Pubblicato da: paroleingiaccablu | 13/02/2018

NON SI PUO’ MORIRE IN ADDESTRAMENTO!

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Un suono sordo che rimbomba per il garage, lo sguardo attonito di chi intorno non comprende come sia potuto accadere, un corpo esanime che precipita al suolo, le ambulanze, la rianimazione, una corsa disperata per strappare alla morte la giovanissima vita di un servitore dello stato.
Ci ha lasciato così a soli 33 anni Andrea Vizzi, Carabiniere originario della provincia di Lecce, è morto in addestramento, colpito da un suo compagno di squadra con il quale stavano simulando un’azione di servizio di contrasto al terrorismo.
Andrea Vizzi faceva parte di un nucleo scelto dei Carabinieri chiamato API, nato all’indomani degli attentati di Parigi, un gruppo di uomini scelti che dell’addestramento e delle prove di intervento DEVONO fare il loro pane quotidiano.
Addestrarsi per queste squadre non è solo una priorità ma una necessità che non può e non deve macchiarsi di una così drammatica tragedia.
Chi ha involontariamente colpito a morte Andrea non solo deve avere oggi tutto il nostro sostegno, per avere tragicamente ucciso un amico, ma deve far nascere la consapevolezza del sistema che gli addestramenti DEVONO essere condotti con standard decisamente più elevati.
Non individuare metodiche più sicure non può essere più tollerato, la responsabilità è sopratutto di quella catena di comando che troppo spesso ti chiede di agire, di addestrarti, ma non ti fornisce gli strumenti idonei per poterlo fare nel miglior modo possibile.
Addestrarsi ha un costo ma addestrare non è una perdita di tempo o risorse, non fai dei buoni operatori mettendo indosso loro dotazioni di primo livello se con quelle dotazioni non ricevi una adeguata formazione.
Piangere così un giovane militare non è solo una tragedia umana e familiare ma la dichiarazione che questi uomini hanno bisogno di accrescere la loro professionalità senza alcuna improvvisazione, magari affiancati da personale appositamente formato proprio per addestrarli.
Perché se Andrea è morto non è semplicemente colpa di chi gli ha sparato ma lo è sopratutto di chi non ha addestrato adeguatamente la mano dell’inconsapevole sparatore….che per sempre porterà il rimorso di una giovane vita strappata così presto all’affetto dei suoi cari.
Per chi si interessa di addestramento come me, per chi decide di intraprendere un percorso da formatore il vero rammarico è per chi non ha potuto o non è riuscito a formare adeguatamente l’autore di questa tragedia, responsabilità penale è personale ma non quella morale.
Che si parta da loro quindi, dagli istruttori, più professionalità significa più istruttori, più istruttori significa più competenza, migliori capacità operative…questo costa? Certo!
….domani per questa morte qualcuno pagherà molto caro e non sarà certo l’Arma dei Carabinieri!
Che si cambi passo, che ci si decidano a cambiare le cose, che si forniscano i giusti modi e strumenti per l’addestramento di questi importanti custodi della democrazia, senza dire, perché è più semplice, da domani nessuno faccia più nulla, non ci si addestri più, perché se non fai niente, chiaramente, niente può succedere!!!
Peccato che i nostri concittadini pretendano la loro giusta sicurezza che non si ottiene di certo con l’ignoranza e l’immobilismo.

 

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/02/2018

NON CHIAMATELI CODARDI!

Vedere quel padre di famiglia scivolato per terra e letteralmente massacrato da un gruppo di individui che tranquillamente potevano essere suoi figli è stata davvero una pessima scena.
Le immagini di Piacenza rimarranno nella storia, eventi visti e vissuti sempre più spesso ma che non possono essere liquidati con banali quanto inutili commenti.
“Dovevate tirare fuori le pistole, meritavano di essere uccisi” questo è stato il tenore di moltissimi commenti sulla mia pagina Facebook che ho dovuto cancellare perché odio genera odio e violenza fomenta violenza.
Un problema esiste ma può anche essere risolto, banalmente e facilmente, azioni di questo genere contro le forze dell’ordine devono essere punite duramente, senza sconti, senza benefici ossia attraverso un duro e congruo periodo di carcere.
I responsabili saranno presto identificati, il problema è che nessuno crede verranno veramente puniti.
In questo paese manca il deterrente della punizione, la certezza di impunità è così forte che picchiare un carabiniere in servizio di ordine pubblico evidentemente non costituisce un problema.
Ma non è solo questo che deve essere considerato, esiste una importante questione di senilizzazione di questi reparti, sempre di più riempiti di personale ultracinquantenne che, non si può tacere, con maggiori difficoltà può fisicamente affrontare folle composte da individui che possono essere appunto loro figli.
Un problema quello degli operatori di polizia anziani più volte affrontato dal Signor Capo della Polizia Gabrielli e che sempre di più evidenzia quanto questa componente stia provocando danni.
Danni però che possiamo rilevare anche nella evidente approssimazione derivante dal poco addestramento, un’ intera squadra si gira, volta le spalle, e letteralmente abbandona un collega in mezzo alla furia e alla violenza…. Non è oggettivamente solo una questione legata alla vecchiaia questa ma di vera e propria impreparazione.
Su quella squadra abbiamo visto scritte le peggio equazioni, codardi, vigliacchi… nulla di tutto questo, semplicemente erano impreparati.
Per questo continuerò sempre a chiedere da queste pagine maggiore addestramento per le nostre divise ma anche dotazioni migliori, dalle bombole al peperoncino per l’ordine pubblico, recentemente cassate perché ritenute troppo “forti”, ai proiettili di gomma da utilizzare in casi estremi, presidi questi peraltro già in uso in altre parti d’Europa e non solo.
Scagliarsi con violenza verbale non serve, serve piuttosto chiedere alla politica che cambi la propria visione dell’ordine pubblico, perché il diritto di manifestare, evidentemente, ha bisogno di elementi con maggior deterrenza verso la violenza perché i manifestanti, tutti, devono capire che le azioni violente si pagano, nell’immediatezza ma anche e soprattutto di fronte a un giudice.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 04/02/2018

