SUICIDI…. TORNIAMO A PARLARNE!

Una timida notizia in cronaca locale ci ha fatto sapere che F.C, collega in servizio quale frequentatore presso la Scuola Superiore di Polizia di Roma si è suicidato.

Il collega, dalla strepitosa carriera, iniziata davvero dal basso, come pochi, lascia una moglie e una figlia di 9 anni.

Stava per diventare funzionario, stava per entrare nell’elite della nostra polizia….. ( https://www.catanzaroinforma.it/notizia132348/Aveva-prestato-servizio-a-Catanzaro-si-toglie-la-vita-poliziotto.html#.XcWAVOxFyKA )

Ed è così con timidezza che ormai vengono trattati i suicidi nelle nostre forze dell’ordine, una timidezza il cui significato non è chiaro, da un lato ci si sforza di capire il fenomeno, come di recente evidenziato dal Signor Capo della Polizia ( https://infodifesa.it/suicidi-in-divisa-il-capo-della-polizia-replica-al-giornale-ecco-cosa-abbiamo-fatto/ ) , dall’altro si preferisce non parlarne, probabilmente per evitare speculazioni, tanto odiose quanto inutili e dannose.

Il fenomeno delle Giacche Blu suicide è un fenomeno antico, passato da una società che non le accettava, e che spesso cercava una spiegazione accidentale a tragedie come queste, alla denuncia urlata del problema, dove il dito puntato era sempre verso quella amministrazione matrigna, per finire a una presa di coscienza che qualcosa effettivamente non va ma, per favore, non parliamone!

Se non se ne parla molto difficile diventa stimolare il sistema a dare risposte ma se dobbiamo ricominciare a parlarne, come è giusto, evidentemente, è necessario cambiare approccio.

Un suicida ha le sue motivazioni che, qualsiasi esse siano, non possono essere discusse in piazza, non solo, laddove l’amministrazione, civile o militare che sia, dovesse rilevare responsabilità proprie, il vero problema sta nell’ individuare quali meccanismi siano stati davvero determinanti a far scegliere alla persona il suicidio….

Chi lo certificherebbe? Come? In che modo? Un giudice post mortem? Con le testimonianze di chi? Non certo di quelle di chi è morto che se pur avesse mai lasciato precise indicazioni scritte sulle motivazioni del gesto sarebbero la conseguenza di una parziale e soggettiva percezione e non la puntuale e oggettiva narrazione di un disagio provocato necessariamente e incontrovertibilmente da terzi nell’ambito lavorativo.

Ed è così forse che per avere o provare ad avere prevenzione seria sul fenomeno dei suicidi in divisa la prima cosa da chiedere a noi commentatori esterni è di non voler sempre chiedere la testa di qualche dirigente, ufficiale o indicare sempre e comunque l’esistenza di qualche disagio legato alla professione.

Non si tratta di essere innocentisti, si tratta di provare un approccio che non sia colpevolista a prescindere.

È chiaro che se rispetto la medesima fascia di popolazione civile l’indice suicidiario nelle divise è doppio, e lo è in tutto il mondo occidentale, va da sé che esiste nelle persone che intraprendono questa professione una predisposizione che evidentemente fa parte del profilo umano proprio di chi sceglie la divisa.

Ritorniamo quindi a parlare serenamente di suicidi, o almeno proviamoci, perché questo silenzio non fa bene a nessuno, né al sistema né a quelle divise che forse, ancora, si devono vergognare del disagio per paura di non essere messe a casa, rendendole così ancora più fragili, a causa di meccanismi che preferiscono isolarti e non recuperarti.

Buon viaggio F.C, un abbraccio.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

EHI VIGLIACCO, PERCHE’ UCCIDERE UN POMPIERE?

