubbetti di protezione comodi, funzionali, così adeguati da poter essere utilmente indossati da inizio a fine servizio.

Per le modalità con cui è stato sferrato questo attacco è chiaro si sia di fronte a un miracolo e a un funerale di stato sfiorato.

Non è nel mio intento attaccare oggi il sistema o di criticarlo ferocemente, negli ultimi tempi diverse sono state le innovazioni e le migliorie, forse potremmo criticare le priorità, forse si potevano spendere diversamente alcuni soldi, l’importante però è che la politica giunga, tramite le giuste osservazioni, a dotarci al più presto di strumenti difensivi davvero idonei e funzionali a chi ha il diritto di tornare a casa dai propri affetti.

Il polizotto è un mestiere pericoloso ma non possiamo affidarci ai miracoli ma all’addestramento e alle tecnologie esistenti, basta solo crederci e acquistarle.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

… SONO SOLO “MINORI”

Sono tempi difficili, come ve ne sono stati altri, tempi dove la storia, le generazioni, le dinamiche sociali avevano chiavi di lettura più contigue, ravvicinate, più facilmente interpretabili tra generazioni diverse.

Il 2022 inizia con una riflessione che andava fatta molto prima, chi sono oggi i nostri minori?

Dall’inizio di quest’anno la cronaca, praticamente ogni giorno, ci costringe a chiederci chi siamo i nostri figli, quali siano realmente i loro modelli, quanto facciano i genitori o cosa possono fare per dare loro una giusta chiave di lettura del mondo.

Milano, la capitale sociale, culturale ed economica del paese, lo specchio delle meraviglie dell’Italia che sarà ci dice che i nostri figli hanno smarrito, non da oggi, il senso della responsabilità, del rispetto, della società.

Ragazzine circondate e denudate, futuri uomini senza rispetto alcuno, oggi minori o a mala pena maggiorenni, la cui dimensione minorile da tempo non è più adeguatamente interpretata dalla leggi e dai regolamenti vigenti, non solo stupri alle ragazzine ma aggressioni senza paura alcuna alle divise, del resto è emblematica la vicenda dell’operatore di Polizia Locale di Milano disarmato da un branco di ragazzi.

Quando si diventa uomini oggi? Quanto si è ragazzi e come possiamo credere che alcune bestialità minorili possano essere gestite con leggi vecchie di 30 anni?

Padri, madri, istituzioni, educatori non sono più elementi indiscussi ma persone che quotidianamente sono messe in discussione da chiunque, ragazzini la cui sanzione, quando sbagliano, non è adeguata ai tempi, alla loro arroganza, alla loro supponenza, persone che solo la legge considera ancora bambini ma che spesso sono più pericolosi di navigati adulti.

Quanto ancora questa società vuole resistere? Quanto tempo ancora dobbiamo aspettare leggi rivolte ai minori capaci di raddrizzarli o almeno di recuperarli? Quando la società si riapproprierà del rispetto dei giovani restituendo loro un posto preciso senza che possano strabordare in comportamenti antisociali troppo poco sanzionati dal loro status di minorenni?

…. Che società vorremo essere domani?

In Giacca Blu – Michele Rinelli

…. QUEL MONDO CHE GIÀ C’È, BUON 2022!

Si, lo so, ultimamente scrivo poco, forse non ho neanche più un pubblico di lettori, forse non l’ho mai veramente avuto, forse sono troppo boomer per andare oltre la parola scritta.

È iniziato il 2022 dopo il secondo anno di pandemia, sono anni difficili da decifrare, anni veloci, ancor più liquidi di quei primi 2000 dove la velocità era rapida ma non così sostenuta.

Chi indossa una divisa delle forze dell’ordine da sempre si dice avere un osservatorio privilegiato sui cambiamenti della società, una frase che ho sempre trovato molto vera.

… Ma quando ti ritrovi ad inseguire il mondo, quando le risposte ai fenomeni sociali mantengono gli schemi propri del secolo breve perennemente ancorati ai meccanismi analogici dei primi del ‘900 capisci che quell’ osservatorio rappresenta un mezzo di frustrazione e delusione.

Che anno è stato il 2021? Di certo un anno di transito, di mezzo, un anno di quelli modernomedievali dove tra no vax e oscurantismi vari esibiti nelle piazze senza vergogna alcuna l’abbiamo fortunatamente e rapidamente archiviato sperando in una veloce rinascita sociale.