PRO PATRIA…. PER GLI ITALIANI! 

Da un’ Alfa Romeo nera partono degli spari, a terra rimarranno feriti sei cittadini di carnagione scura, la loro colpa, sapremo poi, sarà proprio la pelle nera.
Luca Traini, arrestato poco dopo dai Carabinieri di Macerata, verrà fermato ammantato del tricolore, dopo aver reso omaggio ai caduti per la patria, un gesto dalla fortissima connotazione simbolica che lo ha reso agli occhi di moltissimi un vero patriota… Patria che mai avrebbe potuto insultare meglio.
Stiamo uscendo da una stagione politica e culturale che ha certamente solcato caratteri fortissimi sul fronte della percezione del diverso, l’immigrazione subita, vissuta come una vera e propria invasione, ma anche da una dialettica associata all’accettazione della diversità, dove forzosamente qualità declinate al maschile sono diventate anche femminili. Cambiamenti linguistici che hanno infastidito e probabilmente imbarbarito quello che sarebbe dovuto essere un normale cambiamento dei tempi.
Non esiste però peggiore rivoluzione di  quella che viene imposta con metodiche pedagogicamente sbagliate.
La vicenda di Luca Traini, la cui estrazione ideologica è probabilmente il male minore,  non deve rimanere solo la tragica storia di sei persone dalla pelle scura ferite gravemente, e dello stupido tentativo di vendicare una giovane donna uccisa da un delinquente come lui, ma l’occasione per la politica di restituire agli “orfani”  italiani il vero concetto di patria.
La componente politica di questo paese, che sia di destra o di sinistra,  dovrebbe capire che sta esasperando così tanto la paura dei cittadini di non essere più considerati tali che delinquenti come Traini facilmente diventano eroi!
In tanti in queste ore lo stanno sostenendo.
Il problema quindi non è vietare i busti del Duce, come qualcuno avrebbe voluto fare qualche tempo fa, il problema è far sentire queste persone appartenenti a uno Stato e a una Patria, essere quindi orgogliosi dell’Italia, del proprio paese.
Concetti, questi, che evidentemente sono stati  barattati con chissà quali altre imperscrutabili dinamiche, la sfida, vera, quindi è restituire al popolo italiano la dignità che merita.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 22/01/2018

I TEMPI DEL “POLIZIOTTESCO” SONO FINITI!