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Questa mattina nello scorrere le pagine social la prima e tragica notizia è stata quella dell’incendio della cascina in provincia di Alessandria dove tre Vigili del Fuoco, Antonio, Marco e Matteo hanno perso la vita durante uno dei tanti e mai scontati interventi che ogni giorno compiono in tutta Italia.
Non è strano che un Vigile del Fuoco muoia in servizio lo è, però, se a ucciderlo sono di fatto delle bombe artigianali collegate a timer  programmati per esplodere in sequenza.
Qualsiasi sia il motivo di tale e grave azione dinamitarda ci attendiamo che i colpevoli vengano immediatamente arrestati e associati alle patrie galere per un lungo e congruo periodo perché solo se sarà abbastanza lungo sarà abbastanza congruo.
Perché? Prendersela con quelli come me, quasi quasi, è normale, gli sbirri non stanno simpatici a tutti ma i pompieri(??)….ma quanto potrai essere infame e vigliacco per prendertela con chi ti salverebbe anche fossi il primo dei camorristi senza fare differenza alcuna?
Quanto potrai essere meschino nell’attentare alla vita di chi ha l’unica e essenziale missione di preservare la sicurezza altrui?
Quanto potrai essere incompatibile con questa società, che poi ti deve anche recuperare (quanta arroganza!), se togli la vita a coloro i quali non fanno distinzione tra buoni e cattivi?
Nella lotta tra il bene e il male ci sta che o da una parte o dall’altra qualcuno muoia ma nella quotidiana corsa alla sicurezza di tutti i cittadini perché uccidere un Vigile del Fuoco?
Dai, vigliacco, diccelo!

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

IL NUMERO LO VOGLIO!

Lo definiscono un elemento di civiltà giuridica, parliamo del numero identificativo sui caschi dei poliziotti in servizio di ordine pubblico, un tema che ritorna nell’agenda politica e che questa volta potrebbe trovare le giuste forze per essere realizzato.
La politica, il parlamento sovrano, ha tutto il diritto e gli strumenti per attivare questa modalità di riconoscimento degli agenti impiegati nei servizi di ordine pubblico, nulla possiamo fare per arrestare questo processo di evoluzione culturale però possiamo spiegare i motivi perché non ci sentiamo pronti.
Scendere in piazza, dietro un casco e uno scudo, richiede tanta professionalità e tanto adeguato equipaggiamento e, a onor del vero, negli ultimi anni la Polizia di Stato può probabilmente essere di esempio in Europa in termini di professionalità e capacità tecnico operativa nelle gestione degli eventi dove sono coinvolte migliaia di persone.
In questo mondo moderno, pieno di telecamere e smartphone puntati ovunque, la professionalità è l’unica arma a disposizione per non finire nel tritatutto giudiziario-giornalistico, dove la speculazione e la strumentalizzazione diventano più importante del fatto, del contesto e dell’antefatto, elementi questi che non vengono quasi mai presi in considerazione.
Per questo, e per altri aspetti che attengono al successivo giudizio nelle aule di tribunale, l’unico vero aspetto che può salvare gli agenti della forza pubblica è applicare le norme, le procedure e le tecniche di intervento in maniera precisa e puntuale.
Cosa può succedere in piazza se inseriamo gli identificativi senza modificare elementi che stanno a monte? Quali sono?
A monte esiste una controparte che spesso non identifichi, che porta al seguito pietre, coltelli, piccole bombe, elementi non solo vietati ma che necessitano di successiva e certa identificazione per fare in modo che i manifestanti non in regola possano essere messi nella condizione di essere processati. Quasi impossibile è riuscire, in piazza, ad arrestarli o a bloccarli in flagranza!
Il problema, il più delle volte e nelle manifestazioni più cattive, è che questi criminali del disordine giungono in piazza perfettamente travisati tanto da rendere molto difficile, e alle volte impossibile, la loro identificazione postuma, in barba peraltro a un principio antichissimo e di rango costituzionale che vieta di manifestare con il volto coperto.
Cosa comporta questo?
Nel caso in cui quelle armi feriscano o uccidano gli agenti in servizio d’ordine altissimo è il rischio che nessuno possa pagare, in termini civili e in termini penali, le conseguenze della loro lotta armata.
Abbiamo quindi la maturità giuridica per chiedere e far accettare ai poliziotti di essere individualmente identificabili?
Forse no, visto che al contrario, chiunque potrà denunciare qualcuno in divisa, per qualsiasi cosa, dal colpo di sfollagente dato male, non a favore di telecamera, ma senza dolo, all’insulto al manifestante, a qualsiasi altro atto dovuto che nella vita di un poliziotto incide per 1/3 della sua carriera (ci sono atti dovuti che superano i 10 anni prima di definirsi).
Atti dovuti che comportano spesso la sospensione di una normale carriera e tanti pensieri verso quelle responsabilità che la stragrande maggioranza dei poliziotti lascia a casa ogni giorno.
Sono quindi favorevole ai numeri sui caschi?
La risposta è SÌ ma avendo alcune garanzie:

  1. Nessun manifestate può essere tollerato armato e travisato pena uso immediato della forza ritenendo l’atteggiamento grave e di per sé motivo di repressione necessaria della piazza.

  2. Ogni operatore non dovrà avere solo il numero ma una bodycam al fine di riprendere la sua condotta ma anche e soprattutto quella del violento.

  3. I reati contro l’ordine pubblico o di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale in contesto di piazza non dovranno godere di alcun beneficio processuale se non le attenuanti generiche e i manifestanti dovranno risarcire in tempi rapidi le lesioni provocate con la loro condotta o essere ammessi a lavori capaci di generare reddito idoneo al rimborso.

  4. In caso di atto dovuto nei confronti dell’agente in servizio di ordine pubblico il processo dovrà avere tempi rapidissimi, inferiori ai 3 anni.

Queste chiaramente sono solo idee, proposte, che possono anche non interessare a chi andrà a legiferare ma credo sia doveroso rappresentare che non è solo il numero sul casco un elemento di civiltà e di cultura giuridica ma lo è anche e soprattutto la tutela di chi quella civiltà e quella cultura la custodisce ogni giorno.

IN GIACCA BLU – Rinelli Michele

VESTIARIO NON AUTORIZZATO… CERCHIAMO SOLO DI TORNARE DALLE NOSTRE FAMIGLIE!