Un anno il 2021 che ci ha fatto volare in economia ma ha cambiato molto poco sul piano della giustizia, quella penale ancora lenta, quella minorile sempre inefficace, quella civile…. Vabbè lasciamo stare.

Cosa accadrà nel 2022? Ci daranno il taser, una battaglia vinta, certo, una responsabilità in più, non la panacea, non la soluzione a una società sempre più aggressiva a età sempre più giovane con la consapevolezza che i padri non lo hanno fatto e i figli spesso non hanno margini.

Una società che se una volta era liquida ora è evaporata, che ragiona di “metaversi”, di mondi paralleli e di una polizia sempre più “virtuale”.

Furti, rapine, scippi in drastico e costante calo non certo per bravura dei presidi o l’abbondanza di mezzi ma perché è molto più semplice raccattare soldi on line.

Nella società, quella reale, quella del “verso materiale” sono rimasti vecchi problemi grossi come droga e alcol su tutti che il sistema non intende gestire se non con meccanismi sanzionatori vecchi, stantii, lenti e inefficaci.

Cosa ci aspetta nel 2022 quindi? Difficile dirlo di sicuro c’è da parte mia l’augurio che qualcuno si possa accorgere che esiste una società reale che ha bisogno di risorse umane vere, di sostegno vero, di azioni concrete, di più padri e meno Stato, di meno leggi ma più guide di più valori e più esempi.

Di fronte a questa società, più forte deve essere la consapevolezza che ci ritroviamo in un mondo che non può più essere letto con gli occhi dei bis nonni, che le guide devono svoltare, andare tre passi avanti, capire che non ci sono più confini ma valori che devono essere ripristinati.

A voi che avete scelto di arrivare a leggere fino a qui l’augurio di essere l’esempio dei padri, il rispetto dei figli, i valori delle persone perbene, perché nel vuoto pneumatico tutto intorno a noi queste poche cose ci proietteranno nel mondo che verrà o che forse è già qui ma ci ostiniamo a non vederlo.

Buon 2022 a voi tutti…..

In Giacca Blu – Michele Rinelli

QUEL PEZZO DI NOI, QUEL SENSO DEL DOVERE!

Lo chiamano senso del dovere, non è proprio un senso, è forse più un istinto, una scelta, un pezzo della tua vita che dedichi a una certa azione, a una certa missione.

Quel senso del dovere, quello che ogni giorno mettiamo nelle strade di questo paese, in ogni momento, in ogni attimo, in ogni parte d’Italia, quel pezzo che ciascuno di noi mette lo ha aggiunto e donato Iris per salvare Maurizio Tuscano, il collega della Polizia Stradale di Amaro investito durante le operazioni di rilievo di un precedente incidente.

Iris Mansutti, questo è il nome della dottoressa che ha donato quel pezzo del suo dovere a Maurizio, un pezzo che non è bastato, questa volta ma che in tante altre ha sicuramente fatto la differenza.

La Dottoressa Mansutti che, come tutti quelli come noi, scelgono una professione di soccorso, rintracciata per essere pubblicamente ringraziata ha normalmente dichiarato “ho fatto il mio dovere”.

No, credetemi, non è scontato, quel dovere non è dovuto, non in quel contesto, non in autostrada, non quando decidi di intervenire su una scena di quel tipo, dopo una tragedia del genere, senza adeguate protezioni, assistenza, segnalazione.

Il senso del dovere non è banale, è un valore in più che certe persone hanno e donano a tutti noi, non crediate debba essere scontato solo perché si ha una divisa, la dottoressa Iris avrebbe potuto anche decidere di non intervenire, di lasciare andare, di non provarci nemmeno, in fondo puoi essere anche medico ma non è detto tu sia dotata del senso del dovere.

Per questo, in un momento dove siamo così distanti, arroccati in bilico tra le nostre paure e le nostre ideologie, a Iris voglio dire grazie perché esistono ancora persone, professionisti, operatori del soccorso che non si sentono eroi ma responsabili del loro ruolo, del loro compito e della loro missione…..

Grazie dottoressa Mansutti

In Giacca Blu – Michele Rinelli

ARMA PRIVA DI CARICATORE – ARMA SCARICA!!!!

