Pubblicato da: paroleingiaccablu | 08/12/2018

…. IL PEPERONCINO CHE UCCIDE!

Lo spray che dovrebbe solo irritare sempre più spesso uccide. Un bilancio drammatico arriva da Ancona, in una discoteca, durante un concerto, muoiono 6 giovanissimi a causa del panico e della folla incontrollata che si è scatenata a seguito della irrorazione di un banale spray al peperoncino in mezzo al pubblico.
Scenario già visto qualche tempo fa anche a Torino.
Una folla che investe altri giovani che non solo rimangono schiacciati dalla furia del panico collettivo ma, addirittura, vedono un solaio sbriciolarsi sotto i loro piedi.
Il bilancio non definitivo sembra destinato ad aumentare e le indagini paiono indirizzate verso una minorenne che durante l’esibizione ha spruzzato il contenuto di una legale bomboletta di capsicum in libera vendita.
Assurdo come, in Italia, certi “attentati” siano il frutto della stupidità, una sciocchezza che è già costata 6 giovane vite….
Non è però il caso di attaccare lo strumento, ossia lo spray, ma forse, l’educazione che ricevono i nostri figli ma anche, probabilmente, l’impossibilità di perquisire, nel vero senso della parola, tutte le persone che accedono come pubblico in luoghi affollati come lo sono le discoteche.
Esperienze queste che ci indurranno a dover cedere parte della nostra libertà per renderci tutti più sicuri, responsabilizzando organizzazioni ma anche singoli cittadini, una stretta sempre più necessaria anche in virtù di quella furbizia che in Italia impera.
La sala della strage di Ancona infatti poteva contenere 800 persone circa, i biglietti venduti invece sono stati 1400, così che la stupidità degli anni dell’adolescenza si somma alla speculazione criminale di chi su questi eventi ci specula per fare semplicemente soldi, a discapito della vita dei nostri figli.
In questo paese la sicurezza dei luoghi di pubblico spettacolo non è un problema adeguatamente controllato, evidentemente, e su questo, e su tante altre questioni è necessaria una adeguata attenzione.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

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Pubblicato da: paroleingiaccablu | 03/12/2018

PRIMA DI TUTTO LA SICUREZZA DEGLI OPERATORI!

Ci sono comportamenti sbagliati che non possono e non devono essere sostenuti.
È di queste ora la notizia che racconta come l’Arma dei Carabinieri ha inviato a tutti i comandi una circolare dove esorta a non utilizzare il cellulare in maniera indiscriminata durante l’espletamento del servizio.
A questa circolare allega una foto di non tanto tempo fa dove un terzetto di carabinieri appare completamente assorto e rapito dallo schermo del loro telefonino. Un comportamento questo da parte dei più alti vertici che esprime un aspetto non banale ossia quello di mettersi in discussione senza ricorrere a stupide difese corporative.
Diversi commenti si rinvengono sulla rete a difesa di un comportamento sbagliato, una censura vista come una mancanza di rispetto verso l’arma e non come un richiamo alla sicurezza degli operatori.
Certo, non si può pretendere che durante le lunghe giornate di lavoro una fugace occhiata al cellulare personale non possa essere data ma le nuove generazioni di operatori di polizia sono spesso “vittime” di un mondo social che lo pervade in qualsiasi istante.
Difendere questi comportamenti è stupido, pericoloso, semplicemente folle, in divisa si è un bersaglio, sempre, in ogni momento, farsi assorbire completamente nella navigazione social è un modo per aumentare il rischio di non tornare a casa sani e salvi.
I comportamenti non devono essere semplicemente ritenuti vietati per essere censurati ma pericolosi o inopportuni a prescindere, come andare sul veicolo di servizio senza cinture di sicurezza o con all’orecchio il telefonino cellulare.
Comportamenti questi ultimi autorizzati dalle norme, giustificati per ragioni di servizio dalle leggi stesse ma che devono essere evitati, perché di comportamenti non sicuri si può morire o rimanere gravemente feriti.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 03/12/2018

IL DECRETO SALVINI NON È RAZZISTA!

PRIMO OBBIETTIVO: SICUREZZA!