In queste ore è stata diffusa una circolare a firma del signor Capo della Polizia Franco Gabrielli il quale, richiamando il dispositivo normativo, che disciplina l’uso e le dotazioni di equipaggiamento, esorta a non aderire alle iniziative, sindacali e non, volte a fornire a prezzi agevolati, presidi e dispositivi di protezione a favore del personale impiegato negli ordinari servizi sul territorio. ( https://www.sap-nazionale.org/circolare-vestiario-del-capo-della-polizia-chiesto-chiarimenti-urgenti/)
Un richiamo, quello del capo della Polizia, assolutamente legittimo e doveroso ma che impone una riflessione fattuale e scevra da qualsiasi tipo di imposizione normativa perché, si sa, la norma spesso è l’espressione dell’esigenza del tempo in cui è stata scritta se non aggiornata o adeguatamente supportata negli anni.
Non è passato nemmeno un mese dalla strage di Trieste e ancora piangiamo la morte di Matteo e Pierluigi, uccisi da un fermato nel modo e nella maniera che le indagini andranno a stabilire.
In questo mese si sono moltiplicate le iniziative sindacali volte a tranquillizzare il lavoro degli operatori in strada, tra queste destano scalpore quelle che propongono a prezzo agevolato forniture di corpetti di protezione, anti lama e anti proiettile comodamente indossabili lungo tutte le 6 ore di servizio (oggetto della citata circolare) che idealmente avrebbero potuto fare la differenza nella tragica vicenda triestina.
Una spesa, quelle delle dotazioni acquistate in proprio che chi svolge servizio operativo, e che ama il proprio lavoro, non si è mai sottratto dall’affrontare perché il primo cardine del soccorso ai cittadini sta proprio nella sicurezza dell’operatore.
Certamente può essere motivo di imbarazzo che le organizzazioni sindacali organizzino gruppi di acquisto agevolato per presidi che ovviamente dovrebbero essere forniti dall’amministrazione (anche se nessuna legge lo impone) ma principale compito dei sindacati è la tutela del personale e quale modo migliore è quello se non di dare dotazioni, normali in tutto il mondo tranne in Italia, agli operatori in servizio operativo?
Presidi che la norma non impone nemmeno come obbligatori non essendo considerati DPI ai sensi della legge 81/08. – (cambiamo la legge?)
Nella circolare si sostiene che potrebbero non essere dotazioni sicure perché, giustamente, non testate dall’ente che li dovrebbe rilasciare, ossia l’amministrazione della ps, come se le ditte a cui si sono rivolte le sigle sindacali siano sconosciute, dove nessun ente è passato a fare certificazioni valide in tutto il mondo e che non si assumono la responsabilità dei loro prodotti in ogni senso.
Da sempre miglioro la mia dotazione, lo ritengo un dovere per me stesso, per l’istituzione che rappresento, per le decine di cittadini che ho soccorso in questi anni e leggere di poter essere sanzionato disciplinarmente mi fa sussultare sulla sedia, mi rattrista e rende questo lavoro ancora più amaro.
Quando un poliziotto mette mano al portafoglio a supporto delle dotazioni ordinarie molto spesso lo fa per la sua sicurezza e per quella dei suoi concittadini, non certo per vezzo o per vanità.
Dobbiamo quindi vietare le torce portatili per i sopralluoghi notturni? (quelle in dotazione spesso si scaricano subito quando diventano vecchie).
Dobbiamo censurare i porta radio portatili al cinturone che non vengono forniti in dotazione, così da costringere i colleghi a tenere in mano le trasmittenti magari durante un faticoso ammanettamento, o ancora, non portare un martelletto frangivetri utile in mille casi tra cui quello dello sventato sequestro del pullman di bambini che tutti ricordiamo o nei casi sempre più frequenti di abbandono di infante in auto sotto il sole?
Siamo soldati per certi versi, siamo soggetti ad ordini, a direttive, dobbiamo rispettarle, abbiamo il dovere di farlo, ci sono i sindacati a difenderci e a loro mi rivolgo per cercare di riequilibrare la questione. Ho sconfinata stima per il signor Capo della Polizia Gabrielli ma se quel presidio acquistato in proprio, non autorizzato, può rappresentare la differenza tra il morire o tornare a casa dai miei cari (ho una figlia piccola che voglio vedere crescere) possiamo mai chiedere a tutti quelli come me di rinunciare a tali protezioni se non fornite, giustamente e in maniera certificata, dalla amministrazione?
Ribadisco il rispetto infinito per il Capo della Polizia ma i nostri figli e le nostre famiglie potrebbero non essere d’accordo con quanto giustamente e legittimamente scritto in quella circolare.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

BAVAGLIO ALLE DIVISE….