Sergio Di Loreto

Ci siamo svegliati da un bel sogno e ci siamo fatti del male.

Era il 1999 quando a Bovalino, il giorno di natale si è consumata l’ultima tragedia di un arma “scarica”, un giovane agente venne ucciso per gioco da un collega in servizio insieme a lui il quale, pochi minuti dopo, visto il cadavere dell’amico a terra rivolse su di sé l’arma e si suicidò. https://www.cadutipoliziadistato.it/caduti/cistulli-giovanni/

Da quel giorno, da quel 25 dicembre, non abbiamo dovuto più piangere morti assurde, quelle che nessun istruttore di tiro vorrebbe mai dover subire.

La Polizia di Stato lavora ogni giorno, seriamente, per la sicurezza delle armi nei contesti addestrativi e non solo e ogni giorno combatte affinché quelle armi siano sempre davvero scariche quando non devono fare fuoco.

Chi ha vissuto l’esperienza del corso istruttori di tiro a Nettuno ha vissuto il mantra dello scarico delle armi, un rito sacro, il momento più solenne dell’esercitazione, quello dove nessuno può permettersi di sbagliare, dal primo degli istruttori all’ultimo degli operatori a cui deve essere imposta la massima disciplina e sicurezza possibile quando definisce, per davvero, l’arma scarica.

Una tragedia che colpisce l’assistente Capo Coordinatore Sergio Di Loreto, la sua famiglia, i suoi due figli e chi ha premuto il grilletto nella piena incoscienza di quello che stava per accadere.

Ci saranno le perizie, le testimonianze, i processi, ci sarà la legge ma a noi che rimaniamo il dovere di non abbassare mai la guardia, di ricordarci quanto le armi siano letali e infami se non maneggiate sempre e comunque pienamente presenti a se stessi.

Oggi ci svegliamo da un bel sogno, quello che nel 2021 non sarebbe mai stata possibile una tragedia del genere…. Ci svegliamo e piangiamo un amico, un collega, un professionista della sicurezza per il quale ci dobbiamo impegnare affinché non si abbiano mai più a ripetere eventi come questi.

Vada ai suoi familiari, amici e a quel collega che ha sparato il più profondo e sincero abbraccio per una tragedia assurda e senza senso.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

CANNES, POLIZIOTTO RINGRAZIA IL SUO CORPETTO…..

Continuano gli attacchi all’arma bianca, la Francia, in un incubo senza fine, reagisce a un emissario del profeta che nella città del cinema è della cultura non esita a estrarre un coltello e a colpire di fronte a un commissariato di polizia un gruppo di agenti in sosta che stavano per iniziare il turno di servizio.

Le immagini sono quelle di un folle agguato e di una reazione senza alcun inutile remora, l’algerino, radicalizzato, purtroppo con permesso di soggiorno italiano, viene abbattuto senza tanti complimenti, l’agente colpito, con un fendente altezza cuore, si salva grazie al suo corpetto antiproiettile e antiperforazione, uno di quelli che puoi tenere indossato sempre per tutto l’arco del servizio.

Non ci sono altre soluzioni per salvarsi da una aggressione all’arma bianca decisa e pianificata, si può e si deve puntare sulle protezioni passive le uniche che aumentano le possibilità di sopravvivenza al netto di una pronta reazione risolutiva come quella a cui abbiamo assistito a Cannes.

Da qualche giorno, in realtà da anni, sostengo la necessità di dotare le nostre forze dell’ordine di corpetti balistici anti lama, che siano sottocamicia o tattici l’importante è poter disporre di un presidio indossabile per tutta la durata del servizio con il quale ci puoi guidare, correre, rotolarti con un balordo.

È chiaro che la statistica non gioca a favore di una spesa importante per la pubblica amministrazione ma bisogna oggettivamente pensare a ciò che è opportuno acquistare, siamo contenti del taser ma di fronte ad agguati come questo ci vuole una cintura di sicurezza, sempre indossata, sempre a protezione dell’operatore.

Arrivino ai colleghi francesi i miei migliori auguri di pronta guarigione e un invito alle nostre organizzazioni sindacali di attivarsi affinché le forze dell’ordine italiane possano avere le stesse dotazioni che oggi consentono al collega francese di tornare a casa dai propri familiari.

In Giacca Blu – Michele Rinelli