Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/04/2019

GOOD GUYS NEVER DIE! (Gli eroi non possono morire!)

“GLI EROI CONTEMPORANEI NON SONO COLORO CHE MUOIONO MA CHI CON LA DIVISA SI IMPEGNA A SOPRAVVIVERE, SEMPRE, IN OGNI SITUAZIONE!”

La tragica vicenda di Cagnano Varano non ci ha consegnato un eroe ma la consapevolezza che di più dobbiamo fare per non regale uomini a quella gloriosa bandiera. È stato un agguato, forse sarebbe morto ugualmente ma nostro dovere è chiedere di aumentare, anche in questi casi, le probabilità di sopravvivenza.
Non ho intenzione di sostenere coloro i quali sottovalutano l’addestramento e l’equipaggiamento di ogni nostro singolo operatore delle forze dell’ordine e, fortunatamente, nemmeno una certa politica. In questa direzione fortunatamente va l’annuncio del Ministro Salvini che entro giugno doterà le forze di polizia del taser.
Piccoli passi per un pensiero che deve cambiare, gli operatori delle forze di polizia devono essere adeguatamente addestrati e equipaggiati. Bisogna prima di tutto pensare alla sicurezza attraverso ciò che l’uomo può fare con il minimo del pericolo e dell’errore possibile.
Perché dovere delle amministrazioni non è certo quello di annullare il rischio di un lavoro rischioso per definizione ma di delimitare il fallimento possibile solo all’imponderabile fattore umano….. imponderabilità che si può ridurre, anche quella, solo con l’addestramento e la verifica delle condizioni psicofisiche degli operatori.
Perché non avere dei giubbotti antiproiettile adeguati, una divisa comoda e operativa, un congruo numero di presidi difensivi, un buon addestramento, aumenta le responsabilità del datore di lavoro nel non aver delimitato la possibilità di errore al solo elemento umano e ai suoi naturali limiti.
Così che, tra le spese necessarie per difendere le nostre divise non possiamo prescindere da questi elementi perché gli eroi devono rimanere vivi e continuare a servire, con la loro esperienza, la parte buona di questo paese.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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“…. EDDAI, COLLEGA, COSA VUOI CHE SUCCEDA?”

In molti escono di pattuglia con frasi di questo genere, in fondo ci sono centinaia di operatori di polizia che raggiungono la pensione senza aver mai sparato un solo colpo in teatro operativo.
Questa, è bene dirlo, é una grande fortuna ma approcciare al servizio con la noia di chi crede che andrà sempre tutto bene é il più grosso pericolo di chi indossa una divisa.
Cagnano Varano in provincia di Foggia, forse uno dei posti più sconosciuti dello stivale, uno di quei luoghi dove qualcosa succede, magari tra piccoli criminali, dove le divise forse rischiano meno di tanti altri luoghi in Italia, dove, forse, per qualcuno, per davvero, non succede mai niente.
Non sappiamo se il Maresciallo dei Carabinieri, ucciso in quel posto sperduto della Puglia, con quale mentalità usciva di pattuglia, di certo però per prevenire tragedie di questo tipo molto si può e, probabilmente, si deve fare.
A partire dal l’addestramento, più moderno, più aderente alle esigenze, magari confortato da test di efficienza psicofisica per il personale che esce di servizio di pattuglia. Mente, corpo e addestramento devono fondersi in un virtuoso contesto di pratica operativa che non si basi su quello che tramanda l’anziano di turno.
Non solo, anche la divisa e l’equipaggiamento devono cambiare, è davvero stucchevole vedere operatori di polizia, ancorché militari, in servizio con la giacca e la cravatta, quale mai pronta risposta può esserci a una improvvisa aggressione da parte di chi indossa un indumento buono solo nelle cerimonie di commemorazione?
Quelle dove, già da domani, ricorderemo anche il Maresciallo Vincenzo Di Gennaro morto in questa circostanza….
Equipaggiamento che non può prescindere anche da adeguati giubbetti antiproiettile indossabili per tutto il turno di servizio e non solo quando vengono attivate le pattuglie per rispondere alle emergenze, chissà se il Maresciallo De Gennsro avesse indossato un giubbotto antiproiettile sottocamicia, si sarebbe salvato?
Abbiamo di certo bisogno di una rinnovata coscienza operativa, di un modo diverso di vedere e concepire il lavoro di appartenete alle forze dell’ordine….
… Nell’attesa riflettiamo se, domani, possa essere economicamente più importante acquistare l’ultimo smartphone o un adeguato giubbetto antiproiettile senza pensare che debba essere “l’arma” a comprarcelo!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 06/04/2019

“167° ESSERCI SEMPRE….” Anche per i colleghi!

Sono 167 anni quelli della nostra Polizia di Stato, una istituzione che la storia ci ha consegnato con diverse denominazioni ma sempre con la stessa missione, la difesa del cittadino e della convivenza civile.
In questa settimana ogni questura dirà la sua, mostrerà i suoi numeri, i suoi mezzi migliori, tra lustrini e pajette, dove tutto andrà bene, sarà bello e perfettamente funzionante, perché la festa deve essere così e guai se non lo fosse!
Ogni poliziotto, o meglio, chi veste la divisa con passione, il primo giorno di servizio pensa, crede e spera di fare la differenza, di contribuire a cambiare qualcosa, un positivo contributo a questo mondo sempre più difficile da leggere e dal linguaggio sempre più rapido e mutevole.
Ogni poliziotto che vede il suo lavoro come una missione ogni giorno vorrebbe fare la differenza tra il bene e il male, in un misto tra un super eroe e un Serpico alla ricerca del cattivo.
Ben presto le questioni cambiano, la realtà è quella difficile di un mondo dove si può cambiare poco e spesso si rincorre qualcosa, al fine di ricomporre, nel miglior modo possibile, i cocci.
Forse non funziona niente, forse, ma le persone, i cittadini, da noi si aspettano risposte e probabilmente, la cosa più importante, è provare a dargliele con quello che si ha ossia, tante volte, solo con la nostra umanità.
Perché la differenza la farà sempre e solo l’uomo, quello che nella “Polizia che vorrei”, mi piacerebbe tornasse al centro.
In questi 167 anni probabilmente si è cresciuti tanto come capacità operative ma si è perso, forse, la centralità dell’uomo, del suo valore, in quel reciproco mutuo soccorso che prima di tutto la società ha perso, perché le istituzioni, tutte, sono lo specchio, appunto, della società.
Di questa centralità perduta, di questi umani rapporti, incapaci di proteggere, nella “Polizia che vorrei” mi piacerebbe vedere un rinnovato senso della solidarietà, del reciproco ascolto, senza divisioni, tutti sotto la stessa bandiera e con un unico obbiettivo che passa dal benessere delle persone, tutte, dai cittadini ai poliziotti stessi.
Solo la scorsa settimana si sono suicidate tre Giacche Blu, in una escalation inaccettabile, dove ciascuno di noi tenta di dare la propria visione, la propria spiegazione, invano, i perché li hanno tenuti stretti alle loro angosce e se li sono portati via…
Nella “Polizia che vorrei” mi piacerebbe non solo riuscire a capire i perché di tanti suicidi ma, più che altro, che nessuno si possa sentire solo, abbandonato, senza vie d’uscita.
Il lavoro del poliziotto è spesso un lavoro umanamente carico, dove ci si ritrova a gestire, senza mezzi, le storture della società ma è troppo facile dire che è colpa dell’amministrazione, più difficile è impegnarsi tutti a proteggere non solo i cittadini ma anche i colleghi.
In questa settimana di festeggiamenti cerchiamo più incontro, più vicinanza, tendiamo una mano a chi notiamo essere in difficoltà, cerchiamo una maggiore empatia nei nostri uffici, sulle nostre pattuglie, perché è giusto chiedere più attenzione, più psicologi, più ascolto da parte del sistema ma il sistema è fatto dagli uomini e ciascuno di noi, anche senza titoli, senza strutture, può e deve fare la sua parte.
Il fenomeno dei suicidi in divisa è un problema che solo il fattore umano può prevenire…. Perché chi decide di suicidarsi, alla fine, lo fa e basta per questo bisogna alleviare il disagio, prima dell’irreparabile.
Tanti auguri Polizia di Stato, 167 anni di umanità e vicinanza, verso tutti, per”Esserci sempre”… Anche per il collega.IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 29/03/2019

A GENOVA VOGLIONO ROBOCOP!

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NESSUNO DEVE MORIRE PER COLPA DI UN POLIZIOTTO, NEMMENO IL POLIZIOTTO!

Era il giugno del 2018 a Genova, via Borzoli, una volante della Questura interviene per una grave lite in appartamento, un soggetto, poi trattato con un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio-, si era mostrato violento con la sua famiglia che, alla fine, è stata costretta a chiamare la Polizia.
Giungono sul posto due pattuglie che, poco dopo il loro arrivo, sono state accolte da Jefferson Tomalà, un ragazzo di soli 22 anni, che brandiva un coltello.
Sono stati attimi di tensione, di trattativa, di paura ma la situazione precipita. Il giovane, ormai in piena e inarrestabile crisi psicomotoria si avventa sui poliziotti e con la lama che brandiva ferisce gravemente un Agente.
In pochi attimi si scatena l’inferno, lo spray al peperoncino non quieta la situazione, tutt’altro, la scarica adrenalinica del giovane straniero fa continuare la sua furia verso quel poliziotto già ferito.
Un giovane Agente, da poco tempo in servizio sulle volanti,  estrae l’arma di ordinanza e con quelli che alla fine saranno 6 colpi di 9mm uccide nelle più tragiche e drammatiche situazioni il povero Jefferson.
Da subito la vicenda ha fatto emergere come la reazione dell’Agente di Polizia fosse assolutamente legittima, la vita di un Poliziotto era stata appena attentata e lui, per difenderla spara e, purtroppo, uccide!
Oggi questa vicenda vede un epilogo inaspettato il GIP Franca Borzoni di Genova decide per l’imputazione coatta del giovanissimo Agente di Polizia che ha sparato perché, in sintesi, l’azione posta in essere dall’operatore delle volanti di Genova è stata ritenuta sproporzionata visto che, a causa delle distanze così ravvicinate, si doveva pretendere al massimo l’esplosione di un solo colpo in zone del corpo non vitali. – infatti nei film funziona, effettivamente! –
Il Secolo XIX di Genova aggiunge peraltro stralci delle motivazioni che preoccupano chi come me da anni esercita la propria opera su scenari analoghi, la Giudice continua sostenendo  che «Tutti i colpi furono diretti in zone vitali e furono esplosi a distanza talmente ravvicinata da consentire, con l’impiego di dovuta diligenza e perizia, una mira pressoché esatta. Il comportamento denota il prevalere di una componente emotiva, quindi nell’imprudenza e imperizia dell’atto, connotazioni che mal si conciliano con l’uso professionale dell’arma, a causa di una marcata incongruità della reazione». ( https://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2019/03/29/AEpm73ZB-poliziotto_obbligatorio_trattamento.shtml?fbclid=IwAR1jJ6duAp8eNA4u28tL9cbCiaWw_65LVGD8N-yAcrFP1PuzIojoHieR2yY )
Quindi secondo il GIP la componente emotiva in una azione di polizia non può essere considerata una esimente, anzi, è da considerarsi come una aggravante poiché è notorio che prima di salire sulla pattuglia ciascuno di noi beve litri di emozioni, un po’ come gli ubriachi che si mettono alla guida colpevolmente ebbri.
Certo, ai tempi dell’intelligenza artificiale quello che in diritto può considerarsi “l’Agente Modello” deve prendere in considerazione ciò che avrebbe fatto un robot non una persona in carne ed ossa della stessa età della vittima e che, forse, per sua sfortuna, si è ritrovato a gestire un intervento così complicato con soli pochi mesi di esperienza sulle spalle.
Ci ripetiamo come un mantra che dobbiamo rispettare il lavoro dei giudici, quando il mantra vacilla facciamo ricorso ai dogmi, quando proprio non ce la facciamo più non ci rimane che chiederci se i giudici rispettano il nostro lavoro e il nostro essere prima di tutto uomini…come loro, a 1500 euro al mese….
Qualcosa però bisogna fare per colmare questa distanza, questa evidente disumanizzazione agli occhi di alcuni giudici, del lavoro dei poliziotti e chiedo al Sig. Ministro della Giustizia Bonafede di capire come colmare questo vuoto perché  andare avanti è davvero dura!
Così che oggi quando guardo in faccia i mie colleghi più giovani come posso spiegare loro il perché di queste scelte da parte di un giudice che mai come questa volta non ci fa capire che  cosa vuole da noi se non quella di appendere il cinturone al chiodo per dirigersi verso un comodo ufficio ad apporre timbri…
Cosa poi posso dire a me stesso se non che, è evidente, che questo morto merita un processo a prescindere a discapito delle tutele che ogni lavoratore dovrebbe avere e che, come al solito, lo sbirro eroe è solo quello morto!

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/03/2019

LEGITTIMA DIFESA: PRESUNZIONE DI INNOCENZA?

Oggi è il giorno della legittima difesa, un provvedimento simbolo per la Lega di governo che ha certamente pesato enormemente durante la scorsa campagna elettorale e che, finalmente, oggi vede la sua definitiva approvazione.
Il testo licenziato prende in considerazione un aspetto da sempre dibattuto ossia la possibilità, ex post (a bocce ferme) di giudicare la legittimità della difesa da una aggressione dentro una privata dimora in relazione alla sua proporzione.
Ad esempio si poteva ritenere, in astratto, che una persona minacciata in casa propria con un coltello o a mani nude, in determinate circostanze, non fosse legittimato a difendersi con una pistola perché poteva essere ritenuto spropositato.
L’odierna formulazione sbilancia verso la vittima la possibilità di essere sempre dalla parte della ragione per quanto riguarda la proporzione del metodo e dello strumento partendo dal principio che SE il malfattore minaccia e NON DESISTE dalla aggressione qualsiasi mezzo di contrasto alla minaccia deve essere di principio ritenuto lecito, dovrà eventualmente essere l’accusa o la difesa a dimostrare in sede di dibattimento una eventuale sproporzione aprendo magari un provvedimento collegato.
Si innesta così una sorta di preconcetto che cozza con alcuni cardini giuridici che vedono sostanzialmente accusa e difesa allo stesso livello davanti a un giudice terzo, problema questo che effettivamente potrebbe, sul lungo periodo, chiamare la Corte Costituzionale a pronunciarsi: può una legge presumere una modalità di azione di un cittadino corretta per principio?
Uno sbilanciamento questo che certamente tutela a prescindere la vittima dell’incursione domestica ma crea uno squilibrio che, in determinati casi, potrebbe allungare l’agonia di un processo che, ricordiamolo, di per sé è già una pena.
Nessuno pensi che uccidere o ferire un ladro sarà banalmente concesso ma tra le cose buone di questa legge vi è la possibilità di accedere al gratuito patrocinio, ossia le spese per la difesa di chi verrà considerato innocente, perché difesosi in casa propria, saranno a carico dello Stato.
Uno Stato che nella formulazione dell’eccesso colposo di legittima difesa ha sancito una sorta di scriminante speciale per chi è colto in stato di grave turbamento dovuto all’evento criminoso subito, apprezzamento questo che comunque dovrà passare il vaglio di un giudice che, anche qui, subisce una legge che preconfeziona una legittimità da sempre lasciata in mano ai giudici, questione, anche questa, che apre stralci davanti alla corte costituzionale. Nemmeno i pubblici ufficiali hanno scriminanti apparentemente così forti e che presumono di principio la legittimità di una azione di uso della forza letale.
Alla fine questa legge non cambia e non favorisce nulla sul piano pratico, rispetto al passato, i cardini di uso legittimo delle armi non cambiano, di certo cerca giustamente di proteggere le vittime dalla criminalità imperante ma la Corte Costituzionale potrebbe effettivamente limitarne la portata.
…. Ma alla fine ai ladri dovranno fare più paura le armi dei cittadini o le patrie galere?

IN GIACCA BLU – Rinelli Michele

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/03/2019

LA CITTADINANZA È UN VALORE SU CUI NON SI PUÒ SPECULARE

Parlare di cittadinanza è sempre più difficile, esprimere un certo pensiero in merito ti colloca all’interno di una certa area politica, un bollo, un marchio, guelfi e ghibellini, come da sempre in Italia.
Essere cittadini Italiani non dovrebbe essere percepito come un disvalore, men che meno come un beneficio banale, elargibile come un piatto di pasta o una tazza di caffè.
Essere italiani dovrebbe essere soprattutto una identità positiva in termini valoriali, banalizzare la propria appartenenza a uno Stato, a un popolo, a un gruppo etnico, non solo è rischioso ma estremamente dannoso.
Certo bisogna decidere come avere nuovi italiani, il disastro nascite, con una demografia negativa, è sotto gli occhi di tutti e avere nuovi italiani non è solo un giusto diritto per chi da tempo contribuisce allo sviluppo di questo paese ma è anche una necessità legata alla sopravvivenza dello stato stesso.
Per difendere lo stato però è necessario difenderlo anche da chi a questo stato accede e ne vuole fare parte, anche da cittadino, chiedere quindi l’ammissione alla cittadinanza a causa di una empatia, un grave fatto di cronaca o per speculazione politica è quanto di più sbagliato possa esserci.
Perché, come si suol dire, i sistemi si distruggono dall’interno e di virus, capaci di danneggiarlo, ne abbiamo già abbastanza….

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 27/03/2019

APPOSTO, AT-TENTI… Alla Mini Naia!

La “Mini Naia”, così la vogliono chiamare, un periodo di studio e applicazione del rispetto della Patria, della cittadinanza, una sorta di esperimento di “educazione civica” attraverso il filtro militare.
Un’idea che potrebbe coinvolgere ragazzi tra i 18 e i 22 anni che per 6 mesi potrebbero vivere all’interno di un “villaggio militare”, più volgarmente definita caserma, allo scopo di diventare cittadini migliori.

https://www.ilmessaggero.it/politica/cosa_e_mini_naja_oggi_ultime_notizie-4390035.html

Credo sia chiaro, o per lo meno è sotto gli occhi di tutti, che si sia effettivamente smarrito il senso della cosa comune, del rispetto delle gerarchie sociali, dove tutto è stato stato appiattito, dove genitori, figli, insegnanti, istituzioni varie si sono ridotte tutte sullo stesso identico piano.
Io non so se questo livellamento ha portato beneficio, ne vedo però gli effetti: medici contestati grazie a Wikipedia, giudici non più liberi di valutare le persone con metri che la legge mette loro a disposizione (magari sbagliando, il problema è la sanzione, in quel caso), forze dell’ordine che non fanno più paura a nessuno, quella paura che quantomeno determinava, quando andava male, un rispetto ipocrita.
Lo abbiamo visto anche nella recente vicenda di Ramy, il ragazzino eroe del pullman, artamente strumentalizzato, che si è permesso niente meno di interagire via social direttamente con un Ministro della Repubblica qual è Salvini in questo momento.
Così che, a questo punto, non si capisce chi sia fuori luogo, se Salvini, che parla a un ragazzino, che esce dal suo “posto” e si interfaccia direttamente con un Ministro; magari per qualcuno è lo stesso Ministro a essere fuori luogo ma siamo sicuri che in mezzo a tutto questo caos la soluzione sia la “Mini Naia”?
La collocazione delle persone si impara in famiglia, in famiglia ho conosciuto il “posto” dei genitori e quello dei figli ma anche quello della maestra, del professore, dei medici, marcandolo anche nel linguaggio, quanti ragazzini sono avvezzi a dare del lei ad esempio? Perché il problema non è la forma, sia chiaro, dare del lei non dà “rispetto”, ma la sostanza, insegniamo abbastanza ai nostri figli a sapere quale sia il loro posto nella società e cosa si possono permettere?
La risposta è di ciascuno di noi ma di una cosa sono sicuro, se queste giovani generazioni non sanno in che posto si trovano non lo troveranno di certo di fronte a un maresciallo, un sergente o un colonnello.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 21/03/2019

CARABINIERI EROI, VESTITI “TATTICI”… MA CON LA CRAVATTA!

Pacche sulle spalle, complimenti, titoloni e gesti di assoluto e meritato compiacimento per quello che poteva essere l’attentato terroristico più grave dal dopo guerra, non tanto, forse, per il numero di potenziali morti, ma per l’impatto emotivo che si sarebbe potuto scatenare se l’attentatore avesse portato a termine il suo folle progetto di morte.
Ma dopo aver fatto a tutti gli attori i complimenti per le capacità, la bravura, il sangue freddo, la celerità di intervento la domanda nasce spontanea: sono davvero essenziali la presenza sul territorio delle squadre antiterrorismo denominate API e SOS per i Carabinieri e UOPI per la Polizia di Stato?
La nascita di queste unità di intervento rapido sono state la risposta tattica e politica del sistema sicurezza allo scenario che abbiamo visto in Francia, da Charlie Ebdo in avanti, dove singoli o piccoli gruppi di terroristi hanno scelto obbiettivi statici, palazzi, uffici, dove consumare i loro propositi di morte.
Scenari che sono poi ben presto mutati, a partire infatti dalla strage veicolare di Nizza, la tendenza successiva è stata quella di utilizzare i veicoli per seminare panico, terrore e morte.
Così che le unità territoriali antiterrorismo sono state costrette ad aggiornare il loro senso sul territorio ma, come ogni dispositivo, per lo sventato attentato sulla Paullese, hanno evidenziato tutti i loro limiti o, forse, banalmente, a sottolineare un concetto ampiamente conclamato ovunque, specie nei paesi anglosassoni, ossia il “FIRST RESPONDERS”.
È inutile che ci arrovelliamo a concepire squadre super specializzate se non sono adeguatamente supportate da operatori diversamente ma adeguatamente abbigliati e attrezzati e che solitamente, come a San Donato Milanese, arrivano necessariamente per prime.
Perché è chiaro che moltissimi sono gli scenari, come sul quel bus, dove non si possono tollerare tempi di latenza per organizzare cinturazioni, assalti, risoluzioni “cinematografiche”, i first responders devono agire e basta, senza se e senza ma.
Il Maresciallo Manucci, l’appuntato Zerbilli, effettivi alla Stazione di Segrate, come hanno operato? Con che strumenti? Con quale abbigliamento “tattico”?
Il personale delle stazioni carabinieri, da “FIRST RESPONDERS”, vanno in servizio con giacca, cravatta e scarpette da cerimonia e, laddove va male, non manca la bandoliera, scomodo accessorio il cui unico scopo è quello di diventare un facile appiglio per chiunque. Forse va meglio al sottufficiale, ma non troppo, che con lo spallaccio, pericoloso e scomodo anch’esso, può almeno improvvisare un cinturone da attrezzare, accessori solitamente tutti acquistati in proprio.
Così che nel racconto degli eroici militari emerge che hanno sfondato i vetri del bus con lo sfollagente, attrezzo non certo deputato a tale scopo e che ci deve far riflettere su quali debbano essere gli attrezzi da avere sempre a portata di mano durante il servizio.
Insomma, eroi di tutti i giorni a cui deve essere però garantita una capacità e una comodità operativa al pari di quelle squadre specializzate che, acchittate di tutto punto, questa volta, non sono servite a nulla…..ma non per questo inutili come qualcuno vorrebbe far intendere.
Chi risponde alle emergenze, tutti gli operatori, nessuno escluso, compreso quelli che fanno parte dei vituperati comandi stazione, deve essere equipaggiato in maniera moderna e funzionale e non sperare, come questa volta, che alla fine, nonostante tutto, nonostante la miopia di certi generali, andrà sempre tutto bene.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 20/03/2019

EROICA NORMALITÀ: CARABINIERI!

Oggi è stata una tragica giornata, o forse, semplicemente, 51 bambini sono nati un altra volta.
La Paullese, nei pressi di Milano, si è trasformata in un set cinematografico anzi, la realtà ha superato la fantasia, un pullman viene dirottato dal suo autista, vuole andare a fare una strage a Linate e insieme vuole portare 51 bambini dagli 8 ai 15 anni. Motivo? Vendicare i morti dell’immigrazione del mar mediterraneo.
La vicenda odierna è una vicenda di coraggio, da una parte i minori, a cui sono stati sottratti i cellulari, che in qualche modo riescono a salvare un telefonino dal sequestro dell’attentatore e a chiamare il 112, dall’altro i carabinieri, in primissima battuta solo due, che si lanciano in un duello tra Davide e Golia, che a bordo di una misera Renault Clio, speronano il bus per interrompere la sua corsa di morte.
Fortunatamente l’azione riesce anche grazie al traffico dell’arteria stradale, i carabinieri scendono, capiscono che non c’è tempo per fare chiacchiere o aspettare rinforzi, decidono che quel bus deve essere evacuato costi quel che costi…. Stava andando a fuoco, fiamme appiccate dal sequestratore.
A mani nude i nostri militari sfondano i vetri posteriori, inizia l’evacuazione, il folle conducente non si arrende, innesta la prima e mentre i ragazzi scendono si muove per pochi metri, andando a sbattere contro il guardrail non curante della tragedia che si stava consumando.
L’azione si concluderà con 51 ragazzi salvi e con l’arresto dell’attentatore….
Non un colpo è stato sparato, non c’era tempo di pensare all’annientamento della minaccia, viene prima la vita, la vita di 51 bambini.
Chiunque creda e ritiene giusto che l’attentatore dovesse essere eliminato ricordo che le forze dell’ordine prima di tutto salvano vite e consegnano alla giustizia dei vivi i colpevoli di odiosi reati come questo.
….. Per questo grazie ai Carabinieri e al loro gesto di quotidiano e “normale” eroismo”

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/03/2019

BODYCAM: SIAMO SICURI DELLA NOSTRA PROFESSIONALITÀ?

“Si comprano le bodycam per tutelarsi dalle denunce!”

http://www.uglpoliziadistato.it/rischio-denunce-poliziotti-si-comprano-le-telecamere-divisa/

Questa pochi giorni fa la notizia diffusa dal sindacato FSP-POLIZIA DI STATO, una pratica, quella di migliorare le proprie dotazioni che esiste da sempre e che si continua a fare per contrastare quel sistema che vede gli agenti operare con un piede nel passato e mai nel futuro.
Affermazione questa che effettivamente sembra cozzare con ciò che si vede e si legge, effettivamente molte migliorie si sono susseguite rapide in termini di dotazioni e equipaggiamenti ma, sulle telecamere indossabili, evidentemente ci si è fermati.
La burocrazia è un male mortale per questo paese ma da queste pagine mi consento una riflessione, siamo davvero pronti a mostrare e a mostrarci nell’umana condizione di operatori di polizia sotto stress?
Prendo spunto da questo episodio accaduto negli Stati Uniti, a Denver, un Caporale della locale Polizia ferma una persona sospettata di rissa.

https://defensemaven.io/bluelivesmatter/news/video-handcuffed-suspect-spits-in-cop-s-face-then-cop-knocks-him-out-eoqCHcq8WUK8EXtsUZ9lBg/

Le sequenze, riprese dalla Bodycam del pubblico ufficiale, immortalano una vicenda fatta di insulti, sputi, offese e provocazioni di ogni genere fino a quando, all’ennesimo sputo in faccia, l’operatore di polizia si scaglia contro il fermato ammanettato e immobilizzato sulla sedia che era inerme e non avrebbe potuto reagire alla violenza se non con gli sputi.
Per questa reazione, da cui deriveranno lesioni alla persona in custodia, si è avviato un procedimento disciplinare e un procedimento penale i cui esisti ancora non si sono definiti.
Ecco quindi che la Bodycam, che tutti auspichiamo come strumento di tutela, può facilmente diventare strumento di accusa perché durante una azione di polizia l’intemperanza della divisa non solo viene subito notata ma viene immediatamente enfatizzata….
Oggi, la stragrande maggioranza degli operatori di polizia sul territorio nazionale, di fatto decidono di comprare una telecamera indossabile, fanno effettivamente una scelta consapevole, evidentemente sicuri della loro professionalità o, forse, confidando di non dover mai usare quelle immagini o di non essere mai obbligati a mostrarle, cosa impossibile con telecamere fornite d’ordinanza, che anzi avranno rigidi protocolli di archiviazione e successiva visualizzazione, per assurdo, anche in relazione a un controllo “qualità” del lavoro.
Ciò premesso, in un periodo dove si sta letteralmente distruggendo una istituzione come quella dei Carabinieri a causa di un fermo gestito male e finito peggio siamo sicuri che noi, forze dell’ordine italiane, siamo pronte e mature per concedere di guardarci dentro nel vero senso della parola?

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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