Già… è questo che da tempo chiedono i cittadini, nonostante il dato reale dei reati commessi sia in costante calo. Un calo che non corrisponde alla percezione, evidentemente dopata da quei social network che tutto amplificano, in maniera evidentemente eccessiva e incontrollabile.
Inutile sfasciarsi la testa, se la percezione è questa un problema esiste e va affrontato.
Così che tra i primi provvedimenti del governo c’è il DECRETO SICUREZZA, decreto che passerà alla storia con il nome del suo estensore, il Ministro Matteo Salvini, annunciato in maniera roboante e risolutiva, i cui primi effetti, probabilmente, potremo apprezzarli entro i prossimi 6-8 mesi.
Un decreto che, è giusto dirlo, pone interessanti e forse sacrosanti limiti nei rilasci dei permessi di soggiorno e che destina, finalmente, cifre importanti al comparto sicurezza che da tanti anni assiste a un fortissimo depauperamento dei propri apparati e non solo.
Un decreto però che evidentemente punta tutto sulle espulsioni fattive, non sul semplice decreto di carattere amministrativo, un foglio di carta, che di fatto lascia sul territorio migliaia di immigrati fondamentalmente liberi di fare qualsiasi cosa.
Quello che sembra essere stato scardinato è il sistema dell’accoglienza territoriale, quel sistema che è stato ingrassato da quella politica del NON permesso di soggiorno ma che forse, in maniera “mafiosa”, garantiva un supporto a orde di disperati presenti sul territorio nazionale.
Ben inteso, è giusto affamare quelle organizzazioni che di umanitario hanno principalmente l’ingrasso dei portafogli privati ma, di fatto, non riuscire a gestire gli immigrati già presenti sul territorio sarà il vero pericolo insito in questo decreto.
Nel breve periodo infatti il problema non saranno i nuovi sbarchi, letteralmente crollati, ma le problematiche di chi quella disperazione la sta vivendo oggi nei vicoli e nei ghetti delle nostre città, abbandonati da quelle strutture che fino a ieri fornivano, non proprio in maniera trasparente a livello contabile, un supporto ai disperati immigrati presenti in Italia.
Il rischio quindi è che se non dovesse funzionare il meccanismo dei rimpatri, soggetto ad accordi, spesso inesistenti, tra i paesi d’origine dei migranti e l’Italia, le nostre città potrebbero diventare delle pentole a pressione gestite da un sistema incapace di disinnescare le facili e prevedibili tensioni che migliaia di migranti possono generare.
Con una giustizia lenta e difficile, dove la carcerazione spesso non esiste, associata alla presenza di tanti stranieri affamati e di fatto inespellibili, i problemi di ordine pubblico potrebbero essere molto gravi.
Una non gestione quindi del problema immigrazione sul territorio che si vuole trasformare da problema sociale a problema di ordine pubblico, non quindi una scelta razzista, come stupidamente tuona qualcuno, ma una ragionata scelta politica dagli esisti piuttosto prevedibili se non si attueranno vere politiche di reale espulsione dal territorio italiano.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 12/11/2018

FIGLI DI…..

