IL PROBLEMA NON È L’IDEA MA LA STRUMENTALIZZAZIONE

La polemica, la macchina del fango o più semplicemente lo scontro ideologico oggi galleggia sul “cadavere” mediatico del Vice Questore Schillirò che ha osato schierarsi nel panorama No Green Pass e No Vax…. Che vengono messi tutti insieme ma non è proprio la stessa cosa…..

Si può indossare una divisa, essere un poliziotto, ed essere contrari a una misura così controversa, ma ritenuta necessaria dal governo, com’è il Green Pass o l’obbligo vaccinale?

La risposta è semplice, ed è affermativa, del resto non esisterebbero 20.000 poliziotti non vaccinati e che indirettamente, evidentemente, mal digeriscono il principio alla base del green pass ma tra questi, fortunatamente in pochi, si espongono alla pubblica opinione con frasi  «la disobbedienza civile come dovere sacro quando lo Stato diventa dispotico»…. Mentre a pochi chilometri da quel palco i tuoi colleghi prendono le botte per difendere semplicemente il diritto di manifestare ma senza violenza.

Sia chiaro, chi scrive non solo è vaccinato e approva che lo Stato faccia il possibile per ottenere quanti più vaccinati possibile ma un conto è valutare la questione sul piano normativo, sui principi liberali e forse costituzionali che vengono meno, un conto è utilizzare parole da rivoluzionario quando comunque, anche da libero cittadino, verrai sempre individuato come appartenente alle istituzioni.

Non posso quindi essere solidale con la dottoressa Schillirò semplicemente perché non posso tollerare che un funzionario dello stato, con la mia stessa divisa, alimenti, da un legittimo palco di protesta, anche quelle frange violente che stiamo vedendo nelle piazze in questi giorni.

La giustizia amministrativa farà il suo corso, non auspico la gogna, il decadimento dall’incarico o azioni disciplinari eccessive ma non si può tollerare che un funzionario di polizia possa farsi non solo strumentalizzare da chiunque ma che le sue parole siano pane per chi in piazza getta sulle nostre divise qualsiasi cosa pur di farci del male.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

BUON VIAGGIO DOTTORE

Ci ha lasciato Francesco Scinia, già funzionario di Polizia al Reparto Mobile di Palermo, l’essenza più alta di un uomo perbene.

Francesco “Pacotom” Scinia era uno di quei funzionari che non esistono più, preparato, garbato, rispettoso, un passo avanti ai tempi che fuggono, uno di quelli che non solo la Polizia, ma ciascuno di noi, vorrebbe al fianco nel momento del bisogno…. quando davvero finisci nei guai.

Francesco, conosciuto quando ancora il web non era tutto e solo social network ma forum di discussione e mailing list, ha contribuito in maniera determinante a farmi iniziare questa avventura, prima come collaboratore del sito poliziotti.it, passando per il sito dei caduti (www.cadutipoliziadistato.it) di cui è stato uno dei pionieri, per farmi poi approdare a questo blog.

“Pacotom” quale uomo garbato e riservato, ci ha lasciato esattamente nel suo stile, nel suo classico aplomb da signore siciliano tutto d’un pezzo, senza una sbavatura, senza alcuno scossone, con garbo, con educazione, quella che lo ha sempre contraddistinto.

Ho il rimpianto di non averlo potuto conoscere meglio, poter avere il piacere di apprezzare ancora la sua cultura, il suo senso dello stato, delle istituzioni, di quella Polizia che ha dovuto lasciare prematuramente ma che tanto ha amato e apprezzato anche quando la criticava fortemente.

E adesso che sei lì, libero dal peso di un qualcosa che non ti apparteneva, ti immagino a conversare con San Pietro, con quella tua immancabile gentilezza e spiccata cultura che tanto ci mancherà….

Buon Viaggio Dottore, salutaci i nostri caduti, quelli che tu per primo hai capito quanto fosse importante ricordare.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

UBRIACHIAMOCI DI UMANITÀ….