La aspettavamo da tempo e la strage di Trieste ne ha accelerato la divulgazione, sto parlando della circolare del Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, riguardo all’uso dei social network da parte degli appartenenti alla Polizia di Stato. (http://m.ilgiornale.it/news/politica/arriva-bavaglio-divise-non-dovete-lamentarvi-sui-social-1775092.html)
Come inevitabile è partito l’embolo della polemica, tra accuse di bavagli e censure la chiave di lettura più gettonata è semplicemente “Guai vostri se vi lamentate on line”.
La questione non è né semplice né banale e tocca elementi di carattere costituzionale ma anche di terzietà delle forze di polizia e di nocumento dell’istituzione stessa ma anche di strumentalizzazioni che toccano sempre le divise, di politica e di governo, dove le voci dissonanti creano o possono creare imbarazzo, quello che alla fine non si vuole tollerare.
La strage di Trieste probabilmente segna un punto di svolta per un motivo tanto semplice quanto banale, se si perde il controllo della notizia i problemi sono molteplici e rischiano di mortificare non solo il ruolo di chi indossa la nostra uniforme ma possono ingenerare timori nella popolazione o vanificare il lavoro di chi dopo dovrà indagare.
Abbiamo sentito tutti la descrizione molto romanzata riguardo la morte di Matteo e Pierluigi da parte di una sedicente poliziotta in servizio quel tragico pomeriggio triestino, nessuno vuole mettere in discussione tale racconto ma quanto può essere pericoloso quel “romanzo criminale”, decontestualizzato, buttato nel clamore social, mischiato con la speculazione giornalistica , che finisce poi agli atti di una inchiesta per duplice omicidio?
Vogliamo chiamarla censura o senso dell’opportuno?
Il controllo della notizia può avere delle ragioni politiche, certamente, ma le ragioni di tutela del lavoro di chi andrà ad indagare le vogliamo considerare?
Ci sono esternazioni in assoluta buona fede, magari evitabili, altre che probabilmente non si ritengono tollerabili.
Parliamo ad esempio di quelle da messaggio politico troppo schierato o quelle che aderiscono a un antico pensiero riferibile alla destra estrema o, al contrario, a un certa sinistra, che, a onor del vero, sono sempre più digeribili da parte della pubblica opinione (o forse dal mondo dell’informazione).
Tra questi messaggi, dal vago colore politico, il problema è che non imbarazzino, non vengano strumentalizzati, non espongano l’istituzione a doversi giustificare con il decisore politico…. non si può certo pretendere che il poliziotto non abbia una opinione e che non possa esprimerla.
Anche la polemica sulle fondine ha un che di imbarazzante ma il problema è altrove, siamo nel paese che paga fior fior di euro le buone uscite di manager che hanno fatto fallire aziende di stato, possiamo dare responsabilità, magari solo erariale, a chi ha evidentemente sbagliato la scelta dei materiali?
Noi abbiamo un forte problema culturale ma preferiamo affrontarlo dalla parte sbagliata!
Detto questo nella evoluzione social legata alle divise sembra però essere vincente la censura, il terrore di carattere militare, più difficile infatti incappare in post sopra le righe di persone con le stellette sul bavero anche se, orgogliosamente, abbiamo rinunciato proprio di recente alle effigi militari e buona cosa sarebbe, proprio per mantenere la voglia di distinzione da quel mondo, non cadere in un meccanismo dove la censura può diventare l’unica soluzione.
Certo, sarà dura, la Polizia di Stato è esattamente lo specchio della società, non tutti hanno gli strumenti umani e culturali per esprimersi con equilibrio nel web e investire in campagne di informazione o di acculturamento dei poliziotti alle nuove tecnologie potrebbe non bastare.
Dobbiamo ripensare quindi a quella ubriacatura di libertà post riforma e smilitarizzazione del 1981 in virtù dei mutati scenari?
Possiamo non ritenere inopportuno esprimerci pubblicamente con posizioni palesemente estreme?
È giusto che il singolo operatore possa essere libero di esternare posizioni estremiste e di disporre dei propri “like” come meglio crede?
In molti risponderanno di sì, e forse è giusto, ma certamente viene meno quel principio per cui fare il poliziotto significa essere un appartenente a una istituzione di tutti i cittadini e che nel poliziotto dovrebbe vedere una figura sempre al di sopra delle parti.

…. e di questo blog che ne sarà?
Sono ormai antico nel panorama social, la gente non legge, preferisce vedere, commentare senza conoscere, vivere di apparenze, di una inquadratura finta su Instagram, per questo non mi pongo molti problemi, da oltre dieci anni scrivo e mi espongo, nessuno mi ha mai contestato nulla e so per certo che la mi roba viene letta anche da gente che conta. Quel giorno che il mio pensiero diventerà scomodo potranno fare quello che vogliono per farmi tacere…. Anche senza motivo… Basta esserne consapevoli….io lo sono!
Per ora li ringrazio per avermi lasciato fare, per me ciò che è stato scritto in questi giorni dal Capo Gabrielli vale dal primo giorno che ho cominciato questa avventura da blogger ma l’errore è sempre dietro l’angolo….quindi, per quel che mi riguarda, nessun problema!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

…. SE VOLETE CHIAMATELA CENSURA!