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Sono immagini piuttosto forti quelle che arrivano da Roma, dove un senza fissa dimora si scaglia con un coltello contro un agente delle volanti capitoline il quale si salverà grazie anche un giubbotto antitaglio sottocamicia acquistato in proprio. ( http://www.romatoday.it/cronaca/clochard-accoltella-poliziotto-appia-nuova.html )
Complimentarci semplicemente per la buona riuscita dell’intervento, sia sul piano pratico che sul piano tattico, è un esercizio di stile che eviterò in questo frangente, quello che voglio esprimere, o forse stimolare, è la discussione che scaturisce da questa vicenda.
Mettere mano al portafogli per un operatore delle volanti, ma anche di altri uffici di polizia, è sempre stata una cosa piuttosto comune (comune NON normale!), lavorare bene e in sicurezza sono sempre state prerogative cardine di chi non perde tempo a lamentarsi di quello che non funziona ma semplicemente si adopera affinché funzionino meglio.
Questo non significa che mettere mano ai propri denari per dotarsi di dispositivi di sicurezza più performanti, capaci di aumentare i livelli minimi di sicurezza, sia giusto ma, specie in questo momento, la collettività interna, esterna e politica, che di polizia e sicurezza si interessa e vuole parlare, appare quanto mai necessario aprire una decisa discussione
Perché si deve discutere sulle dotazioni minime, è più che mai necessario, specie oggi che  gli scenari mutano più velocemente.
Una consapevolezza questa che cresce grazie anche agli strumenti di video ripresa sempre più diffusi, più o meno abusivamente, addosso alle divise e ci pongono di fronte in maniera più stringente al fatto che la professionalità di questi uomini deve aumentare così come devono aumentare i presidi tattici a disposizione.
Si parla tantissimo di TASER, dai più considerato la panacea per ogni situazione, la realtà è che qualsiasi strumento se non usato con coscienza e capacità tecnica si può trasformare in un epico e pericoloso fallimento.
Non è infatti strano che proprio negli Stati Uniti le regole di ingaggio del TASER si stiano piano piano ridimensionando proprio perché il rischio zero, nell’azione di polizia, non esiste….nemmeno con la pistola elettrica.
Per questo chiedo ai prossimi attori della scena politica di accelerare sul piano degli investimenti di mezzi e materiali, Taser compreso, anche cambiando filosofia operativa, ribaltando completamente il paradigma, passando ad esempio da un principio di pronto intervento rapidissimo a principi più “lenti” ma più flessibili, utilizzando magari autovetture con vocazione meno sportiva ma più idonee al trasporto di materiali ingombranti quali scudi e caschi che, oggettivamente, su auto “piccole” non possono trovare posto.
Del resto chi ha girato un po’ l’Europa ha notato come le varie polizie prediligano mezzi capienti rispetto a mezzi veloci specie nei contesti di operatività urbana….ma noi siamo figli dei poliziotteschi all’italiana…..e ci vuole tempo!
Una richiesta la mia anche in virtù di quella che si annuncia essere la prossima campagna elettorale con molti attori provenienti dal mondo delle divise e che di certe problematiche dovrebbero ben comprendere la prioritaria rilevanza.

In Giacca Blu –  Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 16/01/2018

SONO POCHI? SPENDIAMOLI MEGLIO!

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Ci sono alcune cose che dovremmo capire subito, tra queste, indubbiamente, vi è un “nuovo” modo di concepire il supporto delle amministrazioni alla vita privata del pubblico dipendente.
Nelle forze armate e nelle forze di polizia abbiamo vissuto periodi dove appartenere a queste strutture garantiva tutta una serie di agevolazioni che per quei tempi avevano una vera e propria funzione di ammortizzatori sociali.
Dalle mense gratuite di servizio, agli spacci alimentari dove praticamente acquistavi derrate a prezzo di costo, vi erano inoltre importanti scontistiche ferroviarie ma anche adeguati rimborsi persino sul vestiario se la tua professionalità consisteva nello svolgere servizi in abiti borghesi.
Man mano che scorrevano gli anni ’80, si consumavano i ’90, arrivati al nuovo millennio, progressivamente tali agevolazioni venivano via via perdendosi, sconfitte da quei tempi che cambiano così fortemente che, certi benefit, non ce li si poteva più permettere.
Oggi, di quella che molti pensionati ricordano come una Polizia molto mamma che cercava di dare il più possibile al proprio appartenente per alleggerire il costo della vita, non è rimasto molto, gli spacci famiglia non esistono più, i bar dentro le caserme ad appalto e personale esterno hanno prezzi molto simili a quelli di un nomale esercizio pubblico, gli alloggi e le mense, purtroppo, spesso risultano non in linea a quello che un moderno sistema dovrebbe essere in grado di erogare.
Ecco quindi che mi imbatto in questo articolo ( http://www.psnews.it/2018/01/budget-ridotto-per-vestire-un.html?m=1 ) dove si denuncia l’ennesimo e importante taglio al rimborso spettante a coloro i quali svolgono servizio in abiti civili, solo 54 euro procapite, per acquistare capi di abbigliamento da utilizzare durante l’orario servizio.
Credo sia chiaro a tutti che mantenere questo genere di rimborsi sia assolutamente inutile, con 54 euro di certo non riesci a comprare un congruo numero di capi di abbigliamento per coprire, ad esempio, l’intera settimana lavorativa, pensate solo a quanto può costare un buon paio di oneste calzature.
Ora, siamo sicuri che sia davvero necessario mantenere queste elargizioni e non spendere quei soldi diversamente?
Magari eroghiamo l’insieme di queste somme per migliorare le condizioni di lavoro delle persone, qualche nuovo computer, qualche nuova autovettura, una qualche infrastruttura che possa agevolare la vita lavorativa del collega, perché continuare a offendere il lavoratore in questo modo?
A me se mi riconosci  54 euro per comprare capi di abbigliamento laddove non mi offendi mi fai sentire preso in giro.
Vogliamo forse davvero credere che per certi capitoli di spesa nei prossimi anni avremo una inversione di tendenza?
Perché, ad esempio,  non eliminare la mensa gratuita di servizio, sopravvissuta a quella polizia che fu,  e metterla anch’essa a pagamento?
Perché non aggiungere di tasca propria a quella gratuità una cifra consona per avere generalmente un servizio mensa migliore?
Così da avere migliore qualità dei cibi, più scelta nelle pietanze, più flessibilità verso quelle persone che per scelte etiche o di salute alla fine si ritrovano a mangiare sempre le stesse quattro cose?
E degli alloggi?
Perché avere ancora dei posti letto totalmente gratuiti?
Chiedere un piccolo canone non potrebbe favorire il recupero di fondi per migliorare le caserme?
Luce e acqua del resto hanno un costo!!!
Perché dobbiamo caricare la società di questi oneri?
Un dipendente pubblico comune un posto letto se lo cerca e se lo paga come tutti gli individui che per lavoro emigrano dal loro paese di origine.
Perché se è vero che facciamo un lavoro speciale è vero anche che i tempi per poterlo essere ancora, come hanno visto i nostri predecessori, sono finiti da un pezzo.
Prima capiremo che è inutile rimanere agganciati a vecchi stereotipi prima riusciremo a migliorare, con le poche risorse che comunque vengono elargite, le nostre condizioni di vita e lavorative. Con questo non si vuole restituire al mittente determinati denari, semplicemente chiedo di cambiare prospettiva ridistribuendo diversamente con scelte e attenzioni diverse determinate somme.
….e se per te che leggi tutto questo è inaccettabile, pazienza, continua pure a credere nella forza della lamentela e dell’ inutile indignazione!

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 10/01/2018

CANDIDATI & POLIZIOTTI (…vabbhè, sindacalisti?!?!!)

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Tempo di elezioni, tempo di candidature!
Ed eccoci nuovamente all’interno di una campagna elettorale che si prospetta feroce, dai toni accesi, la più “violenta” di sempre anche se a leggere le cronache di quelle recenti i limiti si sono già da tempo sforati.
Elezioni significa candidati, candidati significano bacino di voti e molto può fare la differenza il nome giusto da inserire nelle liste.
In questo meccanismo si inseriscono quindi i volti di chi potrebbe portare beneficio e conforto numerico, per una tornata che, probabilmente, verrà ricordata tra le meno partecipate della storia repubblicana.
Politica e sindacati, sotto elezioni, diventano una alchemica commistione, come per magia coloro i quali sino a ieri si trovavano a fare estenuanti trattative con la parte politica del paese, magicamente, passano dall’altra parte della barricata, alla ricerca di una poltrona in regione, in comune, al senato o alla camera.
I sindacalisti di polizia non si sottraggono di certo a queste dinamiche, anzi, negli anni sempre di più sono stati attratti dalla politica attiva diventando alle volte espressione di una certa parte.
Così che a leggere i rumors pubblicati in questo articolo ( http://www.ilgiornale.it/news/cronache/elezioni-corsa-candidature-cos-polizia-entra-nelle-liste-1480457.html )  certi sommovimenti visti negli ultimi anni di alcuni segretari generali di importanti sigle sindacali di polizia sembrano prendere forza, confermando quel pericoloso malcostume che negli anni ha letteralmente annientato la possibilità del sindacato delle forze dell’ordine di essere credibile e possibilmente al di sopra delle parti.
Un sindacato che così opportunamente schierato, prestato alle logiche della politica, si snatura nella sua piena essenza di rappresentati di lavoratori e che minano il rapporto di equidistanza e fiducia che dalle istituzioni, politicizzate per natura, devono necessariamente avere.
Un meccanismo questo che in un periodo di sovraesposzione mediatica di alcuni segretari generali di polizia, che di fatto si sono sostituiti alla comunicazione ufficiale della polizia stessa, genera agli occhi del soggetto politico in generale un senso di svilimento del ruolo della istituzione “Polizia di Stato”.
Se tu sindacalista di spicco ti sostituisci alla comunicazione istituzionale e per giunta ti leghi, a vario titolo, a colori di partito, come faccio io a ritenere te, e i tuoi consociati, persone che difendono l’ordine pubblico in maniera superpartes, asettica e lontana da logiche di parte?
Ecco quindi che a mio avviso queste continue candidature possono nel tempo diventare la pietra tombale di una istituzione che della libertà sindacale ne ha fatto carne da macello, ad uso e consumo del potere partitico.
Con questo non può e non deve essere negata la libertà di qualunque poliziotto di potersi candidare alla vita politica del paese ma questo non deve portare nessun sindacato di polizia ad essere considerato, di fatto, una appendice di qualsivoglia partito politico…. questo è il problema!!!
Perché se la parte militare delle forze dell’ordine riesce a esprimere maggiori garanzie, efficienza e affidabilità agli occhi della politica è anche, forse, proprio perché non è mai stata così nettamente e pubblicamente schierata per un colore o per l’altro.
Personalmente mi auguro che questa sia l’ultima volta che qualche quadro sindacale di polizia possa accedere a importanti candidature, così come per altre figure cardine  quali ad esempio giudici e magistrati, magari attraverso delle regole capaci di contenere certe interferenze,  perché questo paese ha bisogno di ordine, di paletti certi, di poteri davvero separati e non di continui e clamorosi quanto inopportuni inciuci.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 07/01/2018

CREVALCORE (BO) – 7 GENNAIO 2005 – IL RACCONTO DEI SOCCORSI

(di Guglielmo Imbriaco –  Infermiere e soccorritore)

Venerdì 7 gennaio 2005. ore 13.00 circa.