Ci sono davanti agli occhi le immagini dell’Afghanistan, volti e dolore di un popolo che vuole scappare dall’oscurantismo, dalle tenebre, dalle negazioni di un qualcosa che definire banalmente dittatura non può restituire la dimensione di quella che può essere una teocrazia come quella talebana.

I nostri C-130 carichi di umanità ci hanno portato in patria un granello di quel dolore, di quelle vite, di chi ha creduto in noi, occidentali, e poi, come nei migliori copioni dell’opportunismo geopolitico, abbandonati senza il benché minimo scrupolo.

Si susseguono le immagini di vicinanza, tutti ad accogliere quella disperazione, in cerca di un palcoscenico dove si ignora l’adagio su quel bene che si fa in silenzio.

Da operaio della sicurezza il mio pensiero si proietta verso quel giorno in cui di Afghanistan non parlerà più nessuno, dove l’immigrazione, qualunque essa sia, sarà solo un problema sociale, una guerra tra poveri dove, spenti i riflettori e le reaction social, anche gli afgani torneranno a essere immigrati che tolgono il pane agli italiani.

Ubriachiamoci di buonissimo, di soccorso, del “non dobbiamo abbandonarli”…. Facciamolo ora, facciamone una bella scorta perché a tornare dentro la nostra disumanità ci metteremo molto, molto poco….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

STUPRANO LA FIGLIA, VOLEVA GUARDARLI IN FACCIA!

Voleva guardare in faccia gli stupratori della figlia, ha suonato alla loro porta, non aprivano, ha sfondato l’ingresso, si sono chiusi dentro una stanza, piagnucolavano…..

Vigliacchi, questo è il branco, il branco solitamente è vigliacco, piagnucola di fronte alle responsabilità e alla furia di un padre che, nonostante tutto non ha perso la testa…. E quanto avrebbe avuto ragione per farlo! (https://www.corriere.it/cronache/21_agosto_13/lignano-sabbiadoro-stupro-violenza-padre-0bc88f02-fba7-11eb-9a2d-4c80ac9904f4.shtml)

La notizia è di quelle che fanno impazzire i padri di figlie femmine, quelli che vorrebbero poter fare capire come funzionano i branchi, come evitare di finire all’interno di logiche perverse, al confine tra crimine, ignoranza e immaturità sessuale, di chi agisce e di chi subisce.

Perché tra il gioco che si trasforma in abuso divenendo poi un crimine c’è tutto quel corollario di gesti, insegnamenti, esperienze che tutti i genitori responsabili dovrebbero poter dare e controllare ai propri figli, maschi e femmine che siano.

Maschi che sempre più faticano a diventare uomini e femmine che spesso rimangono vittime delle loro stesse armi per colpa del rispetto che manca verso quel qualcosa di unico e meraviglioso che è il sesso in età giovanile, non un problema di donne o uomini ma di individui e di maturità personale.

Chi erano quindi? Criminali o ragazzini che credevano di conoscere cosa fosse un’esperienza collettiva di quel tipo? Giovani adulti capaci di capire quando fermarsi di fronte a un rifiuto o imberbi criminali che oggettivizzano le donne solo nel loro corpo e non anche nella loro anima e nella loro volontà ?

Domande che i loro genitori, loro stessi, noi tutti dobbiamo farci perché di sicuro la banalizzazione dell’esperienza sessuale vissuta dalle giovani generazioni non aiuta a insegnare loro il valore del no da parte di chi stupra. Forse era un gioco, finito male, forse era un gesto criminale sin dall’inizio!

Criminalizzare questi giovani non può non passare dalla lettura di questa società, troppo veloce, che non tutti i giovani, e non solo, riescono a capire.

Adesso si stabilisca la verità, chi sono questi stupratori e quanto lo sono e se effettivamente lo sono stati, perché è facile parlare di rapporti consenzienti quando l’età anagrafica potrebbe non corrispondere, alla fine, con quella dell’effettiva emancipazione sessuale…. Per entrambi i sessi!

Gli uomini non sono più emancipati delle donne, sessualmente parlando, è solo una questione di cultura, di società che attribuisce a maschi e femmine valori diversi e consapevolezze diverse rispetto al rapporto.

…. E a noi genitori la responsabilità di far capire loro che il sesso non è né banale né scontato ma una responsabilità, gioiosa, da condividere nel pieno rispetto di sé stessi, degli altri, insieme agli altri!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

VOGHERA: ACCOGLIONI O PISTOLONI?

A Voghera è morto un uomo, a Voghera è accaduta una tragedia, chiunque voglia sostenere il contrario agisce, pensa e sostiene qualcosa di disumano.

Sono obbiettivamente pochi i messaggi di cordoglio per la vittima, è vero che quell’uomo andava aiutato, non ucciso ma è vero anche che esiste un paese arrabbiato che non crede più nel valore della sanzione penale e che nella morte di quell’uomo vede una liberazione.

Al posto di fare demagogica propaganda, prima di creare gli schieramenti da stadio, prima di dividersi tra “accoglioni” e “pistoloni” dovremmo interrogarci sul perché di un paese che non si sofferma più a pensare al valore della vita umana e che spesso preferisce vedere la polizia salvare gattini piuttosto che persone.

E non è colpa delle troppe armi in giro, e non è nemmeno dell’assessore che è un legittimo prossessore, il problema risiede in quella società che non aspetta i giudici, che pensa che un colpo di calibro 9 sia più semplice, più rapido, più risolutivo….. Peccato che oggi abbiamo ai domiciliari un cittadino che in una tragedia, per alcuni, passa da eroe ma dovrebbe essere per certi aspetti a sua volta vittima…. Di un sistema ipocrita e perverso.

Mi si consenta di sostenere che qui di eroismo non c’è nulla, anzi, strano abbia retto o stia reggendo l’accusa di eccesso colposo di difesa legittima, nell’attesa delle risultanze investigative l’accusa per omicidio volontario è davvero dietro l’angolo.

In quel mondo dove tutto è un tifo e tutto è uno schieramento non gioire per la morte di quell’uomo significa essere buonisti come se ormai fossimo giunti a una sorta di capolinea, nessuna speranza per l’essere umano, meglio la rupe di spartana memoria evidentemente.

Non so che mondo vogliate per i vostri figli, di certo non voglio un mondo dove l’essere umano se non ha una posizione sociale ed economica è solo uno scarto, perché quello straniero ucciso, uno dei tanti, è forse solo il frutto di quella accoglienza che effettivamente non accoglie nessuno ma ti lascia in balia di eventi che, alla fine, ti fanno diventare uno scarto.

Chi fa il mio mestiere fatica a vedere il bello dell’immigrazione, la bellezza delle culture che si fondono, chi lavora in strada o lo ha fatto per tanti anni quando vede immigrati il primo pensiero è legato a qualche problema da affrontare…. Ma moltissimi sono i cittadini di ogni etnia che rispettano le nostre leggi!

Il problema non è quello sparo, lo è per chi ha sparato e dovrà giustificare il perché, il problema è quella immigrazione che produce scarti, che non integra, che ti accoglie ma poi ti abbandona a te stesso e che genera quei mostri, italiani, che vorrebbero vedere gli scarti tutti morti.

Non solo, ma abbiamo ancora, e a maggior ragione ora, bisogno di credere nella giustizia, abbiamo bisogno di maggior sicurezza percepita ma soprattutto che la politica torni a fare la politica, vera(non con le armi in cintola), che le forze dell’ordine siano capaci davvero di ripristinarlo, che le toghe tornino autorevoli ma soprattutto che la vita umana torni ad avere valore vero, perché l’uomo deve tornare a essere capace di farsi rispettare tra i suoi simili, grazie alle leggi e allo istituzioni, all’interno di una società che compensi le storture della stessa.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

NON SOLO LA POLIZIA DEVE STARE AL SUO POSTO!

Crescere con il mito della Polizia, delle sue storie, nell’eterna lotta tra bene e male e loro, i bambini, anche molto piccoli, quando giocano a guardie e ladri, spesso, vogliono fare le Guardie perché nessuno vuole essere un cattivo…..

Al riguardo mi è stato segnalato questo interessante testo a firma di Alessandro Pilo che giocando con il suo bambino ci racconta di cosa significa il mito delle Polizia da bambini e il perché potrebbe essere utile metterlo in discussione sin da subito o comunque molto presto https://www.vice.com/it/article/qjpgnx/mito-della-polizia-film-televisione-giochi

Perché cresciamo col ‘mito’ della polizia, e come condiziona le nostre vite

Un titolo interessante che vale la pena approfondire!

“Visto che si parla da decenni dell’elemento diseducativo di molti giocattoli, perché non possiamo dire altrettanto di una narrazione che rende così affascinante arrestare, punire e reprimere?”

Letto così sembra un attacco alle Istituzioni da parte del dott. Pilo, probabilmente non lo è a meno che non si voglia ritenere doveroso lasciar libere le persone anche di commettere reati… ma applicare la legge come dobbiamo considerarlo? Una forma di rivalsa, di giustizia o di contenimento sociale? Possiamo far credere, magari ai bambini, che esista una parte giusta e una sbagliata o dobbiamo portare la questione quasi al livello “gender” dove maschio e femmina può diventare discriminatorio?

Il testo, che incalza nelle domande continua a porre l’attenzione sul motivo per cui potrebbe essere anche ritenuto giusto scegliere di delinquere: “Non sarà che attraverso questi giochi impariamo a guardare la società in modo quasi deterministico, per cui certe persone sono geneticamente portate a delinquere o hanno deciso volontariamente di stare dalla parte sbagliata—come se le disparità sociali, le disuguaglianze e le politiche neoliberiste o di austerity non avessero nessuna incidenza sulle vite e le scelte delle persone?” Domanda questa assolutamente lecita ma il problema non è nella funzione della polizia ma della politica, delle scelte che essa opera sulla società, che spesso scambia problemi sociali come problemi di ordine pubblico con il risultato che non si risolvono ne gli uni né gli altri…. Mi chiedo perché cercare una narrazione che vuole quasi giustificare chi delinque?

Il testo continua con i virgolettati del Criminologo, prof. Tuzza dell’Università di Bologna che sposta l’attenzione sul prodotto orizzontale legato alla criminalità, che coinvolge tutti, anche i colletti bianchi ma che per il loro inserimento sociale non vengono visti come delinquenti, questione che che fa il paio con la Polizia che nella sua inefficienza, “criminale” (?) vuole mostrare sempre la sua parte migliore. Un parallelismo  funzionale a quel principio che nulla è perfetto (banalità) ma che parte dal bambino che sembra non dover mai avere la certezza di quella che di principio si debba dover considerare la parte “giusta” banalizzandola con quella “sbagliata”.

Così che, insomma, queste forze dell’ordine sono e saranno sempre peggio di quello che pensano di sé stesse e per giustificare la critica è chiaro che non si può non passare da eventi drammatici per le istituzioni come la tragica morte di Federico Aldrovandi, della Caserma sequestrata a Piacenza…. stranamente non è stata citata la Uno Bianca, magari nell’intervista proprio con il criminologo bolognese, insomma un bell’articolo che vi invito a rileggere più volte perché pone questioni su cui si può e si deve riflettere.