Credete a internet come luogo di libertà? Credete nei social e nella loro capacità di rendervi liberi di esprimervi?
Potete continuare a farlo, ci mancherebbe ma è bene ragionarci un po’ su.
Ogni sistema umano ha da sempre un problema ossia quello della gestione delle masse, quel meccanismo dove il popolo, con le buone o con le cattive, deve rimanere comunque all’interno di un certo ambito che sia espressivo, giuridico, economico e sociale.
In questo meccanismo sono incardinati tutti i sistemi, a partire dall’informazione a finire con quelli più moderni scaturiti non tanti anni fa nelle piattaforme social.
Credete inoltre che internet sia gratis? Forse per certi aspetti ancora lo è ma in cambio fornite in ogni momento, grazie al vostro smartphone, una mole di dati enorme che raccolti in stratosferiche quantità hanno un valore economico inestimabile per chiunque voglia fare qualsiasi tipo di studio su qualche settore che possa avere un risvolto di tipo economico.
In questi giorni il mondo social è soggetto a strane censure, chiusure, improvvisi e incomprensibili stop ad alcune pagine.
In tutto il mondo si stanno verificando degli oscuramenti, ossia alcune pagine tematiche pur essendo visibili appaiono solo a seguito della ricerca, i contenuti non vengono visualizzati sulle bacheche degli utenti, banalmente il sistema non te le propone più, se vuoi vederli te le devi cercare.
Questo sta accadendo per alcune pagine di estrema sinistra, alcune pagine che parlano dei curdi ad esempio ma anche quelle legate al mondo delle forze di polizia tra cui quella legata a questo Blog ma anche la pagina “Puntato” è finita in questo buio.
La censura, se così vogliamo chiamarla, non mi cambia la vita, non la cambierà nemmeno ai miei 30.000 follower considerato anche il fatto che dal 2013 il buon Zuckerberg non mi ha mai costretto a spendere un solo euro per quello che di fatto è un servizio commerciale dove far apparire prodotti di ogni tipo.
Ed ecco quindi il primo fronte di analisi: la mia pagina sottrae spazio vendibile agli operatori economici, culturali, politici che pagano fior fior di euro per imporre la loro presenza sui vostri schermi ?
Del resto “La Bestia”, l’organizzazione social al servizio del Senatore Salvini, non è un opera caritatevole costituita da volontari, non sono persone da “festa dell’unità”, con tutto rispetto, ma professionisti della comunicazione esperti degli algoritmi alla base delle piattaforme come Facebook e tweetter e che sanno quanto spazio comprare e per quale contenuto è opportuno spendere quattrini.
È per caso rimasto poco spazio gratuito da dare alle pagine social amatoriali dedicate alle forze di polizia in generale o solo per quelle italiane?
A seguito del blocco però hanno trovato spazio sulla mia bacheca contenuti delle polizie estere che prima vedevo molto di rado… allora forse non è un problema di spazio?
Ma andiamo avanti, e proviamo a considerare altri motivi, il 4 ottobre scorso la Polizia italiana è stata stravolta dalla strage di Trieste e i social network sono stati inondati da un’ emotività fortissima, quest blog e la sua pagina ha purtroppo avuto dei picchi di interesse enorme arrivando a muovere la bellezza di 3 milioni di utenti, persone che hanno un discreto valore sul piano economico, infatti Facebook ti garantisce una visibilità per 2 milioni di persone pagando 50.000 euro…. (si veda foto sotto) Vuoi costringermi a pagare un servizio? Ti ho usurpato, senza volerlo, il controllo delle visualizzazioni cagionandoti un danno economico non voluto?