Sono al termine del mio turno di lavoro quando il coordinatore mi chiede: “Puoi restare? Si sono scontrati due treni…”
Dove? Ci sono feriti? Quando è successo?
Le informazioni sono poche: non soddisfano la mia curiosità e soprattutto non mi consentono di farmi un’idea dell’accaduto e di stimare la gravità della situazione.
Nel frattempo altri colleghi smontanti dal turno o reclutati direttamente da casa si uniscono al gruppo. Pochi minuti e 3 ambulanze escono dalla sede.
Luca ed io andiamo al magazzino dell’ospedale Maggiore: parlo con Patrizia, la “padrona di casa”, e carichiamo la mia vecchia ambulanza di zaini, monitor e materiale vario. Buttiamo 5-6 sacche di fisiologica sul cruscotto per scaldarle. Magari non servirà nulla, è il nostro primo pensiero…
Oggi la nebbia è fitta e gli elicotteri non volano: l’equipaggio dell’elisoccorso di Bologna si è già mosso con un’ambulanza. Gianni e Stefano caricano l’equipaggio dell’elicottero del soccorso alpino di Pavullo.
Ci troviamo tutti sulla strada per Crevalcore, uno dietro l’altro: chissa cosa pensano gli automobilisti che vengono superati da una colonna di 5-6 ambulanze…
Né io né Luca pensiamo a quello che ci troveremo davanti, chiacchieriamo degli impegni del pomeriggio con le rispettive compagne.
E’ curioso, ma non so di preciso dove dobbiamo andare. Avere come punto di riferimento il passaggio a livello su una stradina di campagna di un paesino che non conosco è decisamente poco perfino per me, che ormai conosco ogni strada e ogni civico di Bologna.
Un signore ci fa un cenno, forse ha già visto altre ambulanze passare e intuisce la nostra destinazione. Dopo poco, intravediamo nella nebbia un vigile che ci indica di svoltare.
Arriviamo a un passaggio a livello. Tra la nebbia e la campagna non so più dove ci troviamo. 
Di la dalle sbarre c’è un treno merci, fermo.
Non ci sono altre ambulanze. Parcheggiamo e ci dividiamo il materiale…
Annalisa, Sabrina ed io ci riempiamo le tasche di flebo, garze e aghi. Gli altri ragazzi si dividono spinali, cucchiaio, collari. Ognuno prende uno zaino o un monitor.
Ci incamminiamo ai lati del binario lungo un viottolo infangato, seguiamo il treno fermo senza vederne la fine. Il paesaggio è quasi surreale, la nebbia rende l’aria densa: proviamo a scherzare tra noi, come facciamo spesso per diminuire la tensione, ma quasi nessuno ride. 
Si cominciano a udire voci e rumori confusi. Passo dopo passo si materializza qualcosa nella nebbia, a lato del treno: un mezzo di soccorso, strisce catarifrangenti, carabinieri e poliziotti, personale sanitario, Vigili del Fuoco, curiosi… Ma quanti sono?
Il dramma è li, a pochi metri da noi. La visione delle carrozze dei treni, contorte e dilaniate, ci lascia per un attimo senza parole, forse ognuno di noi cerca di capire cosa è accaduto. Un paio di lenzuola bianche in terra
L’attività intorno alle carrozze del treno merci e di quello passeggeri, ormai fuse insieme in un unico ammasso, è confusa e frenetica. Le squadre dei Vigili del Fuoco sono al lavoro, arrampicate sui vagoni: cercano una via di accesso all’interno del groviglio.
I miei colleghi ed io cerchiamo di orientarci in questa confusione: di cosa c’è bisogno? ci sono feriti? cosa facciamo? dove ci mettiamo? 
Vedo un operatore con una divisa sanitaria con scritto “coordinatore”. Lo raggiungo e gli comunico che siamo 3 ambulanze, con 3 infermieri e un po’ di scorta di materiale; gli chiedo cosa dobbiamo fare o dove andare.
“Non lo so, non sono io che coordino…” mi risponde.

Vabbè, ho capito…

Cerco di fotografare nella mia mente tutta la scena: i due treni a 25-30 metri da noi, tre carrozze fuse in un unico ammasso indefinito di lamiere, il tetto del secondo vagone, o forse della terzo, impennato verso l’alto quasi a cercare di sfuggire all’impatto con i vagoni merci carichi di putrelle di acciaio, i VVF che lavorano per estrarre qualcuno dal groviglio, le ambulanze a più o meno 400 metri di strada sterrata da noi, fa freddo, c’è decisamente troppa gente in giro…
Incrocio Roberto, il coordinatore dell’elisoccorso; ci scambiamo poche parole, ci mettiamo d’accordo su quello che può servire da adesso in poi. Allestiamo un paio di postazioni ALS per i prossimi feriti che verranno tirati fuori e per far venire una o due ambulanze più vicine per ospedalizzarli.
Gianni prova ad avvicinarsi con un’ambulanza, lungo la stradina fangosa che costeggia il binario. Arriva a fatica, l’ambulanza è pesante e arranca nel pantano ma alla fine ce la fa grazie all’aiuto di qualche curioso. Un contadino accorso ad aiutare con un provvidenziale trattore rimane nei paraggi, nel caso si rendesse necessaria una “spintarella” più decisa…
Annalisa, Sabrina ed io cerchiamo di crearci uno spazio allontanando i curiosi, qualche carabiniere ci aiuta con poca enfasi. Ci creiamo una specie di ambulatorio a due posti: stendiamo un paio di strati di lenzuola sul terreno umido, apriamo gli zaini, tiriamo fuori i cavi dei monitor, montiamo qualche flebo e ce la mettiamo in tasca per tenerla più calda.
Vedo qualche collega sul tetto del treno, a fianco dei VVF: c’è un ferito incastrato, gli mettono una maschera con l’ossigeno, lentamente inizia il delicato lavoro di estricazione. I pompieri, abituati a tagliare lamiere di automobili, sono in difficoltà: i loro potenti strumenti sembrano inefficaci sulle strutture delle carrozze.
Qualcuno da un gruppo di pompieri urla, ci chiede una barella… Corro da loro insieme a Renato, Luca e Devis. Con Annalisa e Sabrina siamo già d’accordo: “Lo portiamo lì da voi per stabilizzarlo, non stiamo in mezzo ai piedi ai pompieri. Se serve un medico fai un urlo a Giulio laggiù…”
Purtroppo non servirà nulla. Insieme ai vigili del fuoco posizioniamo sulla barella un corpo ormai senza vita, il primo di una lunga serie. Cerchiamo di ricomporlo in fretta, per proteggerlo dagli sguardi e dai telefonini dei curiosi. Stendiamo un lenzuolo, poi un altro e poi un altro ancora, e ancora…
Alcuni di noi si occupano delle salme, cercano di disporle ordinatamente e di coprirle con dignità, in attesa di constatazioni e identificazioni.
Renato è il primo di una specie di catena umana che si passa le barelle a cucchiaio o i toboga su cui i VVF dispongono i corpi.
Conosco Renato da quasi dieci anni, lui era presente nelle altre tristi occasioni degli ultimi vent’anni, dalla strage della stazione a S.Benedetto Val di Sambro, all’aereo sulla scuola di Casalecchio. Ci scambiamo qualche occhiata, vedo nei suoi occhi una triste rassegnazione, ci chiediamo se troveremo qualcuno ancora vivo?
Antonella e i VVF sono riusciti a estrarre un altro ferito dal treno; viene calato giù dal tetto della carrozza su di un toboga, lungo una scala dei pompieri.
Ci prepariamo per accoglierlo nel nostro “ambulatorio di fortuna” dove il toboga viene appoggiato sulle lenzuola. Ognuno di noi è pronto a fare qualcosa…
Un medico si china alla testa del giovane ferroviere. E’ in gasping.
Chiede il materiale per intubarlo, ma è in trisma. Occorre fare quale farmaco ma non ha una via venosa…
Qualcuno lo monitorizza, qualcun’altro si prepara per il massaggio cardiaco.
Mi chino su un braccio del ferito e mi concentro sul cercare una vena. Devo trovarla assolutamente, ma non è facile. Il ragazzo è stato al freddo per più di un’ora e mezza, è shockato e poi chissà cos’altro avrà… Antonella è lì di fianco, ha parlato con questo ragazzo fino a pochi minuti prima, mentre lo estraeva dalle lamiere…
Infilo un ago senza vedere ne sentire la vena, qui dovrebbe essercene una. Il sangue refluisce lentamente nel cateterino, connetto il deflussore e apro la flebo, che qualcuno strapperà per disattenzione poco dopo…
Somministriamo qualche farmaco, sul monitor ricompare un ritmo sinusale, si decide per caricare il paziente su un’ambulanza che è a poche decine di metri da noi, con già il motore acceso per riscaldare l’abitacolo.
Annalisa sale sull’ambulanza con il paziente. Rimango a raccogliere un po’ di rifiuti e a riordinare.
Un altro lenzuolo…
Il pomeriggio a Crevalcore continua. Il lavoro dei vigili del fuoco proseguirà per due giorni. Non verrà estratta nessuna persona viva. 
Cominciamo tristemente a occuparci delle salme, a disporle ordinatamente nei sacchi, a cercare un documento per identificarle o per lo meno capirne il sesso, aiutando i medici nella compilazione dei certificati. 
Il parroco di Crevalcore con gli occhi gonfi e arrossati benedice le salme. 
Alcune ambulanze cominciano ad andarsene, non c’è più bisogno di loro.
Annalisa ed io rimaniamo, non ci sono altri infermieri ma potrebbe esserci ancora bisogno di noi. Un vigile del fuoco viene da noi per una distorsione a una caviglia, gli proponiamo una visita in pronto soccorso, rifiuta, ci offriamo di fargli una fasciatura. Alla fine prenderà un sacchetto di ghiaccio e tornerà al lavoro su quel treno insieme ai suoi colleghi…
L’aria si fa sempre più fredda e la nebbia diventa più fitta con il passare delle ore. Un paio di volontari passa con un provvidenziale thermos di the caldo. 
La tensione si allenta, seppur di poco; cominciamo a parlare tra noi, qualche abbraccio, qualche pacca sulle spalle, forse più utile per scaldarsi che per dare conforto.
Penso rassegnato a queste persone, ormai chiuse dentro a un sacco, e alle loro famiglie. I familiari saranno stati abituati a qualche ritardo, tipico di chi viaggia in treno o di chi ci lavora, ma avranno saputo dell’incidente dalla televisione…
Cominciano ad arrivare sul luogo del disastro politici e ministri, accompagnati da mandrie di attendenti che fanno largo. Ognuno ha qualcosa di inutile e retorico da dire.
E’ notte ormai. Ci facciamo da parte, il nostro lavoro è davvero terminato; cerchiamo un posto caldo vicino ai generatori dei VVF, in attesa che qualche collega venga a darci il cambio…