Tra tutte però su una cosa forse è necessario soffermarsi, a parere di chi vi scrive non si può non dare certezze ai bambini, non si può continuare a banalizzare o a smontare i principi cardine del bene e del male, non tutto può essere “gender”, il concetto di giustizia non può passare dalla banalizzazione del male, al giornalista, e non solo a lui, chiedo di non smontare il valore positivo diffuso dalla narrazione post moderna della polizia, in giorni e in anni come questi dove gli adolescenti in primis non comprendono alcune questioni legate alla funzione delle divise…. forse perché vittime della banalizzazione dei ruoli.

Gli adulti di domani, suo figlio, mia figlia, i nostri figli avranno tutto il tempo per capire la fallacità dei sistemi, le ipocrisie degli stessi, la loro  incapacità di modificarsi e di arroccarsi sulle loro posizioni, ma mai i piccoli  dovrebbero percepire una sorta di inutilità delle istituzioni in uniforme.

Siamo una società che ha bisogno di ruoli, di differenze, non solo di “gender”, di tutti uguali, l’appiattimento di qualsiasi ruolo genera caos e confusione, ma l’ordine, il rispetto delle regole, il rimanere tutti al proprio posto, portando l’esempio, è la vera sfida dei genitori di oggi, ma non dei figli adolescenti, per quelli ormai probabilmente è tardi, io parlo di chi oggi ha figli con meno di 10 anni, sono loro, siamo noi quelli che con le giuste riflessioni, insieme a loro, possono restituire alla società ciò che ha perso con l’appiattimento del ruolo, delle regole delle posizioni, perché tutti possono essere liberi di amare chiunque ma tutti dovrebbero avere fermo il principio di bene e di male nelle parole, nei gesti e nelle azioni.

Le differenze umane, culturali, sociali, di genere, qualsiasi esse siano, anche nel mondo LGBT esisternno sempre, continuare a percorrere il mito del siamo tutti uguali, che bene o male sono la stessa cosa, che nessuno può imporre differenze, non solo è ipocrita ma ci pone nella condizione di non poter dare più certezze a nessuno specie a chi, nella sua crescita umana e culturale, solo nelle certezze potrà trovare la sua strada comprendendo così anche le ipocrisie di un mondo, persino quello delle divise, che tanta strada ancora devono fare per adattarsi a una società davvero troppo troppo veloce.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

CARCERI, VIOLENZA E TANTA IPOCRISIA!

Non sono solito parlare di ciò che non conosco, non mi piacciono i sentito dire o le percezioni ma quello che è accaduto al carcere di Santa Maria Capua a Vetere scuote nel profondo chi del mondo delle uniformi ne fa comunque parte.

Sono carcerati, non sono bestie, sgomberiamo il campo da certe valutazioni, le carceri non sono, o non dovrebbero essere, zone franche dove in qualche modo può essere tutelata la sospensione dei diritti civili.

…. E mettiamo subito un freno a chi vorrà commentare che la legge del carcere non può essere che quella, quella del sopruso, della violenza, della paura di viverci e finirci dentro…

Le carceri non sono luoghi di tortura, o non dovrebbero esserlo, sono luoghi, o dovrebbero esserlo, di rieducazione…. Forse una delle più grandi sciocchezze che il vecchio mondo ci ha regalato insieme a qualche altro adagio scritto nei tribunali…..

E probabilmente questo il problema, l’ipocrisia che circonda i sistemi, forse ai più miopi non appare evidente come le carceri siano state abbandonate a sé stesse, nella più totale incuranza, dove i carcerati veri sono, in verità, gli agenti penitenziari, non i carcerati, i condannati, i veri ostaggi, sono quelli con la divisa, che hanno regole e che non riescono a farle rispettare.

Uomini abbandonati da soli a ranghi ridotti a controllare decine di altri uomini, spesso trattati come bestie, in celle sovraffollate, con meccanismi tali da rendere i nostri penitenziari sempre più delle polveriere, luoghi di frontiera e che come ogni luogo estremo non è un caso se questa indagine, questa strage di indagati e di avvisi di garanzia, siano scaturiti proprio da fatti accaduti anche quando fuori dalle carceri assistevamo a ciò che mai avremmo pensato potesse accadere, anch’esso un evento estremo.