locale-milano

Omicidio stradale, di questo è accusata la figlia dei giudici Ilda Boccassini e Alberto Nobili, due notissimi giudici della procura di Milano, volti noti del capoluogo meneghino spesso coinvolti in fatti di cronaca politica che passeranno certamente alla storia di questo paese.
Una tragedia quella che ha coinvolto la loro figlia Alice, una delle tantissime disgrazie, che con l’ultima revisione normativa del codice penale colpisce duramente chi, per colpa, uccide un qualsiasi utente della strada, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo attraverso l’utilizzo di veicoli a motore.
La vittima, un noto infettivologo, Luca Voltolin viene travolto sulle strisce pedonali da Alice Nobili, in motorino, e dopo qualche giorno muore a causa delle ferite riportate nell’investimento. ( https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_novembre_11/incidente-scooter-pedone-strisce-morto-figlia-ilda-boccassini-indagata-omicidio-stradale-6b9f17f4-e5aa-11e8-a424-cbaa2fa93806.shtml )
Sul luogo della tragedia, secondo una notizia stampa diffusa a distanza di un mese dal tragico incidente, giungeva l’attuale comandante della Polizia Locale di Milano che pare abbia curato personalmente le tassative incombenze legate a tale drammatica circostanza.
Troppo “potere” attorno a una sola persona e troppo riserbo sul coinvolgimento di una figlia così indirettamente importante del panorama meneghino.
Al tempo della lotta alle caste, dove il potere è un problema e non un onorevole oneroso privilegio, essere parenti stretti o strettissimi di quella casta tanto invisa, inevitabilmente, genera sospetto agli occhi di chiunque.
Così oggi c’è da chiedersi perché tanto riserbo? Per evitare una inevitabile sovraesposizione mediatica o, come qualcuno crede, per edulcorare un altrettanto inevitabile procedimento penale che deve, o dovrebbe essere trattato, come tutti gli altri?
Piuttosto, chi strumentalizza chi, o ha fatto di tutto, alla fine, per farsi strumentalizzare?
O, ancora, dobbiamo credere semplicemente nell’arroganza del potere che credeva che nessuno si sarebbe venduto una così succulente notizia, a maggior ragione, a distanza di un mese dal fatto?
Perché a ben vedere se una normale pattuglia si fosse occupata di tale circostanza, come accade per tutti quotidianamente,  e se la notizia fosse stata gestita e non nascosta, con tutti i cordogli del caso, quanta strumentalizzazione si sarebbe potuta evitare? Quanti sospetti ?
Alice Nobili, forse, non solo è vittima a sua volta di aver provocato suo malgrado una tragedia immane ma viene anche stritolata da quel sistema che crede che ancora si possa tenere nascosto qualcosa come si poteva fare sino a qualche anno fa.
Per certi versi, forse, in questo momento storico i figli di nessuno sono fortunati e le notizie, i drammi, gli eventi che coinvolgono i vip è meglio gestirli, esternarli, affrontarli, di sicuro non nasconderli e fare in modo così che qualcuno li strumentalizzi.
Forse qualcuno credeva di proteggere certe persone nascondendo e non gestendo, magari con la tipica arroganza del potere,  invece, probabilmente, li ha danneggiati ancora di più.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 10/11/2018

ESEMPI…

A cosa serve? Chi ce lo fa fare? Tanto sono liberi ancor prima di chiudere il verbale di arresto!
Lo avrà detto e ridetto anche il Vice Brigadiere Reali, morto lungo una ferrovia a Caserta, investito da un convoglio mentre inseguiva uno dei tanti ladri liberi di fare quello che vogliono.
Te lo ripeti come un mantra che tanto non serve, ma alla fine, quando ti capita, ti lanci e non ci pensi.
È strano pensare come possa ancora esistere il valore del giuramento, della fedeltà ai valori di ciò che rappresenti, non verso le istituzioni, la repubblica ma proprio verso i cittadini, quelli che spesso non esitano a schifarti, a insultarti, a darti dello sbirro infame.
Perché si, certo, gli sbirri infami esistono e sempre esisteranno ma un buon sistema li isola, li colpisce, li stana e li caccia, perché il valore di quel giuramento vale, o dovrebbe valere, per tutti.
Il vice brigadiere Emanuele Reali ci ricorda che non esistono solo gli infami, i picchiatori, gli incapaci, quelli che probabilmente hanno sbagliato mestiere ma esistono soprattutto quelli che ancora perdono tempo a inseguire i ladri, per dovere, per onore, per essere da esempio a noi tutti e a quei figli lasciati orfani.
Esempi…. Quelli che sempre meno abbiamo o che sono troppo effimeri per essere considerati davvero tali.
ONORI al vice brigadiere Reali e a tutti i caduti nell’adempimento del dovere.

In Giacca Blu – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 02/11/2018

IO STO CON GLI IPPOPOTAMI!

Non ricordo nemmeno più quando ho cominciato questa esperienza di comunicazione pubblica, quando esattamente ho deciso di esporre il mio pensiero e la mia vita di Poliziotto sul web, erano, credo, la metà dei primi anni del 2000, poco dopo il disastro del G8 di Genova, dalle pagine di poliziotti it …. e credevo di poter fare qualcosa di utile.
A questo punto, occhio e croce, sono passati più o meno 15 anni, ho avuto soddisfazioni, riconoscimenti, ho creduto fermamente che il pensiero espresso in un certo modo potesse avvicinare le persone comuni a quella gente come me che fa un lavoro di merda e nella melma della società rimestano quotidianamente.
Velocemente è tutto cambiato, la comunicazione social è diventata sempre più aggressiva, la dialettica web sempre più a slogan e spiegare un pensiero articolato, l’unico capace di far capire un punto di vista e le cose, è diventato faticoso.
Ogni giorno di più quindi questo blog sta diventando inutile, un luogo virtuale dove, se va bene, la gente legge le prime 10 righe e si stanca o, forse, sono io che ho perso l’aggressività dialettica degli anni migliori della vita… arrivato a 40 anni troppe cose sono cambiate.
Di sicuro le persone non vogliono capire, vogliono tifare, i lettori non vogliono crescere, vogliono confermare semplicemente la loro visione del mondo e pur di farlo non lesinano insulti gratuiti a chiunque contrasti la già rivelata visione del mondo.
Così che con questi elementi, rintracciabili tranquillamente sulla mia pagina Facebook, la domanda nasce spontanea, perché continuare a scrivere? Se la gente non vuole capire ma solo tifare che scopo può ancora avere tutto questo?
Ho sempre creduto che le cose si potessero spiegare ma troppe persone, oggi, vogliono solo sfogare la loro rabbia e tifare per qualcuno o qualcosa che possa distruggere quello che loro vedono come il male…. Ma il loro male, spesso, è una dimensione troppo ristretta che risente solo ed esclusivamente delle personali ed egoistiche esigenze.
…. E se alle volte fare il poliziotto non vale la pena anche cercare di spiegare cosa significa vivere con una divisa indosso, ormai, non interessa più a nessuno…. Perché per molti, contano più gli animali che le persone, riconosciuti come esseri superiori…. E forse, evidentemente non solo hanno ragione ma è giusto così!

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 29/10/2018

RACCOMANDATI…

…tutti vivono nel mito o nella rassegnazione che per entrare a far parte delle forze armate dello stato, e non solo, ci vuole il “gancio”, una persona che caldeggi la tua posizione per farti avere l’agognato posto fisso.
Spettri di una prima repubblica, che forse non è mai passata, e che ci ha letteralmente rassegnato a queste dinamiche che evidentemente, per anni, ci ha addirittura convinti a pagare cifre inimmaginabili per avere un posto di lavoro…
Almeno così sembra da questo articolo – https://infodifesa.it/esercito-spunta-il-secondo-algoritmo-per-truccare-i-concorsi-il-primo-non-funzionava-piu/ –
Tutti gli impieghi hanno bisogno di persone preparate, di individui capaci di esprimere un livello minimo di cultura. Per questo esistono i concorsi, le selezioni, strumenti che perdono valore e che generano un danno enorme a tutta la collettività se per far parte delle organizzazioni al servizio del cittadino facciamo entrare persone selezionate non per le loro capacità ma per quanto sono state disposte a pagare per ricoprire quel ruolo.
E non voglio venire a fare moralismo gratuito, non voglio certo fare l’elogio della raccomandazione sostenibile, rifletto però su quanto sia davvero importante la selezione, seria, precisa, libera dal denaro o da altre influenze.
Selezione e formazione, scelta e addestramento, vero, di quelle persone che andranno nelle strade e nelle case del nostro paese a prendersi la responsabilità di gesti e azioni che coinvolgono per davvero la vita dei cittadini.
Riempire le caserme di incapaci, dal cospicuo conto in banca, magari disperati dalla fatto, o dalla consapevolezza, che se non paghi non passi, anche se sei una persona capace e meritevole, è un danno che si infligge alla collettività tutta, non solo ai singoli sistemi o alle organizzazioni.
Di fronte al dio denaro in molti non riescono a sottrarsi, la pecunia non puzza ma a coloro i quali hanno organizzato associazioni a delinquere volte, di fatto, alla disorganizzazione dei corpi armati dello stato, auguro di capitare sotto l’incapacità manifesta di tutti coloro i quali sono stati fatti entrare senza merito, senza selezione, perché nella selezione e nella conseguente capacità di queste persone, che spesso si gioca la differenza tra un aiuto o un aumentato disagio.
Persone incapaci di vestire la divisa sono un danno per tutti perché al posto di portare soluzione solitamente portano altri problemi anche e soprattutto ai cittadini.
…e a quei cittadini responsabili di queste irregolari assunzioni auguro di vivere l’inefficienza del loro prodotto.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 28/10/2018

IL DEGRADO È OVUNQUE, IN CIASCUNO DI NOI!

Periferie e degrado, morti, zombie che vagano per le nostre strade, abbandonati a se stessi, vuoti, o forse svuotati, da quel mondo incapace di riempire assenze, fornire risposte, condividere contenuti veri.
Parliamo, o forse leggiamo (ancora leggiamo oltre i 120 caratteri?) il sostegno del degrado, la giustificazione sociale della morte a 16 anni, con groppuscoli di individui che manifestano il sostegno a persone che non solo vivono nel degrado ma lo esportano, lo alimentano, lo curano in varie forme.
Questo degrado, come ogni involuzione sociale, è figlio di una idea, della precisa convinzione che le regole siano un modo per negare, semplicemente, l’universale diritto di essere liberi. Quanta arroganza!
Se tu che mi leggi credi che io sia libero, o abbia l’arroganza di crederlo, ti sbagli, ho paura delle conseguenze del non rispettare certe regole, che si, diamine, mi piacerebbe infrangere, perché certo, è molto più facile vivere senza regole che rispettarle.
Ed è ciò che esattamente accade ogni giorno, in ogni momento, in ogni luogo del pianeta, abbiamo perso molta della morale bigotta, magari cattocomunista, che ha caratterizzato il secolo scorso e non abbiamo fornito una adeguata alternativa più sostenibile e davvero democratica.
Così che il miglior livello di democrazia possibile la otteniamo semplicemente nell’anarchia, nel “faccio quello che mi pare perché tanto nulla mi accade”, in un vuoto pneumatico di modelli umani il cui più alto esempio è rappresentato da persone come Fabrizio Corona o i “Ferragnez”, individui capaci di essere così arroganti da giocare pubblicamente e senza vergogna con il cibo, un oggetto come tanti altri, evidentemente, a cui è stata tolta quella sacralità che ai più oggi sembra semplicemente antica.
Fermiamoci quindi a guardare le periferie, seguiamo quelle bare che escono sempre più spesso da quelle strade, riempite con persone come Pamela di Macerata o Desirée a Roma, riflettiamo su cosa davvero possiamo fare per non perdere così, stupidamente, i nostri giovani, come dare loro prima di tutto degli esempi.
Diciamolo che la droga non è un divertimento ma una sostanza balorda, che ci toglie la vita, che ci spegne a ogni tiro, a ogni buco, ridiamo a questo paese una seria politica di prevenzione al consumo delle sostanze stupefacenti senza tralasciare altre dipendenze pericolosissime come quelle legate all’alcol.
Elementi questi che sono alla base di moltissimi “Morti di Stato” che oggettivamente non possono essere solo quelle più o meno legate alle botte date da esponenti delle forze dell’ordine.
Pretendiamo da chi come me veste la divisa di non piegarsi al medesimo degrado umano, picchiare un arrestato, far accusare persone che nulla c’entrano, è degrado al pari di chi spaccia nelle periferie. Persone come Stefano Cucchi, in questo modo, muoiono più e più volte.
Ridateci, a noi uomini delle forze dell’ordine, la forza di credere nelle regole, ridateci la capacità di sentirci utili come fossimo muratori, che con fatica vivono la soddisfazione di vedere un muro dritto e levigato.
Forniteci la possibilità di essere utili a questo paese, di non sentire giudici e tribunali distanti dalla gente comune, confinati nei loro palazzi e sommersi nelle loro carte, anch’essi abbandonati evidentemente a un certo ed evidente degrado.
Ridate al Sistema Sicurezza la voglia di costruire davvero un paese nuovo, con leggi vere e severe, umane ed equilibrate, capaci di farci sentire orgogliosi di lavorare per i cittadini onesti e non per un sistema spesso stanco e distratto.
Il degrado non è solo a San Lorenzo a Roma, a Macerata, a Scampia, a Milano o a Padova, il degrado è ovunque, in ciascuno di noi.

IN GIACCA BLU – MICHELE RINELLI

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 15/10/2018

ABUSI, SOSTANZE E MORTI DI STATO….

Sono giorni di ipocrisia quelli che vedono la svolta legata alla morte del povero Stefano Cucchi, ipocrita perché, pur di lavarci una coscienza, che non c’è, si chiede e si propone di intitolare a quel ragazzo monumenti, strade, pubbliche targhe.
Una coscienza che manca è quella che nessuno propone, nessuno evidenzia, che si sottace, anzi, forse si nasconde ed è quella dell’abuso di sostanze.
Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini sono tutti “morti di stato” dove sullo sfondo nessuno parla di quelle sostanze che fanno da contorno a quelle morti, sostanze che se non fossero state assunte, probabilmente, non avrebbero portato all’incontro scontro con le forze dell’ordine.
Nessuno, nemmeno il più derelitto del pianeta merita di essere ucciso a botte o semplicemente picchiato dagli esponenti della forza pubblica, certo è che per evitare queste morti probabilmente qualcosa in più dovremmo fare per prevenire la diffusione delle droghe più comunemente abusate.
Droga, alcol, sostanze psicoattive in genere, da tempo sono il motivo, o la scusa, per scontrarsi con le divise ma nessun investimento vero si vede da parte del sistema per prevenire l’aumento di chi queste sostanze ne abusa. Politiche antidroga? Antialcol?…. Non pervenute!
Il degrado che portano questi abusi è palese, da tempo, così come palesi sono l’assenza di leggi per fermare questo mercato di caos e morte, la cronaca infatti ci regala quotidianamente processi inutili, per colpa delle leggi, verso chi spaccia morte.
Non una scusa quindi per alleviare le responsabilità di chi, con la divisa, non è stato in grado di preservare la vita di certi soggetti ma solo l’evidenza che se non si colpisce il mercato di chi semina morte continueremo a cercare le colpe in quelle uniformi chiamate, spesso loro malgrado, a gestire problemi semplicemente e strettamente sociali che, giocoforza, diventano interventi di polizia.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

Pubblicato da: paroleingiaccablu | 14/10/2018

UNA VIA PER STEFANO CUCCHI… NON È UNA BUONA IDEA!

Degrado, questo rappresenta la vicenda del povero Stefano Cucchi e al degrado, secondo me, non si intitolano vie. ( https://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/cucchi_via_roma_polemica-673175.html)
Perché dal degrado del mondo dello spaccio viene raccolto e maltrattato Stefano e trascinato in un altro degrado umano, quello di alcuni carabinieri che al posto di arrestarlo, o al più contenerlo, lo hanno picchiato, almeno così si dice, e al posto di trovare un motivo per tale deprecabile comportamento lo hanno taciuto facendo processare alcuni agenti della polizia penitenziaria al posto loro.
Intitolare strade a persone come Stefano Cucchi è sbagliato così come lo è stato intitolare una camera del Senato al ragazzo di piazza Alimonda di Genova, Carlo Giuliani.
Sono errori questi perché sono esempi di degrado, di una società che antepone la cultura della violenza a quella del rispetto e del dialogo, eroi di guerra, probabilmente, di un conflitto che se esiste non dovrebbe esserci. Le strade si intitolano agli eroi…. o a persone che hanno dato un impulso alla crescita della società.
Perché è degrado assistere a familiari che esibiscono foto shock per fare presa sulla pubblica opinione e tenere alta l’attenzione, non è da paese civile il metodo “Anselmo”, di professione avvocato, che per ottenere giustizia ci inchioda di fronte a immagini che forse possono capire tecnicamente solo gli addetti ai lavori, gli altri, probabilmente, possono solo strumentalizzarlo per confermare i loro pregiudizi anche verso le forze dell’ordine. Il fine giustifica i mezzi ma la giustizia non è un fine ma semplicemente un valore a cui non si deve rinunciare.
Ottenere giustizia non può essere fatto portando in piazza i processi, questo è degrado, non è da paese civile.
Così che se questa nostra Italia ha bisogno di memoria, da trovare nella toponomastica, chiediamoci di quale tipo di memoria ci sia davvero bisogno, ma soprattutto se al posto della memoria, forse, dobbiamo rifondare o, semplicemente, rinascere dal degrado.

IN GIACCA BLU – Michele Rinelli

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