(da EmergencyOggi, Anno XI n.01, gennaio 2005)

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 31/12/2017

A VOI ALLE VOLTE SILENZIOSI MA SEMPRE VICINI…. GRAZIE! 

Chi di noi non ha mai lavorato in corrispondenza delle feste è stato, probabilmente, molto fortunato. Nella vita lavorativa di un Poliziotto è piuttosto facile vivere in una sorta di ghetto in cui non esistono i colori rossi del calendario ma solo i turni e le esigenze di servizio; tour de force che raggiungono anche le 24 ore continuative in costante sfida con il proprio fisico e l’esigenza di portare a termine un operazione di servizio, un arresto, una procedura importante che non può essere rimandata.
Una vita diversa la nostra fatta anche di eccessi lavorativi, di percezioni di tempo e situazioni che le persone comuni,che ti stanno di fianco, amici, fidanzate, mogli, mariti, figli non riescono mai a capire sino in fondo perché solo chi questa vita la vive dal di dentro può capire cosa si prova in quel contesto in cui tutto assume i tratti di una missione, di una sfida e alle volte anche di una guerra che ti toglie tante volte il sonno….e i tuoi affetti.
Nell’approssimarsi di questo Capodanno, lavorativo per molti, anche per chi in questo momento fa scorrere le dita su una tastiera per esternare un pensiero, la mente si rivolge verso chi, dei nostri parenti più prossimi, amici, fidanzate, genitori, mogli, mariti, figli vorrebbe vivere una notte di San Silvestro scambiandosi pienamente un messaggio di Auguri con il proprio “Poliziotto”, con un calice in mano e uno sguardo di sincero affetto che, alle volte, per colpa di questa “Missione”, durante l’anno, viene spesso meno.Fortunato, quindi, chi probabilmente non deve negare a una fidanzata, a una moglie a un figlio, questa assenza, in fondo chi fa questo mestiere per scelta e dedizione lo sa dal primo giorno a cosa dovrà rinunciare anche se, alle volte,è dura doverlo fare accettare a chi ha scelto di vivere una vita al nostro fianco.In queste poche righe di fine 2017 il mio ringraziamento ideale và a tutte quelle mogli, a quelle fidanzate, a quei figli a quei mariti,a quelle mogli che in questo San Silvestro dovranno celebrare brindando con tutti gli affetti più cari tranne che con quello del “Poliziotto di famiglia” perché impegnato su una strada, in una sala operativa, in una piazza, per garantire a tutti il sereno svolgimento di una delle più belle manifestazioni di gaudio collettivo dell’anno.
Un ringraziamento questo che vuole idealmente perpetuarsi per tutti prossimi 12 mesi, perché decine sono le situazioni di vita importanti che questa “Missione” ci nega e nega loro, che non ci consente di vivere, dando in particolar modo alla persona che ci sta di fianco, la sensazione di essere stata in qualche modo abbandonata, di venire sempre dopo questo “Sporco” lavoro, di non essere lei la prima su tutto e sopra tutto….sensazioni legittime che alle volte non riescono ad essere estinte proprio perché solo chi fa questo mestiere può capire….per portare non di rado a dolorosissime separazioni non sempre facili da sopportare per chi ama questa professione. Un grazie quindi a quelle fidanzate, fidanzati, mogli, mariti, figli che riescono con amore, dedizione, forza e coraggio a continuare a stare al fianco dei loro “Poliziotti” sostenendoli sempre e comunque nella loro “Missione” che indirettamente, anche loro malgrado, sono state costrette di riflesso ad abbracciare e sposare.E da queste pagine voglio quindi augurare dal profondo un buon 2018 specie a quelle persone che nonostante tutto ci sostengono e continuano con il cuore e con amore a vivere insieme a noi questa, alle volte difficile, vita…..

a Voi Tutti Grazie !!

Michele Rinelli – In Giacca Blu

(Non ricordo in che anno lo scrissi per Poliziotti.it ma non sono più riuscito a scriverne uno migliore e, per questo, ve lo ripropongo cambiando solo le date. – tanti auguri a tutti)

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/12/2017

SONO SOLO DISTINTIVI SULLE SPALLINE? 

In un momento storico particolare ecco affacciarsi sul panorama delle uniformi i nuovi distintivi di qualifica della Polizia di Stato, un cambiamento questo che non può oggettivamente avere solo un impatto estetico o stilistico ma rappresenta un segnale di forte rinnovamento e cambiamento. 
Cambiare i simboli non è mai una questione banale, l’uomo da sempre da un significato fondamentale ai distintivi di appartenenza, volere questo cambiamento quindi rappresenta un messaggio  da interpretare seriamente… Ma quale?
Il giudizio su  questi nuovi simboli è  certamente controverso, molte sono le critiche, a tanti non piacciono; alla fine sarà solo una questione di abitudine, personalmente mi mancheranno quelle vecchie spalline che, come si legge, sono troppo simili al mondo militare.
Così che tra le motivazioni alla base di questo cambiamento pare ci sia quello di un affrancamento dalle simbologie militari. 
Una volontà certamente condivisibile, specie in quell’ottica di riposizionamento del marchio “POLIZIA” all’interno di una competizione, fatta anche di immagine,  che da sempre esiste con gli altri corpi armati dello stato.
Perché oggi avere una identità unica, forte e non sovrapponibile ad altri garantisce che, ad esempio, errori altrui non possano essere associati a individui e soggetti istituzionali del tutto estranei alle questioni.  Per fare un banale parallelismo, la Polizia Scientifica in Italia non l’hanno inventata i Ris dei Carabinieri ma certamente sono stati capaci di imporre sulla scena un marchio molto più forte, nel bene e nel male. Questione che non aiuta quando, per esempio, errori di polizia scientifica vengono definiti tali e non più propriamente errori dei Ris. 
Se questa è la la motivazione di questo cambiamento epocale, ben venga, ma non è un generico affrancamento dalle stellette militari  che abbiamo bisogno ma più certamente di tornare a sentirci tutti orgogliosi della nostra uniforme, appassionati per un lavoro difficile e fondamentale per la collettività, ma soprattutto di ritornare a essere credibili agli occhi del soggetto “politico” tanto quanto i corpi militari che, se pur con le pezze al culo (mi si perdoni il francesismo), come tutti gli altri, fanno credere di essere i migliori del mondo.
… E se questo non dovesse accadere….pensate pure che quelle spalline,  così simili a quelle di certi corpi di polizia locale,  potrebbero essere semplicemente il preludio a diventare,  in un futuro non molto lontano,  molto simili ai “vigili urbani”…. Che in fondo in fondo non esistono più nemmeno loro…. E se nemmeno loro esistono più pensate al futuro della nostra amata Polizia di Stato. 

In giacca blu – Michele Rinelli 

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 21/12/2017

NON DIAMO DA MANGIARE ALLA BANALITÀ DELL’IGNORANZA! 


“Buon Natale maledetti poliziotti” – inizia così un post a commento dell’incidente stradale accaduto ieri mattina nei pressi di Piacenza dove Giuseppe Beolco ha perso la vita,  lasciando a casa 3 figli e una moglie,  il cui dolore e  pensieri non voglio nemmeno immaginarli.
Di questi  “haters” – odiatori – forse non dovrei nemmeno parlarne, lo faccio perché a rispondere che non si dovrebbero condividere certe esternazioni,  così intrise di cattiveria da dare  risalto a inutili personaggi,  mi è stato risposto, in sintesi, che il mio silenzio o noncuranza è sinonimo di complicità. 
L’espressione di un pensiero ignorante, disgustoso, squallido che crescita porta nell’umana cultura? Ritenere una risposta, la mia risposta, utile a contrastare così tanta pochezza,  può davvero combattere il germe dell’odio, della contrapposizione,  che permea dalla nostra società?
Dare risalto a queste forme umane autorizza chi vuole speculare sulle vicende a comprendere e a rafforzare il fatto che per emergere bisogna scandalizzare, insultare, offendere con qualsiasi mezzo. Questo è molte volte il web: un libero vomitatoio della società! 
Ci rendiamo conto che consumiamo miliardi di terabytes per visualizzare pagine piene zeppe di inutili insulti? Perché dovrei dare spazio a individui  che per nostra sfortuna fanno parte del genere umano?
Probabilmente non condividerò mai più esternazioni di così bassa levatura, parole intrise di banale odio,  non perché non meritino condanna ma perché nel perverso meccanismo di internet si arricchiscono di “potere”  persone che meritano solo di vivere nel puzzo delle fogne delle nostre città. 
Pensiamo quindi a fare del bene senza dare spazio al male informandoci,  ad esempio,  come contribuire alla raccolta fondi che in queste ore si stanno organizzando per aiutare la famiglia di Giuseppe.

In Giacca Blu – Michele Rinelli 

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