53 indagati, praticamente tutto, o quasi, il personale del Penitenziario, un evento che denuncia banalmente un fatto, quanto si è lavorato prima affinché ciò non accadesse? Quanto il sistema ha prevenuto azioni scellerate o singoli episodi esplosi poi tutti insieme durante il Lockdown del 2020? Quanto il carcere, quel carcere o in generale i penitenziari, sono espressione di un sistema capace di recuperare uomini alla società e quanto sono invece luoghi di imbarbarimento anche del personale addetto alla vigilanza carceraria?

Voglio difendere dei delinquenti? No, voglio solo che il sistema guardi in faccia se stesso e, utopisticamente, si assuma le proprie responsabilità per aver lasciato, evidentemente, che si esasperassero dinamiche di frontiera che, portate all’eccesso, come durante il Lockdown, non potevano che portare a farci vedere quanto di più lontano si possa immaginare essere un carcere.

Voglia la magistratura fare bene e in fretta il proprio dovere ma voglia il sistema, a questo punto, rivedere cosa siano le carceri, a cosa davvero debbano servire ma soprattutto ripensi al ruolo dell’agente di Polizia Penitenziaria che ha il diritto, sempre e in ogni situazione, di sentirsi tutelato dal sistema e che non debba mai credere che il solo modo per ripristinare ordine e regole sia quello della violenza diffusa.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

…. FATTI AMMAZZARE, SBIRRO!

ROMA, STAZIONE TERMINI, VIA MARSALA….. lo abbiamo visto tutti il video del Ghanese che, brandendo un coltello tenta la fuga minacciando i poliziotti, lo abbiamo anche sentito esortare a sparargli contro, lo abbiamo letto come fosse un soggetto problematico e noto alle cronache romane per il suo odio religioso…. Noi addetti ai lavori, dopo quello sparo ci aspettavamo il famoso atto dovuto che, puntualmente, è arrivato.

Ci rimettiamo sempre con enorme rispetto alle determinazioni della magistratura, conosciamo bene le pieghe dello stato di diritto che appare sempre molto sbilanciato verso chi delinque e non verso chi ci difende dai delinquenti, sappiamo bene che la norma sull’uso legittimo delle armi non guarda mai troppo alla percezione dell’evento da dentro ma dal fatto reato reale e successivo ma è faticoso leggere che, di fatto, è più facile minacciare i poliziotti e la cittadinanza con un coltello che essere “liberi” di poterlo rendere innocuo.

Sia chiaro, non si vuole la licenza di uccidere né la possibilità di sparare alla prima avvisaglia di intemperanza ma ritrovarsi ora quel collega indagato per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi e vedere decadere, forse giustamente, l’incriminazione per tentato omicidio, rende questo nostro lavoro sempre più difficile da sostenere.

Chi ha studiato un po’ di diritto ma anche chi indossa la divisa conosce bene i cardini della legittima difesa e dell’uso legittimo delle armi ma non viene lasciato spazio al diritto di tornare a casa sani di fronte a una azione offensiva portata a termine con una lama, perché nel concetto di quel principio legato alla attualità del pericolo, di fronte a un coltello, significa che un qualsiasi operatore deve aspettare di prendersi almeno un fendente…. Sperando non sia quello mortale.

E non è solo un discorso di dotazioni, il taser su tutti, ma di concetto, di vedere nel coltello un’arma anche più pericolosa di una pistola, un principio ben applicato altrove ma che trova difficile applicazione in Italia dove, di fronte a un attacco all’arma bianca prima devi rischiare davvero di morire e forse puoi decidere di difenderti davvero.

Nel concetto di proporzionalità dell’offesa, a 8 metri è chiaro, almeno per le toghe, che non si può rintracciare il principio del pericolo attuale, per un qualsiasi giudice 8 metri costituiscono una distanza tale per cui non è necessario sparare….. Quindi? Che si sarebbe dovuto fare? Lasciarlo libero per Roma dandogli la scusa di prendersela con qualche infedele? Immolarsi alla bandiera, circondarlo, come ha scritto qualcuno, e aspettare di poter scegliere quale uomo in divisa colpire per primo così che, almeno, si sarebbe potuto sparare dopo aver giocato alla roulette ?

La verità è che rimane ancora da colmare troppa distanza tra chi studia diritto e chi lo deve applicare in situazioni estreme in strada, nessuno che voglia riformare la mentalità della giustizia inquirente che dovrebbe vivere nelle nostre caserme, nei nostri commissariati, dovrebbe vedere l’estremo di un uomo in divisa e del disperato della strada, troppo facile leggerlo sulle carte, troppo semplice ritenere una distanza di 8 metri tale da credere quella lama troppo lontana per ferire e uccidere ma soprattutto chi veste una divisa non deve mettere mano al portafogli in situazioni come questa, deve avere una avvocatura di stato alle spalle, deve sentirsi protetta e tutelata da chi gli affida il bene tra il più prezioso della collettività: la sicurezza pubblica.

Voglia arrivare a quel collega che ha difeso se stesso e tutti noi il mio migliore augurio affinché la giustizia trovi nella sua azione non un problema ma l’unica soluzione per dare ai romani quello che meritano ossia la certezza che le forze di polizia sono a difesa di tutte le persone oneste di queste paese.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

…. PER COLPA DI UN FU TATUAGGIO…..

Ci sono storie assurde che non dovrebbero esistere, ci sono situazioni al limite del grottesco che denunciano la distanza tra realtà sociale e integrazione istituzionale, che della società dovrebbero esserne lo specchio e l’espressione.

In questa storia, come tante storie che stiamo leggendo negli ultimi anni, i tatuaggi rappresentano una di quelle distanze che sempre di più vengono rimarcate ad ogni sentenza, ad ogni ricorso.

Non si tratta di fare inutile polemica o semplice protesta, né di contestare meccanismi amministrativi giunti al capolinea perché evidentemente dannosi e senza senso, qui si tratta di persone a cui viene distrutto il sogno di una vita.

L’ultima in ordine di tempo colpisce questa collega, dimessa dal corso a un passo dalla fine, un corso lungo, 18 mesi totali, durissimo, a tratti insopportabile, al 16esimo mese qualcuno si ricorda che un tatuaggio, cancellato e attualmente invisibile sul dorso del suo piede, è ancora motivo di contenzioso.

Alle visite mediche di selezione infatti venne rilevata questa problematica, un ombra quasi impercettibile di un fiore che “abbelliva” il piede di una sedicenne rea, a distanza di qualche anno, di voler credere e aderire ai valori della polizia di stato.

Un valore evidentemente macchiato e sminuito da un disegno visibile agli altri poiché non coperto dagli indumenti previsti dalle uniformi in dotazione.

…. C’era questa macchia, questo disegno ma esistono, per fortuna, i ricorsi amministrativi che, alle volte, rendono giustizia e aggiustano ciò che il sistema si ostina a non modificare, la nostra amica ottiene la sospensiva, vince il ricorso, parte in polizia… W l’Italia!

Il sogno però si infrange, l’amministrazione della polizia resiste, come suo diritto, ci sono dei regolamenti, quella macchia non si può tollerare…. Intanto questa collega frequenta il corso, studia duro, ottiene ottimi voti, è apprezzata da tutti, sarà un ottimo elemento, capace e preparato, pensava, forse, che dimostrarsi capace impegnandosi fino allo stremo avrebbe indotto il sistema a non resistere…… Ma il “sarà” diventa presto “sarebbe stata” , il Consiglio di Stato, che applica le leggi e forse regolamenti ormai agli antipodi con la società, sentenzia: quella macchia, quel fiore, che oggi non c’è più al tempo delle visite c’era e, per questo, togliti quella divisa e torna alla tua vita, quella di prima, quella di 16 mesi fa… Se esiste ancora…

Ecco, il problema non è solo la legge, il problema è quel meccanismo che ti fa credere che ci sei,che hai realizzato il sogno, che potrai essere ripagata dei sacrifici enormi di quei 16 mesi letteralmente buttati, dopo aver sofferto e lottato per indossare per davvero quella divisa, sul campo vero, con colleghi “veri”, fuori da quel recinto, protetto e meraviglioso, quali sono le scuole di polizia.

E non crediate sia colpa della Polizia, o solo sua, ma di un sistema che rappresenta solo se stesso, che spesse volte distrugge al posto di riparare errori, che ignora il valore delle persone e le confina dentro i fogli di un contenzioso.

https://infodifesa.it/esclusa-dalla-scuola-di-polizia-per-un-tatuaggio-su-un-piede-fatto-a-16-anni-e-rimosso-aveva-rappresentato-le-donne-della-polizia-in-un-caledari/

A questa amica, come a tante altre persone a cui è stato strappato via assurdamente il sogno di una vita, vada la mia massima solidarietà e da questa pagina, che in tanti in questi anni hanno letto, l’appello a risolvere al più presto e con ampia coerenza il “problema” tatuaggi, sempre che lo si voglia considerare tale, evidentemente grave e degno di farci perdere validi e giovani individui appassionati di un mestiere le cui vocazioni, vere, sono sempre troppo poche.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

TATUATI MA NON DROGATI!

Vincono e salgono sul tetto d’Europa, si chiamano Maneskin è sono quanto di più lontano dagli schemi della mia generazione… O forse no!

Essere giovani ha schemi fissi ma per i padri ci sarà sempre qualcosa di storto, di incomprensibile, di schifosamente inaccettabile.

Il mondo è andato avanti anche grazie a questo meccanismo, si chiama cambiamento, evoluzione, non sempre positiva, ma necessaria e inarrestabile.

Perché parlo di loro su un blog di questo tipo? Semplicemente perché arrivati così in alto, per un gesto ritenuto da alcuni ambiguo, si è subito detto che Damiano, il frontman del gruppo, fa uso di Cocaina…. L’invidia certo è una brutta bestia!

Immediatamente il leader del gruppo ha respinto le accuse con un messaggio banale e potente “non uso cocaina, sono pronto a fare il test” non una banalità nel mondo della musica, dello spettacolo e per i vecchi come me… Ma soprattutto per tanti giovani!

Ed è di messaggi potenti come questi che abbiamo bisogno, in una sorta di antitesi culturale di cui finalmente si aveva bisogno: “suoni rock, sei pieno di tatuaggi, ti trucchi e non ti droghi?” impossibile!

Questi ragazzi dobbiamo sperare essere portatori di una rivoluzione culturale necessaria di cui da tempo si ha bisogno, si deve rompere lo schema del bravo ragazzo solo se imberbe, “pulito”, magari anche un po’ sfigato.

Tatuaggi, un modo di vestire non proprio definito o definibile, l’atteggiamento ribelle o fuori dagli schemi non significa necessariamente drogato.

Forse non diventerò mai fan dei Maneskin e forse nemmeno così moderno da liberarmi del tutto dal pregiudizio dei padri ma a loro va il mio augurio di rimanere puliti, capaci di essere ciò che sono senza sporcarsi con ciò che in questo momento davvero è il problema principe della società ossia l’uso smodato e ad ogni livello delle sostanze stupefacenti.

Siate portatori sani di una rivoluzione culturale vera perché noi, genitori e uomini in divisa, di questi messaggi abbiamo bisogno, si può diventare famosi anche senza la droga!

Buona vita ragazzi, “Zitti e Buoni” con messaggi positivi e con tanta intelligenza!

In Giacca Blu – Michele Rinelli