Certo la questione commerciale può avere la sua valenza, del resto Facebook non vive di reaction ed emoticons ma se spostiamo lo sguardo un po’ più in là cosa vediamo?
Cosa generano queste emozioni patriotiche in questo momento storico? Possiamo permetterci tutta questa umana vicinanza e passione per la Polizia?
Se volgiamo lo sguardo in Europa in Catalogna si riempiono le autostrade di indipendentisti e la protesta durissima viene soffocata, in maniera più o meno legittima, anche da una Polizia Catalana amatissima da quello stesso popolo. Un contrasto importante rispetto a quella stessa polizia che non tanti mesi fa era stata accusata di non essere allineata al governo di Madrid ed era stata esautorata dalla Polizia Civile.
Anche in Libano, in Cile, a Hong Kong stanno attraversando un periodo di forte tensione, in un momento storico dove il tutto deve girare intorno al caos, possiamo permetterci una polizia italiana troppo sentimentalmente unita con il suo popolo come mai abbiamo visto dal 1945?
Esiste un equilibrio di contrapposizioni che non deve assolutamente essere scardinato?
Non è che i burattinai sono costretti ad agire in maniera tale da rendere nuovamente gli sbirri i nemici del popolo?
Come del resto lo sono sempre stati….
È evidente che i prossimi anni saranno di caos totale, esplosivo, isterico, probabilmente provocato ma non organizzato in tutto il mondo ma la domanda rimane sempre quella: perché oscurare le pagine delle forze dell’ordine?
A chi o a cosa dobbiamo dare spazio? Che è successo alla mia pagina il 17 ottobre? (lo squilibrio della questione è ben visibile nella foto in cima).
Io non credo al caso e tutto, sempre, ha una spiegazione…..

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

LA PAGINA FACEBOOK È STATA TEMPORANEAMENTE (?) FERMATA….

Facebook ha detto stop!
Dal 2013 gestisco la pagina legata a questo Blog sulla nota piattaforma social, non certo con poche difficoltà, il popolo social è un popolo spesso arrabbiato, rissoso,censurabile, per questo ho pensato più volte di chiudere quello spazio che da confronto si trasforma in vomitatoio.
Nei giorni scorsi la famiglia della Polizia di Stato è stata coinvolta dalla tragedia di Trieste e la morte di Matteo e Pierluigi è diventato davvero un argomento molto social tanto da aumentare i contatti del mio spazio a oltre 3 milioni di persone, una cifra ragguardevole per una pagina amatoriale, gratuita, per cui chi scrive non ha mai pagato nulla.
Non è chiaro quindi cosa sia successo ma è ragionevole pensare che tutta quella visibilità, a gratis, arrechi un danno economico commerciale a Mark Zuckerberg, a causa anche degli algoritmi, che visualizzano sulle bacheche degli utenti contenuti per cui nessuno effettivamente paga nulla e che, al contrario, di fatto, tolgono spazio a chi di denari invece ne investe tanti per essere visibile sulle vostre bacheche.
Così, senza grosse specificazioni, Facebook mi comunica il blocco dei link fino al prossimo 24 ottobre, una misura che non mi cambia certamente la vita ma mi fa riflettere, e vi deve far riflettere, sul valore del vostro tempo trascorso sui social, del valore dei vostri click e delle vostre reaction… cercate di non credere ancora alla bufala che internet sia gratis e che Facebook sia ancora quel sistema che vi tiene a contatto con i vostri vecchi amici.
Il 24 ottobre, forse, la pagina tornerà pienamente operativa anche se altre pagine hanno cominciato così e piano piano sono state dismesse e chiuse da Facebook per una non ben, è mai precisata, violazione dei termini d’uso. Penso alla pagina “Puntato”, a “Tactical Life”, tornate sul panorama social con enorme fatica e perdita di visibilità.
Sono indeciso se organizzare una pagina di emergenza o chiudere la mia esperienza su Facebook, di certo mi corre il dovere di ringraziarvi per quello che avete letto, fatto leggere e condiviso sui vostri profili personali negli ultimi tempi.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli