Pubblicato da: paroleingiaccablu | 22/07/2017

Liberi di pensare ma liberi…senza insultare!

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« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. » – COSTITUZIONE, ARTICOLO 21 –

…e voglio partire così, con l’articolo 21 della costituzione perché è solo grazie a quello e a quanto è costato ai nostri padri costituenti se io, Poliziotto della Repubblica Italiana, posso scrivere questo testo.
E da quell’articolo voglio partire per commentare una delle notizie più dibattute dell’estate, quella che riguarda un video, girato da un poliziotto della Polizia Stradale di Susa, che mentre scorta in autostrada un migrante africano lo apostrofa in maniera colorita, a tratti offensiva, riferendosi a quelle risorse di Boldriniana concezione, diventate di fatto solo uno slogan e un marchio su cui polemizzare.
Le opinioni quindi si dividono tra coloro i quali difendono a spada tratta il pensiero espresso dal poliziotto e chi invece lo condanna senza mezzi termini ritenendo l’atteggiamento avuto dall’estensore delle immagini assolutamente inadeguato per una persona che veste una divisa.
Ci sono anche coloro i quali  vorrebbero scomodare psicologi, esperti di comunicazione con il chiaro intento di motivare il perché un uomo in uniforme sceglie certi percorsi comunicativi ed espressivi nonostante sappia che nel proprio lavoro talune manifestazioni se non sono vietate certamente possono essere considerate inopportune.
Ed è forse nell’inopportunità di scegliere un video, girato in un frangente come quello (durante il servizio di pattugliamento), che voglio porre l’attenzione perché tutti abbiamo il diritto di pensare quello che vogliamo ma non tutti possiamo avere il diritto di poterlo esprimere nel chiaro frangente in cui vestiamo l’uniforme….per questo è stato addirittura già sospeso dal servizio.
Sono anni che mi dedico a questo modo di esprimere le idee e in tutti questi anni, almeno per il momento, non ho mai ricevuto alcun appunto da parte di nessuno semplicemente perché nel mio modo di esprimermi non utilizzo sistemi mutuati da quella caciara che anche e sopratutto la politica ci ha abituato. (…e per questo forse che da qualche tempo sempre di meno sono i miei lettori)
Non per questo mi sento vicino, ad esempio, al concetto di risorsa boldriniana, anzi, ne sono totalmente distante e ritengo che a livello socio comunicativo, specie oggi, sostenere ancora determinate posizioni di accoglienza indiscriminata siano dannose per la tenuta democratica del paese….ma non mi vedrete mai urlare dal finestrino della mia pattuglia frasi del tenore che vediamo in quel video.
Oggi pubblicare certe sequenze sulle piattaforme social equivale a urlarle in piazza e se come sfondo ci mettiamo anche il cofano di un’autopattuglia è come averle urlate sporti dal finestrino di quella stessa vettura con il risultato che nella sua grettezza, amplificato dalla divisa indossata, quel video diventa come si suol dire virale.
Ed è indubbio che le divise abbiano e vogliano comunicare un disagio, non può non esservi disagio se ad azioni violente come quelle viste a Milano dove un operatore di polizia è stato accoltellato  segue una riammissione in libertà con obbligo di firma, come ci si può sentire protetti nel proprio lavoro con messaggi di tutela così blandi?
Questo però non ci autorizza a derogare a quel principio di compostezza e correttezza che la funzione di Agente di Polizia ci impone non solo in termini di regolamento ma anche come massima espressione di una deontologia che deve essere assoluta per chi indossa una uniforme.
Sembra essere ancora lunga la strada per un uso consapevole e disciplinato dei social media da parte di chi indossa una uniforme perché se è vero che questi video sono certamente l’espressione di un disagio derivante dalla delegittimazione avuta negli anni dalla classe politica è vero anche che certe sequenze legittimano e certificano invece sacche di ignoranza…persone, colleghi, che certamente ignorano l’uso corretto di questi potenti mezzi di comunicazione.
Speriamo non si arrivi a vietare l’uso dei social media o, come per certi militari, ad avere paura di avere una pubblicabile opinione (evitando di avere profili social, blog, vlog etc etc) ….perchè sarebbe davvero la morte di quell’articolo 21 e di quella riforma che nel 1981 ci volle civili, “liberi” e moderni.

In Giacca Blu – Michele Rinelli –

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 19/07/2017

… non ci resta che riderci su…!

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Non ci resta che ridere, a crepa pelle e di gusto perché le lacrime e anche le speranze, forse, sono finite.
E’ infatti già stato scarcerato lo straniero del centro Africa che nei giorni scorsi ha accoltellato, ferendolo a una spalla, un Poliziotto delle Volanti di Milano salvato, secondo le cronache, dal giubbotto antiproiettile che nel momento dell’aggressione la nostra Giacca Blu indossava.
http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/07/19/news/accoltella_poliziotto_stazione_centrale_milano_scarcerato-171166452/ )
Ci tocca così ridere, protestare, indignarci, gridare allarme, cercare di far comprendere quanto sia sempre più pericoloso il contesto storico che stiamo vivendo, non può servire oggettivamente a niente.
Non è infatti con tono di protesta ciò che in questo momento state leggendo ma semplicemente il punto di un poliziotto, un operatore, un individuo ma sopratutto una persona che vorrebbe sentire il peso dello Stato, vorrebbe poter rappresentare a tutti, Italiani, stranieri, concittadini che accoltellare un Poliziotto è un gesto grave che non può e non deve essere liquidato con un “obbligo di firma” che, ricordiamolo, in base a come ragiona il nostro ordinamento, è sicuramente commisurato alla pericolosità sociale che il soggetto ha espresso in quel frangente criminale….perché forse la vita di un poliziotto, la sua incolumità, i suoi affetti contano, per questo sistema, evidentemente molto poco.
E parlo del sistema, sia chiaro, non parlo del signor Giudice a cui va la mia personale comprensione per le difficoltà applicative delle leggi e dei provvedimenti che può materialmente comminare nelle udienze perché è troppo semplice prendersela con chi le leggi le applica, chiediamo piuttosto alla politica di provvedere a fare in modo che questi situazioni non si verifichino.
Con 3000 sbarchi al giorno e cronache locali che da nord a sud del paese ci regalano ogni giorno espressioni di violenza a carico di immigrati più o meno appena sbarcati far capire loro che in Italia accoltellare “Lo Stato”  vale un obbligo di firma, una pacca sulla spalla, una marachella, è pericolosissimo per la tenuta dell’ordine pubblico dei prossimi mesi (non anni, sia chiaro, mesi se questi sono i numeri che sbarcano e che in Italia rimangono).
Ogni giorno sale sempre di più il tarlo de “chi ce lo fa fare?”, ogni giorno le nostre famiglie aumentano l’asticella della preoccupazione, di quello che un normale turno di volante può nascondere, pur consci del pericolo del lavoro che abbiamo scelto, è difficile accettare la reazione blanda di un sistema che attaccato, perché un Poliziotto e un Carabiniere, un Militare, un Agente di Polizia Locale, non sono Michele, Giovanni, Giacomo o Maria ma rappresentanti di uno Stato che in quel momento viene aggredito, fa quasi spallucce.
Auguri di pronta guarigione al collega ferito a Milano, a noi che su quelle pattuglie scendiamo in strada ogni giorno, l’augurio di poterla sempre raccontare e di avere ogni giorno la forza di riuscire a superare le consapevolezze del tempo che passa….e di quel “chi me lo fa fare?” che quotidianamente diventa sempre più pesante.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 06/07/2017

Quella TORTURA sarà il CAOS!

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Le leggi non si discutono, le leggi si applicano tranne quando possono o devono essere interpretate nel caso concreto e noi che siamo i custodi della legge dobbiamo obbedire ma, fortunatamente, abbiamo ancora il diritto di preoccuparci.
Sembra ormai essere definitivamente passata la legge sulla “TORTURA” che agita e preoccupa l’ambiente delle divise, che in questo scenario geopolitico di biblico esodo, si ritroveranno a dover affrontare l’incontrollata immigrazione, con una legge potenzialmente capace di paralizzare tutti coloro i quali oseranno contrastare con la forza le intemperanze, anche e non solo, di quelle migliaia di immigrati destinati, in Italia, semplicemente a sopravvivere.
In un momento in cui tutte le istituzioni dovrebbero chiamare a raccolta le migliori forze del paese, forze dell’ordine comprese, nel disperato tentativo di gestire da soli – perché di fatto isolati dall’Europa – questa marea di fame e disperazione che ci investe e ci invade dal nord Africa, il nostro parlamento pensa primariamente  a castrare e preoccupare coloro i quali, nel “famoso” caso concreto, si ritroveranno a gestire un arresto violento, magari una situazione di legittimo uso della forza che, visti i precedenti, potrà diventare TORTURA…fino a sentenza definitiva….magari di assoluzione…dopo 10 anni…di vita distrutta (Quella di Poliziotti e Carabinieri ovviamente).
In questo momento storico, come se non bastasse,  dovremo quindi pensare a scrivere una giurisprudenza sul reato di tortura e per scrivere la storia e un orientamento della legge si distruggeranno vite, si provocheranno danni immani a gente normale come  i Poliziotti, che hanno famiglie, mutui, figli…. e se a ogni intervento difficile dovranno mettere in discussione non solo se stessi,  scusate, ma in molti preferiranno agire solo quando saranno assolutamente costretti. Come si potrà avere fiducia in quelle divise che avranno paura di lavorare dovendo mettere in discussione per anni se stessi davanti a giudici e avvocati? (spese legali comprese).
Perché questo muro umano che ci sta invadendo porterà disperazione, fame, reati predatori, occupazioni abusive, risse, violenza in genere tutto a discapito di chi vuole semplicemente vivere onestamente nelle proprie case; ingessare quindi le capacità operative delle divise “perché ce lo chiede l’Europa” (o forse il portafogli di certi avvocati senza scrupoli che animano il parlamento) significa scegliere deliberatamente non uno Stato di Diritto ma più facilmente il CAOS e che vinca semplicemente il più forte e violento (che di sicuro non possono essere i poliziotti).
Con questo non si vogliono zone grigie, non si vogliono sbirri picchiatori (sono già a decine le divise indagate, condannate e destituite per fatti reato gravi e violenti), sembra piuttosto ci si trovi di fronte a un paese, a un Governo e a un Parlamento che non ha fiducia nelle sue divise e, a questo punto, non so nemmeno quanto valga la pena protestare o, come in molti faranno, sarà meglio rassegnarsi alla confusione che deliberatamente, e senza vergogna, qualcuno ha deciso di provocare.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 02/07/2017

Omicidi-Suicidi: Parola d’ordine PREVENZIONE!

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Non è giusto chiamarli morti di stato, non è del tutto proprio chiamarla strage, di certo morire suicida con una divisa indosso continua a essere liquidato come un NON problema, sicuri che qualsiasi siano i motivi dovranno ricercarsi nella vita privata e non in quella lavorativa.
È chiaro, non tutti i suicidi in divisa possono essere ricondotti a vessazioni o elementi rintracciabili nell’alveo del contrasti sul lavoro,di certo però qualcosa di poco sereno ci doveva essere al comando di polizia locale di San Donato Milanese, l’ultimo Omicidio-Suicidio in divisa che la cronaca ci ha tristemente riportato. ( http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/06/29/news/sparatoria_al_comando_di_polizia_locale_di_san_donato_due_agenti_morti-169505004/ )
Divise che uccidono Divise e si suicidano, non sono casi isolati, anzi, a volere scorrere la cronaca le caserme dove si sono consumati drammi di tale portata ci sono già stati e, nemmeno a dirlo, negli ultimi anni i più colpiti sembrano essere purtroppo gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri.
Non un’emergenza, non una ecatombe ma sommate alle decine di suicidi singoli che coinvolgono ogni anno  in particolar modo le uniformi delle nostre forze dell’ordine fanno assumere al fenomeno dei suicidi in divisa una portata superiore che non si capisce ancora e per quanto tempo si vuole ignorare.

Ma ripercorriamoli i recenti episodi di omicidi/suicidi in divisa:

21 Giugno 2012, Caserta, caserma dei Carabinieri di Mignano Monte Lungo, due Marescialli (comandante e vice) litigano, si dice per questioni di contabilità carburanti, la situazione degenera e il vice comandante spare e uccide il suo superiore per poi rivolgersi l’arma contro per mettere fine alla sua stessa vita. Non sappiamo gli esiti dell’inchiesta scaturita da questa vicenda, due persone sono morte e probabilmente non sapremo mai perché. ( http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-21/sparatoria-caserma-casertano-morti-112334.shtml?uuid=AbODjtvF&refresh_ce=1)

2 Ottobre 2012, Rovigo, caserma dei Carabinieri di Porto Viro, un appuntato dei Carabinieri spara al suo Maresciallo Comandante uccidendo anche la moglie dello stesso, anche qui verrà aperta un’indagine che non porterà a nulla e che ha stretto nel massimo riserbo tutti coloro che a vario titolo conoscevano gli attori tragicamente coinvolti ( http://www.polesineonline.com/notizie-polesane/medio-polesine/rovigo/234-omicidio-suicidio-in-caserma-verso-l-archiviazione?jjj=1499016998588 )

Fatti che come è facile comprendere sono difficili da investigare a posteriori il cui unico contrasto è raggiungibile solo attraverso la prevenzione che, per la mentalità e per le questioni che spesso si pongono di fronte, diventa quasi impossibile da attuare.
Ricorrere alle cure di uno psicologo o di uno psichiatra, anche per banali insonnie da stress può costare caro a chi indossa una uniforme e che deve necessariamente ricorrere a strutture “private” per poter godere di maggiore protezione anche se, sappiamo bene, un medico privato di fronte a una divisa gravemente e pericolosamente depressa non può esimersi dal segnalare la questione alle autorità competenti.
Ciò premesso è ora che tutte le persone che fanno parte del sistema sicurezza, dalla Guardia Particolare Giurata all’ultimo degli Agenti di Polizia, devono essere messi nella condizione di potersi curare psicologicamente e serenamente senza incorrere in questioni legate alla possibilità di poter essere messo fuori dai ranghi….perché questa è la paura di chi, con una divisa indosso, ricorre alle cure di uno “strizza cervelli”.
Non si può non considerare le difficoltà psicologiche degli uomini in uniforme, non si possono preferire i suicidi alla prevenzione, non si può liquidare sempre il tutto con “aveva dei problemi personali” perchè non esiste mestiere più identitario, che si intreccia sempre  con le difficoltà della vita privata, di chi indossa una qualsiasi divisa delle nostre forze dell’ordine.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 16/06/2017

Grazie Signor Prefetto…

Indagato!
Non ci meraviglia affatto la decisione della procura di Roma che ha deciso (giustamente?!) di iscrivere nel registro degli indagati il poliziotto che qualche giorno fa a Guidonia ha ucciso un rapinatore, armato di pistola, che dopo aver speronato una autovettura ha tentato, insieme a un complice ferito gravemente anch`egli, di derubare l’incasso di un supermercato.
Stupiti, invece, dal gesto del Signor Capo della Polizia Franco Gabrielli il quale senza sapere gli esiti dei primi accertamenti ha manifestato la sua vicinanza al collega che con quella azione non solo ha sventato un grave reato ma ha messo in discussione la sua serenità familiare, umana e professionale.
Il gesto del Signor Prefetto Gabrielli manifesta ancora una volta la volontà di rimettere nel giusto alveo determinati comportamenti che ormai rappresentavano la norma ossia quelli per cui, per non “disturbare” il lavoro degli inquirenti, le più alte cariche del corpo preferivano rimanere in un silenzio che spesse volte appariva più un abbandono e non un “favore” alla serenità processuale e a quel collega caduto in disgrazia.
Lo so, potrà apparire strano, ma decidere di mettersi in discussione agendo, liberi dal servizio, per adempiere a un dovere del proprio ufficio è per certi versi un flagello, una scelta quasi suicida in un momento dove un funerale è quasi preferibile a un brutto processo.
Abbiamo spesso assistito a divise che per aver agito in momenti di altissimo rischio vengono primariamente messe sulla graticola giudiziaria quasi a sminuire invece chi un reato l`ha commesso con la piena coscienza di volerlo compiere, con la netta sensazione che il primo delinquente sia stato il poliziotto e non il rapinatore.
Il gesto del Capo della Polizia determina finalmente un cambio di passo di non poco conto, un segnale che più meno ci dice che chi indaga è libero di farlo, lui è comunque un uomo delle istituzioni che ha messo davanti a tutti il giuramento agli onesti cittadini italiani e per questo deve essere sostenuto.
Per questo messaggio, che dopo tanti anni finalmente restituisce fiducia alle Giacche Blu eliminando un assurdo tabù non posso che personalmente ringraziare il Signor Capo della Polizia che francamente mi auguro possa ancora per lungo tempo fregiasi di questo difficile compito.

#forzafranco

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/06/2017

Auguri agli Allievi del 9° Corso Vice Ispettori

Nettuno

Si è finalmente  concluso l’iter concorsuale di 1874 appartenenti alla Polizia di Stato che nel prossimo mese di settembre saranno avviati al corso di formazione per acquisire il grado di Vice Ispettore.
Una procedura che mi ha visto protagonista a partire dal settembre 2013, data di pubblicazione del bando e che, formalmente, si conclude oggi, in una caldissima giornata di primavera/estate ottima per serate di festeggiamenti.
Così, al giubilo e ai “prosit”  anche le bacheche dei social si riempiono di ringraziamenti, chi ai colleghi, chi alle mogli, ai figli, a familiari tutti; vincere un concorso con responsabilità familiari e lavorative già consolidate non è mai una passeggiata.
Tanto studio e ore sottratte alla famiglia, alla propria vita privata, magari anche a un lavoro importante che si è  dovuto lasciare ad altri, per cercare di salire su un treno che non sapremo tra quanto e per chi potrà ripassare.
Dal 2013 sono tante le storie di vita che si sono consumate nella speranza di un nuovo e migliore incarico, da tanti figli nati nel frattempo, a mogli arrabbiate per le ore di assenza forzata che lo studio determina, genitori che nel frattempo non hanno potuto vedere il nuovo grado indossato, compagne, mogli, mariti, fidanzati/e che non hanno retto e che, forse, hanno trovato la scusa buona per cambiare compagno/a dando la colpa a quel “maledetto” concorso.
E di maledetto, si, qualcosa lo abbiamo visto, tanto veleno, servizi televisivi pronti alla denigrazione, poco interesse per quelle umanità che studiavano tra un biberon e una culla o al capezzale di un genitore che, nonostante la malattia e la certezza di non vedere quel figlio con indosso la soddisfazione di tanto studio, esortavano a non mollare, a crederci, perché la vita va sempre avanti….nonostante la morte!
Oggi ciascuno di noi celebra il proprio grazie, la propria soddisfazione, esibisce con orgoglio il proprio posto in graduatoria, anche fosse l’ultimo, proprio perché anche arrivare ultimi, in questa competizione, è stato difficile umanamente, emotivamente e professionalmente… sono stati tanti i giorni di abbattimento, ansia e delusione.
Potranno sembrare amare queste righe, in verità è che non ho abbastanza parole per ringraziare chi mi è stato vicino, chi mi ha concesso di studiare in completa solitudine nonostante una neonata da accudire e che forse dovrà anche subire, suo malgrado, le conseguenze di questo percorso iniziato quando nemmeno potevamo immaginare di arrivare insieme sino a qui. A lei, e non solo a lei, ma anche ai miei genitori che mi hanno dato la possibilità di studiare, dandomi delle opportunità con enormi sacrifici, vada il mio più sincero grazie.
A tutte queste persone, questi pezzi di famiglie, amici, conoscenti, colleghi vanno di certo i primi ringraziamenti ma anche le centinaia di brindisi e auguri che sferzano le tavole dei locali in questo momento, perché ciò che è stato detto, fatto e affrontato non è stato semplice ne per chi ha raggiunto l’obbiettivo ne per chi in qualche modo lo ha subito….e forse dovrà ancora subirlo.
Non solo alle famiglie vada il mio e il nostro grazie ma anche a quella istituzione di cui facciamo parte, la Polizia di Stato,  che ci ha concesso di poterci dire “AUGURI  prossimi Allievi del 9° Corso Vice Ispettori”.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 23/05/2017

Tutela&Trasparenza….

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Tutela&Trasparenza, forse non dovrei parlarne, forse dovrei semplicemente godere di questa giornata dove viene ripristinato un sacrosanto principio giuridico: le controversie legali le dipanano i giudici e solo loro!
Tutela&Trasparenza è una associazione di Poliziotti (la maggioranza con  la P maiuscola) nata il giorno dopo il risultato del concorso interno per Vice Ispettori della Polizia di Stato (il famoso 1400) il cui scopo era quello di smascherare una procedura concorsuale che, a dire dei promotori, era piena zeppa di ombre, sotterfugi, regalie….o, per essere gentili, sviste.
Tutela&Trasparenza non ha esitato, insieme ad alcune sigle sindacali, a portare lo scontro sul piano mediatico con un linguaggio e metodologie ormai ampiamente abusate e collaudate dai media.
Non importava infatti quali fossero davvero i fatti (dimostrabili di fronte a un giudice) l’importante era urlare, urlare, far fare brutta figura al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, imbarazzare e ancora urlare.
Sono state impegnate trasmissioni approfondimento (Come Report sui canali Rai e “L’aria che tira su La7), testate locali, siti sindacali, tutti a berciare che quel concorso era una farsa.
Tale circostanza ha prodotto, giustamente, uno sforzo da parte del Dipartimento della Pubblica Sicurezza il quale ha istituito una commissione di verifica pur di capire cosa ci fosse di sbagliato in questo concorso che, ricordiamolo, ha sviluppato le sue fasi più importanti a cavallo di due reggenze (Pansa – Gabrielli) in un momento storico certamente di svolta positiva ma pur sempre caotica all’interno dello stesso Dipartimento .
Nonostante le sentenze dei vari TAR continuassero a sfornare giudizi che confermavano la genuinità del lavoro svolto dalla commissione presieduta da Prefetto Luciano Rosini, si aggiungeva il Consiglio di Stato a ribadire ulteriormente che, nonostante le proteste, quel concorso, quella commissione, quelle prove svolte avevano subito un vaglio e una valutazione che non era diversa, ne contestabile, da tante altre vicende concorsuali che questo paese svolge da decenni. (Si possono cambiare i metodi di selezione ma questo  di certo non compete ai giudici!)
Non dimentichiamo che, in mezzo a tutto questo, si è innescata la triste vicenda dei “geni”, di quei ragazzi che all’ultimo concorso per diventare Agente della Polizia di Stato, hanno stranamente preso un voto altissimo senza avere a disposizione la banca dati e, guarda caso, tutti provenivano dalla stessa area geografica, una situazione questa che mediaticamente è stata più volte accostata al concorso interno da vice ispettore….perché se c’era del marcio da una parte, necessariamente, tutto doveva essere marcio.
Purtroppo il piano dialettico che ha caratterizzato questa controversia ha indubbiamente generato frizioni tra colleghi, cogliendo ed evidenziando un problema importante che non può essere sottovalutato: ancora e per l’ennesima volta, in questo paese, conta più lo scandalo che si pone sui canali mediatici (tra mille speculazioni) che le sentenze che snocciolano, in punta di diritto, i nostri giudici.
Ora, l’errore umano è un principio connaturato nella natura di ciascun individuo, la ricerca della verità un principio che ogni poliziotto deve portare intimamente nel proprio DNA ma un conto è cercare l’oggettività delle questioni un conto è cercare la strada per far saltare il banco pur di dimostrare una propria verità, un po’ come quando un investigatore si innamora della propria tesi investigativa e fa di tutto per dimostrarla escludendo il resto  pur sapendo che, forse, sarebbe meglio cercare altrove. (Questioni di cuore e di orgoglio che forse sarebbe meglio mettere da parte!).
In mezzo a tutto questo la sorte di 1875 persone (gli idonei, quelli che hanno vinto) che hanno subito un mare di insulti e derisioni, nonostante le sentenze, nonostante il basso profilo, nonostante uno scontro che forse verso la fine si è anche cercato ma che è stato,a mio avviso sbagliando, il risultato di quel principio umano e materiale “morte tua, vita mia” con l’intima paura che tutti, nonostante la giustizia amministrativa, non volessero riconoscere il valore, lo sforzo, di chi ha messo tutto se stesso per perseguire questo obbiettivo.
Di Tutela&Trasparenza, oggi, rimane certamente l’alto valore di ideali nel voler cambiare davvero le cose anche se, evidentemente, prima di poterlo davvero fare dobbiamo partire da noi, da tutti noi, IDONEI e NON IDONEI, dalla ricerca di un’ etica e di una morale che forse ha ceduto il passo a uno dei principi attribuiti a Macchiavelli: “il fine giustifica i mezzi” senza contare che troppi erano gli speculatori e gli interessi (sindacali e non) che gravitavano su una vicenda così drammaticamente sofferta.
Alla fine di questa vicenda è necessario ricominciare da noi, dall’essere prima di tutto colleghi, cercando di ritrovare quel senso di appartenenza e di missione che ci deve essere proprio ma sopratutto cercando di capire che non si può, pur di ottenere ciò che tanto si desiderava, gettare fango senza controllo alcuno, verso persone che voglio di sicuro Tutela&Trasparenza (da poliziotti dobbiamo volerlo tutti!)  senza essere per questo danneggiati.
Buona fortuna a tutti i colleghi esclusi da questa sofferta e mai davvero compresa selezione sperando di poter collaborare a una nuova polizia e a un nuovo modo di sentirsi tutti con la stessa giubba addosso.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 19/05/2017

Allah è grande e protegge anche i Poliziotti!

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Milano, ore 20.00, Stazione Centrale, una pattuglia mista di militari e poliziotti notano allontanarsi trafelato un individuo, di origine nordafricana, a cui, come normale controllo, chiedono i documenti.
Lo straniero, che poi si rivelerà essere un Italiano di origini tunisine, evidentemente non prende bene l’operazione di polizia e dopo pochissimi istanti dalla richiesta dei documenti estrae uno dei due coltelli che portava al seguito e colpisce i militari e i poliziotti alla gola.
Fortunatamente i fendenti non vanno in profondità e gli operatori riescono, con non poca fatica, ad avere ragione bloccandolo al suolo e a disarmarlo.
In queste ore pare che gli agenti siano ancora ricoverati ma, fortunatamente, se la caveranno.
A latere di questa vicenda è emerso che l’aggressore abbia recentemente subito il fascino del califfato in quanto sulla sua pagina “facebook” sono presenti riferimenti all’Isis, un dettaglio questo che getta un ombra sinistra sulle reali motivazioni che hanno determinato una aggressione così violenta.
Nella fluidità e liquidità di un terrorismo che arruola i suoi soldati tra le fila di internet, avvalendosi anche della collaborazione di personaggi più sociopatici che realmente attratti dalle dinamiche geopolitiche e religiose dello Stato Islamico quello che sicuramente deve far riflettere è quanto sia stato facile aggredire e quanto poco hanno a disposizione i nostri agenti in termini di presidi tattico difensivi.
Difendersi da una lama è quanto di più difficile e subdolo possa esistere per un operatore della sicurezza, non è un caso se in altri paesi, che non hanno la mentalità giuridica italiana, ricorrono immediatamente all’uso dell’arma da fuoco in quanto la rapidità e la perizia di chi un coltello lo sa usare evidenziano quanto possa essere letale anche un semplice taglierino.
Quei colleghi in servizio di controllo allo scalo Ferroviario, obbiettivo sensibile per eccellenza, avevano per caso  a disposizione un giubbotto sottocamicia antiproiettile e antilama magari  pagato dall’amministrazione da cui dipendono? (nelle immagini non si vede ma lo speriamo!)
Come mai nonostante il chiaro intento omicidiario (una lama in gola non si indirizza per ferire) nessuno di loro ha fatto ricorso all’arma da fuoco?
Forse perché, ormai, nella mentalità del poliziotto medio ricorrere alla pistola significa passare dei guai?
Siamo per caso terribilmente passati dal preferire un bel funerale a un brutto processo?
Del resto ci sono situazioni dove affrontare un iter giudiziario è quasi peggio di morire.
…e anche non fossero questi i pensieri degli operatori bene hanno fatto militari e poliziotti a non sparare, del resto quante persone avrebbero messo a rischio in un posto affollato come la stazione di Milano Centrale con un munizionamento da guerra che l’unica cosa che sa fare e bucare sino a quando non trova una dura collocazione dove conficcarsi?
Davvero ancora dobbiamo prescindere da strumenti come il Taser (la pistola elettrica) la cui mancata adozione (tutta Europa la usa) sembra essere dettata dalla noncuranza di chi preferisce, evidentemente, più sbirri morti o, quantomeno, nelle forche di un brutto processo?
Si può per caso avere paura che persone violente come queste colposamente muoiano a causa delle scariche elettriche o, forse, che di quella elettricità si abusi?
Allah è grande, lo ha dimostrato anche questa volta e sempre più spesso, per fortuna, protegge i poliziotti.
Auguri di pronta guarigione ai colleghi.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 04/05/2017

…”SPARA CAxxO!!”

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“La difesa è sempre legittima” – da tempo sventola questo slogan, un concetto che sembra essere diventato un marchio, nel mondo dei tweet a 140 caratteri è facile esprimere concetti che fanno presa laddove esiste timore.
Parlare alla pancia della gente, alla rabbia, sembra essere l’unico modo per provare a fare politica, il problema, forse, è che si parla sì alla pancia ma prendendoci per il “culo” -scusate il “francesismo” .
Oggi la camera ha licenziato, in direzione del Senato che, probabilmente, emenderà il provvedimento a sua volta, la modifica della legittima difesa, un provvedimento che da tempo la pubblica opinione aspetta ma che forse essa stessa nemmeno capisce davvero come e in che modo si può modificare.
Il cittadino stanco vuole sparare, si vuole armare, vuole difendere “la roba”, insomma è stufo di essere depredato di quel tanto o poco che guadagna, gli vuoi dare torto? Politicamente, attualmente, risulta un po’ difficile.
Ancor più difficile però diventa fornire risposte con le politiche di sicurezza attuate in un momento storico come questo dove il settore “Sicurezza Pubblica” di fatto viene continuamente alleggerito di risorse, uomini, mezzi, con leggi che inoltre sembrano più funzionali a fare in modo che si contengano certi fenomeni nel minimo indispensabile….questioni di scelte politiche non solo e strettamente economiche.
“La Roba” quindi come la difendiamo? Di sicuro chi se lo può permettere la difende con ogni mezzo, sistemi di allarme ipertecnologici, Guardie Giurate che fanno la ronda ma, nonostante questi, risulta comunque difficile fare in modo che i predoni non facciano incetta dei beni più disparati.
E poi, quando li prendi, dopo aver speso magari centinaia di migliaia di euro in sistemi di vigilanza di ogni genere cosa fa il sistema sicurezza?
Li lascia comunque liberi di continuare a depredare il territorio.
Ora il cittadino è sicuro che vuole armarsi, decidere di difendere se stesso con un sistema che comunque lo metterà in discussione?
Cosa crede il cittadino che potremo mai licenziare leggi dove se qualcuno entra in casa sua potrà sparare senza nemmeno doversi confrontare con giudici e avvocati? (che costano denari e tante, troppe giornate di serenità negata)
Perché, prima di tutto, non chiedere a quella politica – che con il recente provvedimento non sta facendo altro che ingarbugliare la questione – di aumentare i posti nelle carceri modificando magari quel principio di eccessiva discrezionalità dei giudici? Con pene adeguate ma sopratutto certe? (…e non cadete nel tranello che sia solo colpa dei giudici!!)
Perché – altro nodo – se il sistema tende alla privatizzazione della sicurezza non equiparare a tutto tondo le Guardie Giurate a pubblici ufficiali con poteri di arresto, perquisizione e limitazione della libertà personale dei delinquenti? (cosa che attualmente non è possibile da parte delle guardie private se non in determinati casi estremamente limitati)
Sei sicuro, caro concittadino, che la strada giusta sia questa che ha tutta l’aria di essere una sonora e mai abbastanza evidente presa per i fondelli?
I ladri, tutti, devono avere paura delle nostre carceri, della libertà negata dai giudici, non delle pericolose pistole di chi, magari per passione, in poligono diventa un ottimo tiratore.
Uccidere una persona, ferirla a colpi di pistola, non è mai una vittoria è, al contrario, la conferma di un sistema che ha precedentemente fallito.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 02/05/2017

Quarto Savona 15 – I valori continuano a viaggiare…

L’ho vista ancora, come se fosse ancora lì, di fronte al tribunale di Palermo, con quel saltello incerto tipico delle vetture blindate… che avanzano decise e goffe.
Sfolgorava nella luce di quel carico prezioso che prescindeva dall’umane vesti, non erano solo gli uomini che la occupavano il vero tesoro ma l’ideale che sulla stessa viaggiava.
Li ho visti ancora scendere, con lo sguardo fiero e preoccupato, armi in pugno, con il luccichio di chi non stava facendo solo un lavoro pericoloso ma l’angelo custode di coloro i quali cercavano di portare la legalità e un paese libero dalle mafie.
L’ho rivista ancora la “Quarto Savona 15”, Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco, non si sono fermati il 23 maggio del 1992, quel tritolo non ha certamente interrotto ciò per cui stavano combattendo.
La “Quarto Savona 15” solca ancora le strade,  a noi e solo a noi il compito di accoglierla nella sua bellezza.
E’ infatti iniziato il nuovo viaggio della Fiat Croma bianca targata Polizia 72677, oggi è a Sarzana in provincia di La Spezia ma toccherà altre città d’Italia, partita da Peschiera del Garda dalla Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato arriverà il 23 maggio prossimo a Palermo, nella sua Palermo, per dimostrare che le idee e i valori continuano a camminare sulle gambe di chi resta.
Perché quel tritolo che la fermò quel giorno interruppe solo il cammino terreno degli uomini che la occupavano, le idee, l’umanità, gli scopi che quella vettura trasportava continuano a palesarsi nei gesti, nelle idee e negli intenti di chi oggi non solo si reca a rendere omaggio al relitto ma anche tra tutti coloro i quali hanno continuato a trasmettere i principi dell’antimafia e della legalità ai giovani di oggi.
La “Quarto Savona 15” non può e non deve essere il relitto di una giornata tra le più brutte della storia d’Italia ma il simbolo di un paese che nonostante tutto non  ha perso la voglia di continuare a credere nel “profumo della libertà”, lontano dal compromesso e dal puzzo che il malaffare provoca.
Giovanni Falcone, e le Giacche Blu cadute è impensabile potessero credere di sconfiggere davvero la mafia, anzi, sapevano però che l’Italia, quell’Italia (che forse non è tanto diversa da quella di oggi) aveva bisogno di esempi in cui credere, un ideale da perseguire, un qualcosa per cui valesse la pena anche morire non certo per diventare degli eroi ma solo ed esclusivamente perché senza degli ideali a cui tendere tutto muore.
Chi cadde su quella autostrada a Capaci il 23 maggio 1992 non voleva diventare un eroe, voleva semplicemente tenere fede a un giuramento di fedeltà alle sane istituzioni democratiche – Giovanni Falcone era uno di queste – , perché esistono valori che devono sopravvivere a prescindere da tutto ciò che può colpirli anche fosse la morte per mano criminale.
Non interrompere il percorso della “Quarto Savona 15” deve essere quindi un dovere morale, per fare in modo che questa società – ma soprattutto i nostri giovani –  non perdano quei valori di legalità che troppo spesso abbandoniamo per comodità, perché in fondo è più semplice dire, credere e pensare che un mondo migliore sia impossibile.
Noi che quel 23 maggio 1992 eravamo poco più che adolescenti, dei ragazzi di ieri, solo a noi spetta il compito di perpetuare ciò che quelle Giacche Blu, quei giudici ci hanno insegnato, solo attraverso i loro ideali, insegnati ai giovani che quel giorno non c’erano, possiamo salvare la società.

Buon viaggio “Quarto Savona 15″…

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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